Alcune delle riviste facenti parte dell'archivio CAI
Il primo verbale della storia del Club Alpino Italiano
Parte dell'archivio CAI
La documentazione sui rifugi
Una videocamera 16 millimetri: la tecncologia di un tempo aveva un peso ben differente
Archivio è una parola un po' polverosa, dotata però del fascino che hanno i luoghi capaci di raccontare storie nascoste o dimenticate, se non addirittura segreti. Non solo: al giorno d'oggi, in una società dove siamo sommersi di dati più o meno verificati, ma disponibili immediatamente, un archivio fisico è anche un luogo dove l'esercizio della mente si fa prezioso e insolito.
Una giornata dedicata al tempo sospeso
Il tempo sospeso è quello tra presente e passato, in questo caso dell'archivio CAI, un luogo magico che questa domenica sarà aperto dalle 10 alle 13, presso la sede centrale di Milano. L'iniziativa si chiama Escursione nella memoria. L'archivio della sede centrale del CAI: persone, rifugi, territori e consiste in una visita guidata tra documenti originali esposti per la prima volta e filmati d'epoca.
L'apertura rientra nel programma di Domenica di carta, l'iniziativa del ministero della cultura dedicata alla valorizzazione del patrimonio custodito da archivi e biblioteche, coordinata dalla soprintendenza archivistica e bibliografica della Lombardia. In via Petrella saranno esposti documenti e oggetti che richiamano un'altra epoca e un altro modo di vivere la montagna, come per esempio una videocamera che Reinhold Messner utilizzò sul K2, riviste di un secolo fa o il verbale della prima riunione del Club Alpino Italiano, tenutasi il 23 ottobre 1863, con l'atto costitutivo.
Un mestiere prezioso
L'archivista è una figura che vive lontano dai riflettori, ma la dedizione con cui svolge il proprio lavoro è fondamentale al fine di conservare la memoria di un ente nel corso degli anni. Mariano Venturini, vice direttore del Club Alpino italiano, è archivista per passione, qualcosa che traspare dalla cura che riserva alla conservazione del patrimonio di quasi 163 anni di storia.
L'archivista è un po' come l'arbitro. Di base è meglio che non venga nominato, perché te ne accorgi solo quando c'è qualcosa che non funziona...
Esatto. Pur essendo un ente piuttosto statico dal punto di vista dell'archivio, la storia del CAI è molto articolata e c'è stata una stratificazione molto importante di documenti nel corso del tempo. Quando sono arrivato c'erano circa 700 contenitori in attesa di qualcuno che rendesse questo patrimonio più semplice da utilizzare.
Come avete riorganizzato il tutto?
Intanto il materiale era ben conservato e questo non è banale. Mettere ordine non è stato semplice, ma allo stesso tempo è stato un lavoro affascinante, perché l'archivio del CAI è molto di più rispetto a una semplice raccolta di carte che hanno una utilità, come può essere per una amministrazione. È un viaggio nella storia del Paese, che si snoda attraverso eventi, dichiarazioni, il sentire del tempo che si traduce in un modo di vivere la montagna. Abbiamo cercato di isolare i vari nuclei tematici., alcuni integri, altri meno.
Il fatto che ci fosse del materiale semplicemente "riposto" è stato un vantaggio dal punto di vista conservativo?
In un certo senso sì, altrimenti qualcosa sarebbe potuto andare perso. La semplice stratificazione ci ha restituito moltissimo materiale: la componente istituzionale, con tutti i documenti a partire dal 1863, ma anche i documenti sulle spedizioni, arrivato sia dal CAI centrale che dalle spedizioni delle singole sezioni. E poi c'è tutta la parte relativa a rifugi e opere alpine. In questo senso, pensate al valore che hanno le carte risalenti a quando i rifugi erano presidi militari, una parte della nostra storia che altrimenti rischia di essere dimenticata. E poi ci sono studi su valanghe, sentieristica, i rapporti con le comunità locali.
E poi ci sono anche le riviste, i giornali, che restituiscono uno sguardo diverso...
Certo, è qualcosa di più ricco, meno asciutto rispetto alla semplice documentazione. Noi non abbiamo molto, ma in digitale c'è invece parecchio, grazie al prezioso lavoro della biblioteca nazionale, che fa capo al Museo della montagna di Torino.
Che tipo di esposizione sarà?
Una selezione molto arbitraria, che faremo nella sala di rappresentanza. Qualche documento, riviste che per esempio evidenziano l'evoluzione del logo CAI, spinto prima verso il futurismo e poi ancora evoluto, carteggi. Abbiamo una cinepresa utilizzata da Messner, fa impressione vedere cose si portavano, anche in termini di peso, in spedizione. È anche una storia sull'evoluzione della tecnologia.
Un archivio fisico insegna anche un modo ormai dimenticato di ragionare?
Sì, perché oggi siamo sommersi da una grande quantità di dati. Siamo abituati a dare una parola chiave e poi andare a vedere cosa ci serve o meno, ma su un nucleo molto preciso. Con un archivio fisico, invece, devi avere un tuo percorso che parte da un punto per andare in un altro. E nel frattempo si aprono molte biforcazioni, possibilità, è qualcosa che si allarga. E nel mondo contemporaneo è anche un esercizio utile per ampliare lo sguardo.