Groscavallo è il Comune che porterà all'aumento più significativo di territorio © Hairless Heart - Opera propria, CC BY-SA 4.0 - WikicommonsL'allargamento dei confini del Parco nazionale del Gran Paradiso è un tema molto sentito, che continua a fare discutere. Dopo l'intervista al presidente Marco Durbano e sulla scia degli interventi ospitati su Lo Scarpone questa estate riguardo all'uscita del “Budello di Valsavarenche” dall'area protetta, torniamo a dare voce al dibattito con una lettera inviata alla nostra redazione da Alberto Farina, che contesta i reali benefici dell'operazione di inclusione di nuove porzioni di territorio.
L'ampliamento dei territori: non è tutto oro quello che luccica
di Alberto Farina
Vi scrivo per proporre alcune riflessioni da “ambientalista da salotto”, etichetta che il presidente del Parco Nazionale Gran Paradiso, il leghista Mauro Durbano, affibbia a chiunque sollevi dubbi sul suo operato e nella fattispecie sull'annunciato allargamento del Parco sul versante piemontese.
Nelle stanze delle istituzioni e nei comunicati stampa ufficiali, quando si parla di ambiente e aree protette l'aggettivo che va per la maggiore è sempre lo stesso: "storico". Non ha fatto eccezione l’annuncio dell'allargamento dei confini del Parco PNGP sul versante piemontese. L'entusiasmo di facciata narra di una svolta epocale, nata dal basso e accolta a braccia aperte. Ma grattando appena sotto la superficie della retorica bucolica, l'operazione rivela non poche crepe, sollevando il dubbio che – più che di un'illuminata campagna ecologista – si tratti dell'ennesimo esercizio di geometria politica.
L'iter è già a buon punto (ok di Ispra e Regione Piemonte, in attesa della conferenza Stato-Regioni) e prevede l'aggiunta di oltre 8.400 ettari (+12%). A tirare la volata sono cinque Comuni: Ribordone, Pont Canavese, Sparone, Ingria e soprattutto Groscavallo, che da solo porta in dote circa 4.000 ettari, ovvero il 43% del proprio territorio comunale. Un’adesione talmente imponente da far quasi sospettare che in Val Grande di Lanzo si siano scoperti tutti improvvisamente custodi della biodiversità alpina.
I punti di forza sbandierati dai sostenitori dell'iniziativa dipingono un quadro idilliaco. Per la prima volta nei 104 anni di vita del PNGP, non è lo Stato a calare i vincoli dall'alto, ma sono i sindaci a bussare alla porta del Parco. A questo si aggiunge la promessa di una proiezione turistica e "green", con il marchio Gran Paradiso a fare da vetrina pubblicitaria imbattibile per attirare un turismo sostenibile e consapevole. Infine, c'è la narrazione ecologica pura: più territorio sotto tutela significa, almeno in teoria, maggiore protezione per fauna e flora in un'epoca segnata dal cambiamento climatico. Sulla carta sembra la classica operazione win-win, ma quando dalla burocrazia si passa ai sentieri d'alta quota l'idillio sfuma rapidamente.
L'inclusione di Groscavallo appare come un vero e proprio alieno geografico e gestionale. Se per la Valle Soana l'ampliamento rappresenta un naturale consolidamento di vallate già storicamente compenetrate nel Parco, la Val Grande di Lanzo è una realtà economico-sociale e pastorale del tutto disorganica rispetto alla storia del PNGP.
Mentre gli amministratori pregustano le luci della ribalta, tra chi in montagna ci vive e lavora – allevatori, margari, piccoli proprietari – striscia un giustificato timore. Un Parco Nazionale non è una semplice etichetta, poiché porta con sé rigide limitazioni su pascoli, utilizzi forestali e viabilità agro-silvo- pastorale. La frattura tra le giunte comunali entusiaste e la base dei residenti potrebbe essere tutt'altro che una fantasia.
Il nodo della gestione
Aumentare la superficie del 12% è un attimo, ma gestirla è un'altra storia. Il Corpo dei guardaparco, già alle prese con organici tirati all'osso e vincoli di bilancio, si troverà a doversi occupare di migliaia di ettari in più. Senza risorse umane e finanziarie aggiuntive per la manutenzione di infrastrutture e sentieri, l'ampliamento rischia di tradursi in una tutela puramente virtuale: confini più lunghi sulla mappa, ma gli stessi uomini sul campo. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci s'indovina. L'impressione nitida è che l'intero impianto risponda a una sottile operazione di bassa cucina politica, dove la tutela dell'ambiente funge da eccellente foglia di fico.
Da un lato, il ministero e la Regione possono esibire con orgoglio numeri in crescita, utilissimi per spuntare le caselle dei target europei di superficie protetta entro il 2030, a costo zero o quasi. Dall'altro, per le amministrazioni locali il bollino del Parco Nazionale è diventato il lasciapassare perfetto per scalare le graduatorie dei bandi di finanziamento pubblici ed europei.
Quando i confini di un'area protetta vengono tracciati dalle geometrie delle giunte comunali e dalla fame di contributi straordinari, anziché da rigorosi criteri di biologia della conservazione e da un serio piano di copertura finanziaria, a perdere è proprio l'ambiente. Più che un grande passo avanti per la natura, questo ampliamento assomiglia all'ennesimo buffet politico consumato sulla pelle della montagna reale.
A lasciare sconcertati sono le parole dello stesso presidente Durbano, la cui narrazione scivola in una clamorosa contraddizione di fondo.
Da un lato, Durbano indossa gli abiti dell'ambientalista entusiasta nel celebrare l'ingresso di Groscavallo, blindando i nuovi territori sotto la scure della Zona A: la massima tutela del Parco, assicura, è l'unico argine per la biodiversità e l'unica vera leva per lo sviluppo locale. Dall'altro, però, cambia radicalmente spartito quando si tratta dei centri abitati della Valsavarenche. Qui benedice il più che controverso "scontorno" — l'uscita dei paesi dal Parco — bollando l'inclusione dei residenti come un «errore» che genera solo «vessazione burocratica». E per rassicurare gli scettici sfodera la carta della Rete natura 2000: le tutele europee, sostiene, bastano e avanzano per garantire la salvaguardia dell'ambiente.
Una logica di due pesi e due misure
È qui che il castello logico crolla. Se la Rete natura 2000 è davvero uno scudo sufficiente a giustificare la ritirata del Parco in Valle d'Aosta, per quale motivo nelle Valli di Lanzo — dove gran parte dei territori è già inserita proprio nella Rete Natura 2000 — si avverte l'urgenza di sovrapporre i ben più soffocanti vincoli del Parco Nazionale? Due pesi e due misure che dimostrano come questo ampliamento non sia affatto un grande passo avanti per la natura, ma soltanto un buffet politico consumato sulla pelle della montagna reale.