Sul Lago di Braies. Foto Facebook/Brizzi.
Enrico Brizzi allo stand di CAI Edizioni al Salone del Libro di Torino. Foto Pamela Lainati
In partenza dal Salone del Libro con la bicicletta. Foto Facebook/Brizzi.
A Finisterre. Foto Facebook/Brizzi.
Brizzi sulla tomba di Tondelli. Foto Facebook/Brizzi.Prima di premiare l’ultimo vincitore dell’Itas, Adam Weymouth, Enrico Brizzi ostentava ironica baldanza per le migliaia di chilometri battuti passo a passo in vita sua. Ma l’autore de Il lupo solitario nel 2010 ha fatto a piedi da Londra a Istambul: sono 5000 chilometri filati. Molto più che da Roma a Canterbury. Sentire Brizzi, presidente della giuria Itas dal 2013, raccontare ridendo questo particolare decisamente laterale dell’ultima edizione di uno dei più prestigiosi riconoscimenti per la letteratura di montagna, offre un indizio saliente della multiforme personalità del padre di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, libro culto di una generazione in cerca di miti finita per diventare mito essa stessa. Era il 2004, Brizzi aveva vent’anni e, al di là di ogni giudizio, con quell’esordio ha segnato il panorama letterario nazionale e dato voce a moltissimi giovani in un Paese già allora mediamente vecchio. Fu l’inizio di un successo consolidato a forza di romanzi, letture in musica (altra sua grande passione: il rock ’n’ roll), bagni di folle tra festival e teatri: fra le ultime pubblicazioni, Due, il sequel di Jack Frusciante atteso per vent’anni (2024), Supertondelli (2025) e ora Lezioni di cammino. 10 cose che ho imparato viaggiando a piedi (pp. 256, 18,90 euro, Piemme 2026). Non certo il primo a tema cammino: basta ricordare Il sogno del drago sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre, e L’estate del Gigante sul giro del Monte Bianco a piedi (per CAI-Ponte alle Grazie, 2017 e 2020), oltre ovviamente a Gli Psicoatleti (Dalai, 2011).
Psicoatleti e altre “follie”
Gli Psicoatleti, altrimenti detti i Buoni Cugini, sono il gruppo di camminatori che Brizzi ha fondato ormai più di 20 anni fa, una cinquantina di amici che puoi chiamare anche nel cuore della notte per pianificare un’escursione nel pieno della settimana se ti si libera una finestra, tanto qualcuno a giro ci sarà. Atleti perché è gente che ha macinato migliaia di chilometri (per esempio: la Via Francigena da Canterbury a Roma del 2006, o il percorso originale di 2191 chilometri dall’Alto Adige alla Sicilia chiamato “Italica 150”, e tre traversate da mare a mare). Psico da quella volta, una delle molte, che qualcuno esclamò: ma siete matti a fare tutti quei chilometri? Da lì era poi nato anche il gruppo dei Forzati della strada, che riuniva gli appassionati delle due ruote.
In ogni caso, parliamo di “casi borderline afflitti da un’inspiegabile vocazione alla fatica”, si legge in Lezioni di cammino, strutturato in 10 capitoli con consigli di natura non tanto pratica, ma spirituale: a partire dal primo che, citando Luigi Nacci, è un invito a “entrare nella partenza”. E dunque: predisporsi innanzitutto mentalmente a farsi forestieri, all’ascolto delle storie che ogni sentiero trasuda, a vivere in simbiosi con altri nella fatica della via, a camminare nelle orme degli antichi e cercare il senso del sacro, vivendo il cammino come dono. Abbiamo incontrato Brizzi al Salone del Libro di Torino.
L'intervista
Enrico Brizzi, Lezioni di cammino è un libro accogliente, esprime una filosofia del camminare rilassato che forse non era così diffusa quando sono nati gli Psicoatleti. È così?
