Dal Parco Nazionale Gran Paradiso un sistema di allerta precoce sulla salute degli ungulati

L'ente porta la sua esperienza all'interno del progetto europeo AlpsLife. Obiettivo: costruire reti di dati condivise per intercettare i segnali di rischio delle popolazioni alpine

 

Il progetto AlpsLife continua a crescere, e lo fa anche grazie al contributo del Parco Nazionale Gran Paradiso (PNGP). Il Parco, infatti, è stato individuato come ente responsabile per la realizzazione di un sistema di monitoraggio di ungulati come stambecchi, camosci e cervi proprio per l’elevata diffusione di esemplari tra Piemonte e Valle d’Aosta. Tra i vari obiettivi del progetto, uno dei più particolari riguarda la realizzazione di sistemi di allerta precoce per la tutela delle popolazioni più vulnerabili. Si tratterà di una piattaforma online, ad oggi in fase di realizzazione, in cui i parchi partner del progetto potranno inserire una segnalazione dopo aver individuato casi di malattie specifiche tra gli esemplari osservati. Con questo sistema le notifiche di allerta attraverseranno in tempo reale l'arco alpino, permetteranno agli altri enti di agire con prontezza per tutelare le popolazioni di altre aree protette. 

I modelli che verranno prodotti nell'ambito del progetto, inoltre, punteranno a integrare i dati delle osservazioni compiute da sette parchi nazionali distribuiti lungo tutto l’arco alpino e proveranno a descrivere lo stato di salute della biodiversità in una determinata area, migliorando la risposta ai diversi tipi di problemi che le specie animali affrontano quotidianamente: “Nello specifico, noi del Parco Nazionale Gran Paradiso realizzeremo un sistema di allerta relativo agli ungulati, che si concentrerà sulla diffusione di malattie nelle specie. Sono eventualità che possono diventare un problema rilevante per la sopravvivenza delle popolazioni, e sarà uno strumento che ci permetterà di prendere decisioni e agire in modo più efficace a tutela degli esemplari”, afferma Alice Brambilla, naturalista e ricercatrice presso il Parco Nazionale Gran Paradiso.

“Vorremmo riuscire a osservare come variano le popolazioni quasi in tempo reale”.

Più in generale, AlpsLife si basa proprio sulle osservazioni naturalistiche condotte dai numerosi enti coinvolti con l’obiettivo di realizzare modelli in grado di facilitare la tutela della biodiversità e la conservazione delle specie a rischio: “Con questo progetto vorremo riuscire ad osservare quasi in tempo reale le tendenze delle popolazioni che abitano i nostri parchi, per capire se sono in aumento o in diminuzione e per quale motivo si sta verificando una variazione”, afferma Brambilla.

Le principali patologie degli ungulati

Nel caso degli ungulati più diffusi nell’arco alpino, sono numerose le patologie sulle quali si sta concentrando la realizzazione del modello tra quelle identificabili tramite monitoraggi sanitari: “A livello di sopravvivenza degli esemplari, ad esempio, gli stambecchi sono molto vulnerabili alla rogna che, al momento, è stata osservata solo nelle Alpi orientali. In Francia, invece, la specie ha avuto molti problemi con la brucellosi, una malattia infettiva che stava contagiando anche i bovini e che stava causando problemi anche alla produzione di latte e formaggio”, prosegue la ricercatrice.

Relativamente a camoscio e stambecco, invece, una delle patologie sulle quali il gruppo di ricerca si sta concentrando è la cheratocongiuntivite, una malattia che compare ciclicamente e che non provoca direttamente la morte dell’esemplare colpito, ma cecità temporanea. Una conseguenza che, soprattutto durante l’inverno, può far scivolare gli animali o impedire loro di alimentarsi, causando un'elevata mortalità indiretta.

Un progetto per una tutela condivisa delle specie

AlpsLife, finanziato dall’Unione Europea, è nato proprio per colmare la mancanza di comunicazione e omogeneità delle procedure tra i vari enti dell’arco alpino, nel tentativo di individuare azioni comuni di monitoraggio e tutela della biodiversità. Per questo, l’iniziativa coinvolge partner come istituti di ricerca, parchi naturali ed altri enti provenienti da Italia, Francia, Svizzera, Germania, Slovenia e Austria: “L’idea è quella di partire dalle esperienze delle aree protette per capire se ci sono elementi in comune sui quali poter agire. Puntiamo, ad esempio, a realizzare mappe in cui indicheremo le aree in cui sono necessari interventi più urgenti, ma il progetto serve anche a supportare in modo efficace le decisioni politiche”, prosegue Brambilla.

“Puntiamo a estendere il progetto a tutti gli enti interessati”.

A oggi, c'è poca comunicazione su tematiche come queste tra i vari enti – afferma la ricercatrice –. Trovare un modo per condividere questi dati permetterà una pianificazione condivisa delle strategie di conservazione e intervento. L'idea è quella di iniziare con una rete che comprenda le aree protette già parte del progetto per poi, se tutto andrà a buon fine, estendere l’idea a qualsiasi ente di gestione interessato”.

Osservare localmente, agire globalmente

Ma il progetto, avviato nei primi mesi del 2025 e che dovrebbe terminare nel 2028, è chiamato ad affrontare non poche sfide: “Ogni territorio ha particolarità che si riflettono su ogni aspetto delle osservazioni, e non è semplice far dialogare tutti questi elementi. Noi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, magari, abbiamo più conoscenze su stambecco e camoscio, mentre altri parchi monitorano con più frequenza capriolo e cervo. Per questo, come modellistica siamo ancora in una fase un po’ embrionale. Un’altra difficoltà riguarda, invece, il riuscire ad amalgamare i dati raccolti dai vari enti e i differenti indicatori ecologici utilizzati”, prosegue Alice Brambilla.

Anche le discipline sportive possono disturbare la fauna

L’impegno quotidiano di ricercatori e ricercatrici del Parco, però, non si esaurisce nelle attività legate ad AlpsLife o alle analisi di ampia scala, ma affronta anche alcuni casi specifici: “Stiamo lavorando molto a come i cambiamenti climatici stiano influenzando le dinamiche di popolazione come, ad esempio, per la sopravvivenza dei piccoli di stambecco. Ma il nostro obiettivo è anche quello di andare un po’ oltre le tematiche più grandi”, prosegue Brambilla.

Stiamo valutando se alcune pratiche in ambiente montano disturbano gli animali.

Vorremmo concentrarci, ad esempio, sul disturbo che la pratica di un determinato sport alpino o alcune pratiche diffuse nei territori montani possono comportare per gli animali. Sul cambiamento climatico, un Ente Parco non può fare altro che informazione e divulgazione mentre, su tematiche come queste, può individuare pratiche corrette da adottare per contribuire a limitare la crisi della biodiversità”, conclude la ricercatrice.