Cartelli al Passo dello Zebrù Nord © Stefano Ardito
Il ghiacciaio dei Forni dal sentiero, © Stefano Ardito
Costruzioni di guerra italiane sotto al Passo Zebrù Sud © Stefano Ardito
Gran Zebrù e Ortles dalla Cima di Solda © Stefano Ardito
Il Gran Zebrù dopo una nevicata, dalla salita al rifugio Pizzini-Frattola © Stefano Ardito
Sosta al rifugio Pizzini-Frattola © Stefano Ardito
Passo dello Zebrù Nord, sullo sfondo il Monte Pasquale © Stefano Ardito
“Passeggiate e gite in luoghi di bellezze superbe. Ricca flora alpina, soggiorno piacevole e saluberrimo per villeggianti e touristi”. “Cura lattea. Comfort moderno. Servizio postale. Medico nell’albergo. Servizio religioso la domenica”. “Sala di lettura. Sala da ballo. Campo per foot-ball, crocket etc”.
Queste, secondo un dépliant del 1896, le attrattive dell’albergo-pensione Buzzi al ghiacciaio dei Forni, appena inaugurato in alta Valfurva. Accanto all’elenco Rinaldo Buzzi, l’imprenditore di Sondrio proprietario dell’edificio, poi noto come albergo dei Forni, aveva voluto un’immagine con larici, fiori e asinelli.
Un viaggio nel tempo
Altre immagini di 130 anni fa mostrano l’edificio, quasi identico a oggi, con il vicinissimo ghiacciaio dei Forni, che scende dalle Tredici Cime, l’anfiteatro di vette che unisce il Cevedale al Tresero passando per il Palon de la Mare, il Vioz, la Rocca Santa Caterina e il San Matteo.
Immagini simili, in quegli anni, promuovono l’hotel du Montenvers sul Monte Bianco, la Franz Josef Haus del Grossglockner, l’hotel del Gornergrat, sopra Zermatt, affacciato su Cervino e Monte Rosa. Strutture confortevoli, raggiunte da strade o ferrovie, che consentono di ammirare da vicino i ghiacciai, attrattive del “nuovo Grand Tour” dell’Europa.
Nove anni prima, due ore di cammino più in alto dell’albergo di Buzzi, la sezione di Milano del CAI aveva costruito la Capanna Cedec, base per il Gran Zebrù e il Cevedale, che in quegli anni di neve abbondante sono meno impegnativi di oggi.
Nel 1923 arriva il rifugio Casati, sul confine tra Lombardia e Alto Adige. Dal 1935, la Val Cedec, il ghiacciaio dei Forni e le loro cime diventano il cuore del parco nazionale dello Stelvio. Un’altra data importante è il 1926, quando la capanna Cedec, distrutta nella prima guerra mondiale, viene nuovamente inaugurata dal CAI e dedicata a Luigi Emilio Pizzini.
Il conflitto del 1915-18
Il conflitto che oppone Italia e Austria-Ungheria, su questi monti, è durissimo e lungo, dato che la rotta di Caporetto, nell’autunno del 1917, non sposta il fronte dello Stelvio. In cima all’Ortles, 3.905 metri, spara fino all’ultimo giorno di guerra un cannone austro-ungarico, oggi esposto a Solda.
Il Gran Zebrù e le vette vicine, presidiati dai Kaiserjäger, vengono attaccati dalle truppe italiane basate alla capanna Milano, l’odierno rifugio V Alpini. Nel 1918 viene conteso il San Matteo.
Si combatte anche in Val Cedec, come testimoniano reticolati e trincee. Gli austro-ungarici, che come gli alpini si spostano veloci sugli sci, attaccano sia la capanna Cedec sia l’albergo dei Forni, trasformato in un comando tricolore.
Qui, nell’agosto 1915, muore Pietro Ghedina da Cortina d’Ampezzo, guida alpina e sergente degli Schützen. Una lettera trovata nelle sue tasche, con l’augurio di “lavarci nel sangue di quella porca bestiolina italiana” causa feroci polemiche sulla stampa. Quando torna la pace, alpinisti, escursionisti e sciatori di lingua italiana e tedesca tornano insieme sui monti.