Come i sentieri sono organismi viventi, anche le associazioni e i gruppi di camminatori evolvono. Fare a 50 anni le stesse cose che facevi a 20 sarebbe un po’ strano, a volte anche difficile tecnicamente. Trovo naturale il fatto che, crescendo, l’approccio che si ha verso il cammino non cambi, ma semplicemente evolva: esattamente come un cammino un chilometro dopo è diverso rispetto a un chilometro prima, così il nostro cammino sulla terra ci porta a pensare in maniera diversa quando abbiamo dei figli rispetto a quando siamo dei diciottenni invulnerabili e fragilissimi.
Come i sentieri sono organismi viventi, anche le associazioni e i gruppi di camminatori evolvono.
Com’è cambiato il tuo modo di andare?
Porto zaini più leggeri e faccio più chilometri.
È una delle lezioni che hai imparato?
Io ho cominciato con l’idea dell’autarchia, vengo dal cammino fatto con gli scout, non molto diverso dal cammino di cui mi raccontano gli amici che hanno fatto attività giovanili col CAI. Cioè, il tuo zaino te lo porti tu. Oggi non c’è nulla di scontato nemmeno in questo. Sono stato tre volte a Santiago ma non ho mai usato il trasporto bagagli… Però capisco che ci possano essere delle difficoltà contingenti, io stesso ho avuto un incidente stradale da ragazzo e ci ho messo due anni per recuperare, per cui non mi sogno di giudicare se uno fa il trasporto bagagli o va in bicicletta con la pedalata assistita. Ben venga se serve ad aiutare chi altrimenti non potrebbe fare certe cose. Però, per quanto riguarda me, se non è indispensabile no.
Saggezza o esperienza?
Forse c’è anche la serenità che non avevo a vent’anni (su questo e altre cose della vita), quando ci sentivamo una piccola minoranza di amici che non erano gli unici, ma di certo in pochi a organizzare quelle camminate. Il movimento totale era fatto di molte meno persone.
Oggi invece il mondo dei cammini è esploso, come mai secondo te?
Abbiamo visto le cifre di Terre di mezzo date recentemente (alla fiera Fa’ la cosa giusta, oltre 300mila camminatori nel 2025, pari al 56% in più, a conferma di un trend in crescita già nel 2024 e 2023, NdR). Quale altro comparto dell’economia italiana è cresciuto così tanto? Perché non ne possiamo più… La gente lavorava anche 50 anni fa, ma non riceveva notifiche ogni 10 secondi. Veniamo trascinati verso l’isteria, la quadrettatura del tempo è sempre più stretta. Chi per la prima volta passa una giornata con lo zaino in spalla e come unico compito pratico ha quello di arrivare al rifugio, passare il crinale, scendere nella valle di là, cioè una cosa molto pratica, si stupisce di quanto sia lunga una giornata. Questo è il segreto. Tutti si lamentano di non avere tempo e invece camminare è una magia disponibile a tutti, vecchia di migliaia di anni, che il tempo ce lo fa lievitare, gonfiare, valorizzare. Questa è una risorsa insostituibile.
Un consiglio che tiri fuori da questo libro, che vada bene a ogni età?
Inventati il tuo viaggio in buona compagnia. Parti con una persona di cui ti fidi con cui hai abbastanza familiarità per sapere che, anche se vi manderete a quel paese, il litigio non diventerà un caso diplomatico, ma dopo dieci minuti finirà dietro le spalle. Per me sono mio fratello, la donna che amo, i miei amici, che sono una compagnia che mi fa sentire apprezzato e tranquillo, anche quando dobbiamo condividere gli spazi o affrontare condizioni meteo che ci mettono in difficoltà o ci fanno temere di non riuscire a chiudere una tappa, ma è quello il gioco. Da bambini impazzivamo per andare a fare le avventure e duravano il tempo tra il pranzo e la merenda, tra la merenda e la cena, poi ci venivano a cercare… Oggi non ci viene più a cercare nessuno, siamo i padroni del mondo, senza essere padroni manco di un metro quadro, quello è il bello.
Inventati il tuo viaggio in buona compagnia. Parti con una persona di cui ti fidi con cui hai abbastanza familiarità per sapere che, anche se vi manderete a quel paese, il litigio non diventerà un caso diplomatico.
