Donne e rifugi: intervista a Giorgia Lazzarini, regista di "Straordinarie"

Presentato al Trento Film Festival nel 2025, il documentario esplora il mondo dei rifugi e del lavoro in montagna dal punto di vista delle donne che lo gestiscono. Come e perché è nato ce lo racconta la regista Giorgia Lazzarini

Ho voluto normalizzare il fatto che le donne possono fare un lavoro che è considerato comune che sia fatto da un uomo. 

Neve fino alle ginocchia, telecamera in spalla e su a piedi per la montagna: questo, e tanto altro, sono state le riprese di “Straordinarie”, il primo documentario di Giorgia Lazzarini, regista ventinovenne originaria del Veneto, presentato al Trento Film Festival nel 2025 e realizzato con il sostegno del Cai, di CMP e di LaMunt

Anna Bortoletto, Valeria Pallotta, Elena Bergamin, Marika Fraschi, Roberta Silva, Francesca Debertol: sono le protagonisti o, come piace dire a Giorgia Lazzarini, autrici insieme a lei del documentario, gestrici rispettivamente dei rifugi Grassi (Valtorta, BG), Re Alberto I (Gartl, BZ), Sasso Bianco (BL), Pordenone (Cimolais, PN), Roda di Vael (Sella del Ciampaz, TN) e Contrin (Canazei, TN). 

All'indomani del convegno al Senato “Il Club Alpino Italiano: un'infrastruttura civile per il Paese”, in cui il vicesegretario generale del CAI Giacomo Benedetti ha ricordato che i rifugi sono infrastrutture base, non alberghi ma informazione, primo orientamento ed educazione alla montagna, abbiamo intervistato Giorgia Lazzarini. Con lei abbiamo parlato sì di rifugi, ma dal punto di vista di chi li gestisce: in questo caso, le donne

In “Straordinarie” si intrecciano temi come l'ambiente, il lavoro, gli stereotipi di genere, ma anche storie di amicizia, di lavoro di gruppo, di ricerca di pace e di crescita personale. Tutto questo si ritrova anche nelle parole con cui Giorgia ci racconta l'ideazione e la nascita del documentario.

 

Come nasce questo documentario?

Il documentario nasce per un'esigenza personale di fare qualcosa di mio. Lavoro nel settore della pubblicità, faccio video da 7 anni nell'ambito musicale e della moda. Il mio sogno nel cassetto sono stati sempre i documentari, ma farli in forma retribuita, e quindi vivere di questo, non è così facile.

 

C'è stato qualcosa che ti ha ispirato?

Ho letto per caso un articolo sulla rifugista del Piz Boè, una ragazza che aveva 26/27 anni quando ha deciso di gestire la struttura, che era anche da ristrutturare. Ammiro molto il lavoro delle rifugiste, è complicato e faticoso e loro lo fanno in modo eccellente, senza arrendersi. Io poi amo la montagna, ci andavo sin da piccola – i miei non mi hanno mai portato al mare in vacanza! – e oggi so che quando ho bisogno di staccare la testa e riposarmi devo andare lì! Ho pensato che raccontare le storie delle rifugiste potesse essere un buon incipit per la mia carriera da documentarista!

 

Che cosa ha significato per te raccontare le storie di queste donne?

Nel mio settore lavorativo, le donne non sono considerate capaci di fare il lavoro in maniera "fluida". Per esempio, le cose pesanti sul set, come le luci, le spostano gli uomini perché si sentono più forti o che si stancano meno; oppure mi è capitato che, a parità di capacità, scegliessero un uomo anziché me perché lui viene considerato più affidabile. Non so sulla base di cosa, ma va bene. C'è un po' di discredito verso la donna in questo mondo. E ho pensato che questa cosa si collega bene con il lavoro e l'ambiente che frequentano le rifugiste. Ancora oggi alcuni membri del Cai dicono "sì, anche le donne fanno questo adesso" e non è un commento positivo da fare nel 2026. 

 

È un documentario che parla di questo?