La guerra di oggi
Oggi, più di un secolo dopo, è in corso una battaglia diversa, senza vincitori o vinti. Il ghiacciaio dei Forni, che un tempo scendeva fino alla quota dell’albergo, nonostante due fasi di espansione dopo il 1904 e dopo il 1971, si divide in tre rami e continua a ritirarsi.
Negli anni, la colata viene studiata da Ardito Desio, e poi dai ricercatori dell’università Statale di Milano e del servizio glaciologico lombardo e dagli esperti del CAI.
Nello scorso agosto, in un evento della Carovana dei ghiacciai di Legambiente, gli esperti hanno certificato che, solo tra il 2014 e il 2022, la colata si è ritirata di 400 metri e ha perso fino a 70 metri di spessore.
La via normale del Gran Zebrù, 3851 metri, che fino a qualche decennio fa utilizzava anche a luglio un pendio di neve, ha lasciato il posto a una pericolosa scarpata di sfasciumi. La salita del Cevedale, 3.769 metri, un tempo elementare, è ogni anno più impegnativa.
Chi segue i sentieri, invece, può esplorare senza problemi questi luoghi, usando tutte le precauzioni del caso. Il rifugio Pizzini-Frattola chiude a metà settembre. Il rifugio (ex-albergo) dei Forni è aperto fino al 30. Il rifugio Casati è chiuso per lavori, ed è aperto solo il piccolo (e spesso sovraffollato) locale invernale. In estate si può arrivare al rifugio Pizzini con le jeep-taxi.
Gli itinerari
Dal rifugio dei Forni al rifugio Pizzini-Frattola (470 metri di dislivello, 3 ore a/r, T) si tratta della classica passeggiata al rifugio. Da Santa Caterina Valfurva, una strada a pedaggio sale al posteggio (2.130 metri) a valle del rifugio dei Forni (2.178 metri), con una raccolta di cimeli della Grande Guerra. Si segue la più alta di due strade sterrate, che sale in un bosco di pino cembro, e
continua a mezza costa, con panorami sul ghiacciaio dei Forni e le sue vette.
Si passa davanti a una malga, si aggira un crinale da cui appare il Gran Zebrù, si tocca un rifugio del Parco, si supera un ponte e si sale al rifugio Pizzini-Frattola (2.700 metri, 1.45 ore). La discesa richiede 1.15 ore.
La Cima Zebrù e le postazioni della Grande Guerra
(dal rifugio Pizzini: 430 metri di dislivello, 2.45 ore a/r, E). Un bell’anello tra postazioni restaurate. Dal rifugio si seguonoo i segnavia 529. Il sentiero sale per prati, taglia un ampio pendio ghiaioso e raggiunge il passo Zebrù Nord (3.028 metri), da cui si continua a sinistra, in cresta, fino alla panoramica Cima Zebrù (3.119 m, 1.15 ore), circondata da reticolati. Si scende sul crinale al passo Zebrù Sud (o passo Castelli, 3.012 metri), e poi ai resti di un villaggio militare italiano (2.900 metri). Un sentiero sulle morene e poi sui prati riporta al rifugio (0.45 ore).
Il rifugio Casati e la Cima di Solda
(dal rifugio Pizzini: dislivello 700 metri, 4 ore a/r, EE). La Cima di Solda, belvedere sull’Ortles, ad agosto e settembre si raggiunge per un sentiero, prima servono piccozza e ramponi. Dal rifugio si riparte per la strada sterrata che sale ai laghi di Cedec e a un bivio (2.820 metri, 0.30 ore) in vista della teleferica del rifugio Casati.
Si raggiunge e si risale a tornanti una scarpata detritica, poi un tratto accanto a fili spinati porta al passo del Cevedale e al rifugio (3269 m, 1.15 ore). Si sale al rifugio Guasti, si scende accanto a trincee austro-ungariche, si supera una larga sella e si sale per un sentierino alla Cima Meridionale di Solda (0.30 ore), ottimo belvedere. Il ritorno richiede 1.45 ore.