Un cervo maschio durante la stagione degli amori © Paolobbi, wikicommons
L'abitato di Scanno, dove i cervi sono stati circondati dai visitatori © Claro48, wikicommons
Daniela D'Amico, da 41 anni nello staff del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, attualmente responsabile della comunicazione © Daniela D'Amico
Una volpe si abbevera in riva a un lago © Alexis Lours, wikicommons
Monte Petroso, una delle vette all'interno del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise © Alex Amariei, wikicommons
Due cariche in poche ore, lo stesso weekend, nel comune di Scanno. Un cervo maschio, circondato da decine di persone che cercavano di fotografarlo, avvicinarlo e dargli da mangiare, ha reagito abbassando il capo e caricando chi gli stava davanti. Un turista di circa 50 anni è stato colpito al fianco dal palco mentre un secondo episodio, avvenuto a distanza di poche ore, non ha provocato feriti ma è stato ugualmente ripreso e diffuso sui social. I video, che sono stati diffusi rapidamente in rete, avevano spinto il Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise a un nuovo e repentino appello pubblico rivolto ai visitatori: “Non è il tuo parco (giochi). Non è il tuo animale domestico”, avevano scritto con un gioco di parole sui loro canali social, ricordando come – al momento delle due cariche – il cervo fosse “circondato da decine di persone che cercavano di fotografarlo, avvicinarlo e dargli da mangiare”.
“Non è il tuo parco (giochi). Non è il tuo animale domestico” Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise
Il sindaco di Scanno, Giovanni Mastrogiovanni, ha invece emanato un'ordinanza che vieta esplicitamente l'avvicinamento alla fauna selvatica, con distanze minime di 25 metri per gli esemplari maschi che salgono a 50 metri durante il periodo degli amori e per le madri con cuccioli. Oltre alla distanza di sicurezza, l’ordinanza prevede anche il divieto di alimentazione e il divieto di disturbo e interazione, cioè i comportamenti che hanno dato vita alla reazione dell’esemplare. Un provvedimento arrivato dopo che, da anni, si ripetono comportamenti simili all’interno del Parco e nei comuni limitrofi.
Ora che la “bolla mediatica” si è sgonfiata e la pressione dei turisti nella zona si è allentata, ne abbiamo parlato con Daniela D’Amico - da 41 anni nello staff del Pnalm e responsabile promozione e comunicazione dell'ente - per capire meglio sia il singolo caso che la tendenza più generale di un fenomeno che appare globale e in costante aumento: il tentativo di avvicinare la fauna selvatica al fine di fotografarla.
Il precedente di Villalago e la convenienza del cervo
“A Scanno è successo quello che, da anni, succede un po' anche a Villetta e in diversi paesi del Parco”, afferma D’Amico. Lo scorso anno, un epilogo simile si era verificato a Villalago quando una turista aveva avvicinato una cerva in compagnia del piccolo per dare loro da mangiare: “La cerva non capiva che la signora voleva dare loro da mangiare, ha interpretato il gesto come un segno di minaccia per il piccolo e l’ha sbattuta a terra”, racconta la responsabile del Parco. In quel caso, però, le conseguenze erano state più gravi rispetto a quelle dell’episodio di Scanno, con la donna che ha ricevuto una prognosi di 15 giorni.
Il motivo di queste interazioni, spiega D’Amico, non va ricercato in una presunta maggiore pericolosità dei cervi, ma nel rapporto che alcuni individui hanno sviluppato con i centri abitati: “Per alcuni cervi avvicinarsi ai paesi può rappresentare un vantaggio: in quelle aree il rischio di predazione da parte del lupo può essere minore rispetto al bosco. In cambio, però, devono tollerare una maggiore presenza umana. Per un erbivoro il rischio più importante, dal punto di vista evolutivo, è quello della predazione, per questo la vicinanza delle persone può essere percepita come un compromesso accettabile finché non superiamo certe distanze o adottiamo comportamenti che l’animale interpreta come una minaccia”.
Non sappiamo più “leggere” l’ecologia
A scatenare il comportamento dell’animale a Scanno, sottolinea ancora una volta D’Amico, non è stato certo un comportamento errato del cervo, ma l’incapacità delle persone di adattarsi alla fauna selvatica e alle sue esigenze: “Il problema è che noi umani spesso non siamo più in grado di ‘leggere’ l’ecologia, cioè la casa che condividiamo con le altre specie e le relazioni che la tengono in equilibrio. È un limite che ritroviamo anche quando parliamo di crisi climatica. Tendiamo a interpretare ciò che accade solo dal nostro punto di vista. Se un cervo apparentemente non viene disturbato dalla mia presenza, non scappa e anzi rimane tranquillo, finisco per pensare che non ci sia nulla di male nell’avvicinarmi. Se poi siamo in tanti a comportarci allo stesso modo, questa convinzione si rafforza e cominciamo quasi a considerarlo alla stregua di un cane o di un gatto. Ma, dal punto di vista etologico, resta un animale selvatico”.