No, non è una forma di denuncia. Ho voluto normalizzare il fatto che le donne possono fare un lavoro che è considerato comune che sia fatto da un uomo. 

 

E stai avendo un riscontro nella diffusione di questo messaggio?

Sì! Non ti nego che ho ricevuto delle critiche da alcuni uomini che dicono che questo film è troppo femminista, termine usato nell'accezione di “estremista”, che io non condivido. Molti mi hanno detto che per loro non è concepibile che una donna faccia la rifugista, perché è un lavoro pesante e deve farlo un uomo. Ma non funziona così: se una cosa è pesante da fare, e richiede più forza fisica, non è “giusto” che debba farla un uomo, può farla anche una donna. Si possono trovare altri modi per affrontarla, ad esempio farla in comunità. Poi ognuno vede quello che vuole nel documentario, ma io non voglio lanciare il messaggio “le donne sono più forti degli uomini”. 

 

E che messaggio vuoi lanciare? 

Che una donna può essere tutto quello che vuole: sia madre, sia lavoratrice, può fare lavori pesanti e allo stesso tempo andare dal parrucchiere. Ci sono in particolare due scene che secondo me sono fortissime. La prima, quando Roberta racconta che i fornitori vogliono parlare con il gestore del rifugio, non con la gestrice, e lei dice "sono io il gestore, usate il termine che volete, dovete parlare con me"; la seconda, quando Marika racconta che i clienti si fidano di più del collega di sala Ivan quando chiedono informazioni sui sentieri, invece a lei chiedono cosa c'è da mangiare. A quel punto Marika risponde "chiedete a Ivan". Non servono grandi giri di parole, sono due messaggi forti che parlano da soli. Girare questo documentario mi ha fatto capire che voglio raccontare storie vere di donne che non fanno cose estreme, semplicemente fanno quello che vogliono. Questa è la mia battaglia personale per parlare di femminismo ridando a questa parola il suo significato originale: normalizzare la persona e le sue scelte.

 

E come mai il titolo "Straordinarie"? Non è un po' in controtendenza con l'obiettivo di normalizzare la realtà di queste donne?

Perché per me loro sono straordinarie! Fanno un lavoro così pesante e a volte solitario, che per me è straordinario. Poi parli con loro ed è normale quello che fanno. Qualsiasi concetto è visto in modo diverso a seconda di chi lo guarda. 

 

Parliamo della produzione del documentario. Ti ha aiutato qualcuno o hai fatto tutto da sola?

Ho iniziato a lavorare al documentario anche perché ho trovato le persone giuste che volevano accompagnarmi in questo viaggio senza chiedermi niente. Se non le avessi trovate, non so se l'avrei fatto!

 

In che senso "senza chiederti niente"?

Il documentario all'inizio era autoprodotto, non potevo assicurare subito i compensi ai miei collaboratori. E non è così semplice proporre alle persone di lavorare, brutalmente, a gratis. Quando ho spiegato la situazione, i colleghi hanno accettato senza chiedermi niente. È stata una bella sorpresa per me. Poi abbiamo anche trovato gli sponsor. Oggi quei colleghi sono anche amici, il rapporto si è rafforzato molto dopo questo lavoro perché non è stato semplice a livello logistico. Anche tutta la fase di preproduzione è complessa.

 

Ce la racconti?

Intanto c'è stata la ricerca e la scelta delle donne che sarebbero state protagoniste del documentario: con Valentina, la mia aiuto regia, abbiamo preso la lista dei rifugi del CAI e del SAT per capire quante fossero. Poi bisognava cercare gli sponsor: abbiamo mandato email ai brand che potevano essere interessati al progetto. Poi la parte dei permessi! Una mia amica se ne è fatta carico perché se ne era occupata già all'università, ma non è stata per niente facile: per compilare un modulo bisognava leggere anche 80 pagine alla volta! Il permesso bisogna chiederlo sia al comune sia ad altri enti: per esempio i parchi naturali, quindi abbiamo dovuto identificare i confini entro cui rientravano i rifugi. Ad esempio, non sapevo che le Torri del Vajolet sono sia in Trentino sia in Alto Adige, quindi abbiamo dovuto fare richiesta ad entrambe le province. Oppure il rifugio Pordenone è nel Parco delle Dolomiti Friulane - soggetto alle direttive Uccelli e Habitat (ndr). Nel periodo in cui giravamo noi c'era la possibilità che gli uccelli a specie protetta nidificassero, quindi dovevamo stare attenti a far volare il drone.

