Mucche affettuose © Pasja
Mucche vanno verso la malga © Rene Adarin
Mucche in alpeggio - Foto di Christel da Pixabay © Christel da Pixabay
Varietà di campanacci © Filippo Del VecchioC'è un momento preciso, tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, in cui la montagna cambia voce. Dopo mesi di neve, silenzio e stalle, dai pascoli torna a diffondersi un suono che chiunque frequenti le montagne riconosce immediatamente: il rintocco dei campanacci delle mandrie in alpeggio.
Il ritorno della voce dei monti
Spesso lo si sente ancora prima di vedere gli animali. Arriva da un versante lontano, attraversa un bosco, si mescola al rumore di un torrente e al vento che accarezza i prati. È un suono irregolare, mai uguale a sé stesso, fatto di decine di campane che si rincorrono seguendo il passo della mandria.
Per molti escursionisti rappresenta il vero inizio dell'estate, più del calendario e più del solstizio. È il segnale che gli alpeggi sono tornati a vivere e che la montagna è di nuovo abitata.
Eppure, quei campanacci non nascono per creare quell'atmosfera che oggi associamo alle vacanze alpine. La loro storia, infatti, è molto più antica e racconta un tempo in cui il suono era prima di tutto uno strumento indispensabile.
Già in epoca preromana le campane venivano fissate al collo di pecore e bovini per permettere ai pastori di localizzare gli animali durante il pascolo. In un territorio fatto di boschi, valloni e nebbia, seguire il suono significava non perdere la mandria. Anche i Romani conoscevano bene questa pratica. Sidonio Apollinare parlava dei greges tintinnibulatos, i "greggi tintinnanti", mentre autori come Tibullo, Polibio e Strabone ricordano l'uso delle campane sugli animali da allevamento. Secondo alcune fonti, persino gli elefanti di Annibale e, successivamente, quelli dell'esercito romano venivano dotati di grandi campane durante gli spostamenti.
Ma il campanaccio non fu soltanto uno strumento di lavoro. Nel corso dei secoli il suo suono assunse anche un significato simbolico. In molte tradizioni popolari si riteneva che il rintocco delle campane avesse una funzione apotropaica, cioè fosse in grado di tenere lontano il male e proteggere persone, case e animali. Così il suono che guidava la mandria diventava anche una presenza rassicurante, quasi invisibile, capace di accompagnare il bestiame lungo i pascoli d'alta quota. Un esempio di come, nelle comunità montane, la necessità pratica e la dimensione simbolica abbiano spesso camminato insieme.
L'orchestra degli alpeggi
Chi osserva una mandria potrebbe pensare che tutti i campanacci siano uguali. In realtà ogni campana possiede una forma, un peso e soprattutto una voce diversa.
Nelle Alpi esiste una vera e propria cultura del campanaccio. Cambiano le dimensioni, i materiali, il sistema di costruzione e il timbro. Il campanaccio più grande viene spesso affidato all'animale guida della mandria - la regiùra nel dialetto delle valli lombarde o la reina in quelle valdostane di dialetto patois - permettendo agli altri capi di seguirne naturalmente i movimenti. In Svizzera questa tradizione è talmente radicata che esiste perfino un glossario dedicato alle diverse tipologie di campane: Treichel nel Bernese, per il campanaccio classico, Glüngeli nel canton Zurigo per il campanaccio piccolo, Chlöpfer per indicare dialettalmente la campana o Plumpa nei Grigioni, altro modo per identificare la classica campana.
Per un allevatore, però, il loro valore va ben oltre l'utilità pratica. Una mandria non produce semplicemente rumore: forma una vera e propria orchestra. La ricchezza della "batteria" di campane, composta da strumenti di dimensioni e tonalità differenti, crea un'armonia che cambia continuamente. È diversa quando la mandria è in marcia, quando pascola compatta o quando gli animali si disperdono lungo il pendio. Cambia all'inizio dell'estate, quando le mucche sono più vivaci, e alla fine della stagione, quando il loro passo diventa più lento e regolare. Chi conosce davvero questi suoni riesce a capire cosa stia accadendo ancora prima di vedere gli animali.
«eunna bagga que passe Dzouére sensa pon» - qualcosa che attraversa la Dora (fiume Dora Baltea) senza passare sul ponte.
Indovinello Valdostano
Non sorprende, allora, che attorno ai campanacci siano nati proverbi e indovinelli. In Valle d'Aosta uno dei più curiosi li descrive come “eunna bagga que passe Dzouére sensa pon”, "qualcosa che attraversa la Dora senza passare sul ponte". La risposta non è la mucca, ma il suono del campanaccio, capace di propagarsi da un versante all'altro della valle molto prima dell'arrivo della mandria. Un tempo si diceva persino che il vero intenditore fosse colui capace di riconoscere, anche a grande distanza, il suono di un singolo campanaccio.
Il giorno in cui sono i campanacci a parlare
C'è un luogo delle Alpi in cui, per un giorno all'anno, i campanacci smettono di accompagnare le mandrie e diventano i protagonisti della festa. Accade il 1° marzo, durante il Chalandamarz, l'antica celebrazione dell'Engadina e di alcune vallate dei Grigioni che affonda le proprie radici nelle Calendae Martiae, il Capodanno dell'antica Roma. Bambini e ragazzi attraversano i paesi facendo risuonare grandi campanacci, cantando e schioccando fruste per salutare la fine dell'inverno e annunciare l'arrivo della primavera.
Questa tradizione continua ancora oggi a tramandare un'idea antica: che il suono delle campane non serva soltanto a guidare gli animali, ma anche a risvegliare simbolicamente la montagna.
Un suono che racconta la montagna
Osservando una mandria in alpeggio molti si chiedono se quei campanacci possano dare fastidio agli animali. Negli ultimi anni il tema è stato affrontato anche dalla ricerca scientifica. Gli allevatori abituano gradualmente bovini e ovini a portare le campane e, oggi, è sempre più diffuso l'utilizzo di modelli più leggeri durante il pascolo quotidiano, riservando quelli più grandi e pesanti alle transumanze e alle occasioni tradizionali. Per chi vive la montagna, il campanaccio continua infatti a essere uno strumento utile per seguire gli spostamenti della mandria nei grandi pascoli d'alta quota.
Ma il suo significato va ormai ben oltre l'allevamento.
Quando pensiamo alla montagna immaginiamo quasi sempre ciò che vediamo: cime, pareti, laghi, ghiacciai. Più raramente pensiamo ai suoi suoni. Eppure, ogni stagione possiede una propria voce. L'inverno è il silenzio ovattato della neve. La primavera è l'acqua del disgelo che torna a riempire i torrenti. L'estate, invece, è il vento tra i larici, il ronzio degli insetti, il richiamo delle marmotte e, soprattutto, il tintinnio dei campanacci che accompagna le mandrie dall'inizio dell'alpeggio fino al loro ritorno a valle.
Forse è proprio questo il motivo per cui quel suono continua a emozionare chi percorre un sentiero. Non racconta soltanto la presenza delle mucche, ma quella di una montagna ancora vissuta, lavorata e custodita. Dentro quel ritmo irregolare sembra risuonare l'anima stessa delle valli: una voce antica che sale dai pascoli fino alle vette e che, insieme al vento e all'acqua, continua a dare parola a un paesaggio che non smette mai di parlare. Chi sa ascoltarlo scopre che la montagna, prima ancora di mostrarsi, si fa sentire.