A mancare, secondo la responsabile del Parco, è anche la capacità di comprendere il punto di vista dell’animale: “Se un cervo sceglie di frequentare un centro abitato, per le motivazioni appena dette, siamo noi che dobbiamo essere capaci di adattare il nostro comportamento. Possiamo osservarlo e fotografarlo, certo, ma restando a distanza, senza disturbarlo e soprattutto senza dargli da mangiare. Il problema nasce quando il desiderio di avvicinarsi o di fare il video più bello prende il sopravvento sul rispetto dei suoi spazi e sulla consapevolezza che, comunque, abbiamo davanti un animale selvatico”.
Quando l’animale selvatico è “il mezzo per il nostro piacere”
“Il cervo resta un animale selvatico e il suo comportamento può essere imprevedibile. Inoltre, con l’avvicinarsi del periodo degli amori, nei maschi aumentano fortemente i livelli ormonali e cambia anche il modo in cui percepiscono ciò che accade intorno a loro. Un gesto che a noi sembra innocuo può essere interpretato dall’animale in tutt’altro modo”, sottolinea D’Amico. Ma il punto, aggiunge, riguarda soprattutto il nostro modo di rapportarci alla fauna: “La nostra società è diventata molto brava a guardare l’altro solo in funzione di ciò che può darci. E questo vale anche per gli animali selvatici. Se mi serve per una foto, per un video, per raccontare un’esperienza eccezionale, allora lo cerco, lo avvicino, lo utilizzo. I social amplificano questo meccanismo: il piacere dell’esperienza finisce per coincidere con la possibilità di mostrarla agli altri. Non basta aver visto un cervo: devo dimostrare di essergli arrivato vicino, di averlo toccato o persino di avergli dato da mangiare”.
Il meccanismo, però, non riguarda soltanto i cervi. Ogni anno, verso metà settembre, quando diminuisce la presenza dei turisti, lungo alcune strade del Parco vengono ritrovate volpi investite dopo settimane trascorse ad aspettare il cibo offerto dalle persone: “Per i cervi può esserci un vantaggio legato alla minore pressione dei predatori vicino ai centri abitati, per le volpi è soprattutto una questione di opportunismo. Se per settimane centinaia di persone si fermano a offrire salatini, brioche, pane con la maionese o altri alimenti, che farebbero male anche a noi, la volpe impara rapidamente che conviene restare lungo la strada ad aspettare”. Anche in questi casi le conseguenze possono riguardare direttamente le persone: “Lo scorso anno una donna ha provato a dare del cibo a una volpe direttamente dalla mano ed è stata morsa, finendo in ospedale. Ma quelle volpi non erano affamate. Siamo noi a creare questa abitudine: se nessuno offrisse loro cibo, nel giro di pochissimo tempo tornerebbero a cercarlo naturalmente altrove”, aggiunge D’Amico.
La difficile soluzione a un problema irrazionale
D’Amico invita a non semplificare troppo il problema, nemmeno quando si parla di comunicazione e informazione: “Per noi è frustrante vedere una volpe morta dopo anni di tutela, mentre per qualcuno conta di più il video da pubblicare e i like che riceverà. Si dice spesso che serva più comunicazione, più informazione. Ed è vero. È indispensabile e continueremo a farla. Ma se il problema fosse solo razionale, sarebbe relativamente semplice da affrontare. Qui invece cerchiamo di intervenire con strumenti razionali su comportamenti che nascono spesso dall’emotività, dalla gratificazione immediata e dal desiderio di condividere un’esperienza eccezionale”.
Secondo D’Amico, infatti, non sempre chi mette in atto questi comportamenti ignora le regole: “Una parte delle persone probabilmente non le conosce, ma molte sanno perfettamente che non si dovrebbe avvicinare o alimentare un animale selvatico e lo fanno comunque. In quel momento prevalgono l’emozione, il desiderio della foto o del video e la possibilità di mostrarli agli altri”. Ed è proprio questa contraddizione a essere, secondo lei, la più difficile da affrontare: “Fa rabbia che tutto questo venga spesso raccontato come amore per la natura. A Ferragosto, per esempio, alcuni escursionisti hanno inciso un cuore con le proprie iniziali sulla corteccia di un albero e hanno poi descritto quel gesto sui social come una dichiarazione d’amore per il bosco. Ma amare la natura significa prima di tutto rispettarne i limiti, anche quando questo ci chiede di rinunciare a qualcosa che ci procura piacere, gratificazione personale o approvazione sociale”.