 

In che periodo avete fatto le riprese?

Abbiamo iniziato a metà maggio al Sasso Bianco, poi al Grassi a fine maggio, al Roda a inizio giugno, al Pordenone a metà giugno, al Re Alberto I a fine giugno e al Contrin a metà luglio. Sono stai 18 giorni di riprese, circa 3 a rifugio, a parte al Pordenone che ci siamo stati due giorni perché potevamo salire direttamente in macchina.

 

Non è stato così in tutti i casi?

No, e alcuni rifugi non hanno neanche la teleferica. Il Grassi, per esempio. Abbiamo dovuto portare tutto a spalla e quando siamo saliti la neve ci arrivava fin sopra le ginocchia, non è stato facilissimo. Però è stato divertente!

 

E a proposito della scelta delle donne, cos'è successo dopo che avete fatto la lista?

Con Valentina abbiamo fatto una preselezione di donne, volevamo raccontare storie con temi diversi. Alcune non hanno mai risposto, altre ci hanno detto di no. Per esempio, la ragazza del Piz Boè che mi ha ispirato non ha voluto partecipare perché temeva che il documentario creasse overtourism. Ho condiviso la scelta di tutte.

 

Quindi 6 – le donne protagoniste del documentario – è un numero casuale?

Esatto, sono sei le donne che mi hanno dato disponibilità. Abbiamo fatto una bella chiacchierata prima delle riprese, non volevamo fare la figura di quelli che andavano lì, piazzavano una telecamera e dicevano "ok, adesso parla".

 

Le donne sapevano già di che cosa avreste parlato? 

Loro non sapevano che domande avrei fatto, però di alcuni temi avevamo già parlato prima delle interviste.

 

Alcune si sono aperte molto con te.

Si e le ringrazierò sempre perché si sono donate in una maniera non scontata. In tutte le proiezioni che stiamo facendo, dico sempre che loro sono autrici del documentario con me, perché si sono raccontate in modo molto libero e tranquillo. Nelle conversazioni che abbiamo avuto prima delle riprese ho cercato di capire quali temi affrontare senza metterle a disagio. Elena, per esempio, è la più giovane e siamo coetanee, siamo molto affini, condividiamo le paure della nostra generazione: del futuro, di non sapere se stiamo facendo la cosa giusta.

 

E oggi sei ancora in contatto con loro?

Sì! Anna spesso ci scrive mentre sale in rifugio, con Elena invece è nata proprio un'amicizia. Ho fatto anche un gruppo per aggiornarle tutte sulle proiezioni e ora si sentono anche tra di loro. Quest'estate Elena ha avuto un problema con la teleferica e ha chiesto consiglio sul gruppo.

 

Avete organizzato qualche proiezione in rifugio?

Sì, al Sasso Bianco e al Roda Vael, e poi al rifugio Calvi in Lombardia e uno in Veneto a Fiume.

 

Alla fine il documentario era come te l'aspettavi? 

Forse meglio. Considera che questa è la mia opera prima, perciò non avevo aspettative. Io pensavo "proviamoci, è un tentativo per tutti". Temevo uscisse un mega spot pubblicitario, anche visto il nostro backgrund professionale, invece è uscita un'opera emotiva, quasi romantica. E le mie paure sono state sedate man mano che andavamo avanti con le riprese.

 

E quali erano le tue paure?

Ne ho avute tantissime. Che non andasse bene, di deludere le aspettative di chi mi aveva dato fiducia e stava lavorando con me, di deludere gli sponsor. Un giorno eravamo al Grassi, esattamente a metà delle riprese, ho avuto talmente tanta ansia che mi sono messa a piangere sotto la pioggia, stile film hollywoodiano. Ho pensato che stavamo andando nella direzione sbagliata perché sentivo addosso molta pressione. Comunque lavorare così a me fa bene: mi ha aiutato a far uscire quella parte romantica di cui ti parlavo prima.

