© Anonymous
Adam Ondra © Anonymous
Didier Raboutou su La Mission (8b) a Buoux, in Francia, nel 1988
Training wall © Anonymous
In questa nuova rubrica, ogni mese risponderò anche ad aclune domande dei lettori, riguardanti i diversi argomenti proposti tramite mail o raccolti tramite box domande via social.
L’argomento più “virale” di questo mese riguarda il dolore al gomito, problema molto diffuso tra i climber. Nello specifico, perché mi fa male il gomito quando scalo? Come lo posso interpretare? Ma soprattutto, devo per forza smettere?
La risposta, come avrete imparato a prevedere è: dipende. So che può sembrare monotono, ma ogni dolore è diverso e non esiste una risposta uguale per tutti. Ogni volta che, senza traumi diretti (come una caduta sul gomito o un impatto su una presa) appare un dolore, la prima domanda da porsi è: cosa è successo nelle ultime settimane? Ho aumentato la frequenza o l’intensità degli allenamenti o delle uscite? Mi sono concentrato su un progetto particolare che richiedeva particolari sollecitazioni sui gomiti? Ho svolto attività esterne all’arrampicata che hanno richiesto ulteriore carico sui gomiti?
Il dolore è sicuramente un segnale che merita attenzione, ma non equivale automaticamente ad un danno tissutale e non sempre è richiesta la totale sospensione dell’attività sportiva.
Il primo passo da compiere sarà quindi l’identificazione delle attività provocative e dei fattori contribuenti, successivamente l’inquadramento delle strutture responsabili con la relativa esclusione di problematiche che richiedono attenzione medica e la successiva modifica e adattamento delle attività quotidiane e dell’arrampicata.
Individuare la SEDE DEL DOLORE
Durante l’arrampicata il gomito è sottoposto ad un alto volume di lavoro: la richiesta di carichi elevati e ripetitivi, le contrazioni isometriche prolungate (spesso eseguite a gomito flesso), la necessità di un’intensa forza di grip. Queste richieste causano una continua ed elevata sollecitazione dei tendini di inserzione comuni dei flessori delle dita e del polso, localizzati sull’epicondilo mediale (la parte interna del gomito). In questa sede si inserisce anche il muscolo pronatore rotondo, responsabile della pronazione dell’avambraccio e sollecitato in numerose prese.
Quando il dolore si presenta anteriormente potrebbero essere responsabili i tendini del bicipite brachiale o del muscolo brachiale, sollecitati nella flessione di gomito ed in supinazione.
Più raro, ma non assente, è il dolore localizzato sull’epicondilo laterale (la parte esterna del gomito).
© Anonymous
Da aggiungere al volume accumulato in parete, ci sono tutti gli esercizi eseguiti a secco: trazioni e prese su manubri e bilancieri sono ulteriori sollecitazioni che si sommano a quelle generate dall’arrampicata. Questo dettaglio è spesso trascurato e molte volte fattore scatenante di fastidiose sindromi da sovraccarico.
Quando un nuovo dolore insorge bisogna guardare il quadro generale e non fermarsi alla sola attività che lo provoca. Spesso quelle sessioni in più al trave o le numerose trazioni aggiunte agli allenamenti sono tra le cause scatenanti!
Ormai abbiamo imparato a conoscerlo e prevenirlo nell’articolo sul ritorno in palestra dopo una pausa: di solito il dolore al gomito causato dal sovraccarico insorge progressivamente ed in concomitanza ad un aumento delle sessioni di allenamento, dell’allenamento a secco, ai numerosi tentativi su un progetto che richiede movimenti particolari e ripetitivi (soprattutto in flessione di gomito e con intenso lavoro sui flessori di polso e dita), approccio ad un blocco con richiesta di esplosività.
In questi casi non è necessario interrompere totalmente gli allenamenti, se non in presenza di dolore intenso, che andrà gestito per i primi giorni. Successivamente sarà fondamentale ridurre il carico di lavoro totale a carico delle strutture identificate modificando le attività.
Vi porto l’esempio di un paziente che ho recentemente trattato per un dolore al gomito che si presentava in sede anteriore, specialmente in seguito a sessioni con posizioni di massima flessione. Non abbiamo interrotto gli allenamenti ma abbiamo momentaneamente sostituito le pareti verticali e con richiesta elevata di grip, con strapiombi e difficoltà più semplici, mentre abbiamo scalato momentaneamente il volume e l’esecuzione delle trazioni alla sbarra, utilizzando gli schemi motori che gli permettessero un allenamento senza scatenare i sintomi.
I passi successivi saranno una progressiva ricostruzione della tolleranza al carico e ritorno alle attività abituali.
QUANDO FERMARSI
Non tutti i dolori al gomito sono dovuti a sindromi da sovraccarico. Anche in assenza di traumi, in presenza ad una importante perdita di forza, formicolii ed alterazioni della sensibilità, limitazione della mobilità e peggioramento dei sintomi è opportuno un inquadramento specialistico. È vero che non tutti i dolori derivano da danni tissutali e le sindromi da sovraccarico sono la causa più frequente, ma “più frequente” non significa “la totalità dei casi”.
In conclusione, ogni dolore va inquadrato e gestito in modo personalizzato ma soprattutto, non va ignorato per il timore di dovere smettere di fare quello che si ama.
Le soluzioni esistono, ma solo se le cerchiamo, meglio se con la dovuta attenzione.