 

Gli sponsor hanno approvato le riprese prima che uscisse il documentario?

Loro sono stati veramente disponibili e visionari. Abbiamo inviato qualche clip mentre giravamo ma non ci hanno mai chiesto niente. Hanno visto il documentario finito e inserito qualche video sulle pagine Instagram come parte della sponsorizzata che ci avevano fatto. Sono stati visionari perché non si trattava di uno spot pubblicitario, quindi loro non avevano nulla da convertire in uno spot. Ci hanno detto che volevano provare ad investire su questo tipo di comunicazione, un po' diversa dal solito. A volte la pubblicità è finta, qui invece abbiamo raccontato storie vere.

 

Quanto tempo ha richiesto la postproduzione?

Abbiamo iniziato subito a lavorarci. Ad agosto ho fatto il montaggio, poi c'è stato il lavoro sulla color correction, sulle musiche e sul sound, sui titoli. Abbiamo lavorato fino alla settimana prima del Trento Film Festival. Era un mio desiderio parteciparvi e l'ultimo periodo abbiamo corso un po'.


Vi siete dedicati solo a questo?

Magari! Abbiamo continuato tutti a lavorare, infatti se avessimo avuto un mese in più non ci sarebbero stati degli errori tecnici che invece vediamo. Però il lavoro è stato fatto bene! 

 

La tua ricerca ha riguardato i rifugi solo sulle Alpi o anche sugli Appennini?

Questa cosa me l'hanno fatta notare anche all'ultima proiezione a Roma. Mi sono concentrata solo sulle Alpi, ma per motivi logistici: a livello economico dovevo sostenere una spesa all'inizio e spostarmi nelle regioni a me più vicine era più facile che andare negli Appennini. Ciò non significa che non ci siano donne rifugiste anche lì.

 

Ti piacerebbe fare un documentario anche sulle donne rifugiste negli Appennini?

Sì, e me l'hanno proposto.

 

Il pubblico come ha accolto il tuo documentario?

Nelle ultime proiezioni ho sentito che tante ragazze e donne si sono riviste nelle storie raccontate, e questo le ha incoraggiate a fare qualcosa per loro stesse. Per me è importante, vuol dire che il messaggio è arrivato. E questo vale anche per gli uomini. Da poco mi è arrivato un messaggio di un ragazzo che, vedendo il mio documentario, ha capito di voler dare una scossa alla sua vita. E poi un uomo sui 50 anni mi ha detto che ha sempre sognato di gestire un rifugio ma non ne ha mai avuto il coraggio, e ora gli è tornata questa voglia.

 

Qualche aneddoto particolare durante le riprese?

Valentina, la mia aiuto regia, era incinta mentre giravamo.

 

Anche Francesca, la rifugista del Contrin, ha raccontato il suo parto durante la stagione estiva!

Sì, infatti l'aneddoto è proprio questo. Eravamo proprio al Contrin, dove Francesca è entrata in travaglio e ha impiegato tre ore per scendere con la macchina e andare in ospedale. Valentina doveva partorire proprio mentre facevamo le riprese lì. Non è salita perché scendere avrebbe richiesto troppo tempo. Io stavo intervistando Francesca quando Valentina stava partorendo. Il direttore della fotografia del documentario, che è il marito di Valentina, ha finito l'intervista ed è sceso. È nato Ludovico, che è nei ringraziamenti finali.

 

Questo documentario in qualche modo ha segnato un punto di non ritorno nella tua storia sia professionale sia personale?

Da professionista sicuramente, mi ha fatto rivalutare il mio lavoro: fare pubblicità è bello e molte volte artistico, ma poi non lascia effettivamente niente di personale o non serve a lanciare messaggi. Dal punto di vista personale essere riuscita a portare a termine un lavoro così per per me è stata una vittoria.