Jack Frusciante aveva ambientazioni molto cittadine, ma è il libro con cui sei diventato un mito per tanti giovani, come li vedi oggi rispetto all’argomento natura, frequentazione outdoor e montagna?
Ti dirò questo. Nel 1999 o nel 2000, non ricordo, andai con due amici a fare la Via degli dèi tra Bologna e Firenze, era stata riscoperta negli anni ‘90. Non abbiamo incontrato nessuno per sei giorni, l’abbiamo fatta in tenda, fornello, sacco a pelo, come se fossimo in alta montagna o nell’Oregon dell’Ottocento, semplicemente perché non c'erano posti tappa, attrezzati dove dormire al coperto. Oggi è più facile: i miei abitano tuttora alla partenza della Via degli dèi al portico di San Luca a Bologna, e io non posso andarli a trovare e prendere un caffè con loro senza mettermi a contare i ragazzi con lo zaino che cominciano a andare su per San Luca. Credo che l’espressione “nativi digitali” spieghi molto: l’email è uno stress per noi, non per chi ci è nato, la notifica di Whatsapp, lo status social, eccetera, preoccupa più noi di loro, per loro è facile come allacciarsi le scarpe, non è che ci mettano così tanto… A 12-13 anni sei in una fase delicatissima, ma quando cominci ad averne 17-18 a loro non fa più impressione che a noi il telefono della SIP grigio con il disco con i numeri che c’era in casa, cioè una tecnologia che esisteva già prima. Le tecnologie danno scandalo solo presso la generazione che le scopre, gli altri non si stupiscono così tanto.
Credo che l’espressione “nativi digitali” spieghi molto: l’email è uno stress per noi, non per chi ci è nato, la notifica di Whatsapp, lo status social, eccetera, preoccupa più noi di loro, per loro è facile come allacciarsi le scarpe.
Presiedi la giuria del Premio Itas dal 2013, com’è cambiata la letteratura di montagna?
È cambiata in tante direzioni, in generale si è ampliata l’editoria che ha a che fare con l’outdoor. Pensiamo che all’inizio il Premio Itas era biennale e riceveva, ogni due anni, 40 titoli, oggi sono 120 all’anno… È stato necessario creare delle categorie, perché ci sono molti libri meritevoli. L’aumento della richiesta aumenterà le produzioni, sia italiane, sia in traduzione. Quindi in questo momento, per chi ama la letteratura di montagna, per citare un libro famoso che parla di cammini, è Tempo di regali (il riferimento è a Patrick Leigh Fermor, NdR).
In questo momento, per chi ama la letteratura di montagna, per citare un libro famoso che parla di cammini, è “Tempo di regali”.
Perché tutta questa voglia di montagna in letteratura?
Per i motivi che dicevamo prima, le persone non ne possono più di vivere dentro un ufficio, alla metropolitana o alla macchina, e poi al massimo vanno a fare sport al chiuso. Io non so se soffro di claustrofobia, sono cresciuto tanto all’aperto da piccolo per cui mi sembra normale stare all’aperto, e mi fa star bene starci. Se non camminassi un’ora alla mattina prima del caffè di mettermi a scrivere, non saprei cosa scrivere.
Hai dichiarato che vai a camminare spesso dopo aver chiuso un libro, e spesso dopo il Salone parti in bici, sarà così anche stavolta?
L’anno scorso ho dormito con la bici in camera e sono andato alla tomba di Pier Vittorio Todelli a Correggio, ancor prima ero andato a quella di Pasolini, a Casarsa in Friuli, ma quest’anno non riesco, devo aspettare giugno per la mia biciclettata primaverile…
Camminare è un modo per mettere in ordine le idee, per svegliarsi in un senso mentale e fisico, ma anche per farti l’agenda della giornata. Per me ha molto a che fare con la libertà.
Cos’è per te camminare?
Camminare è un modo per mettere in ordine le idee, per svegliarsi in un senso mentale e fisico, ma anche per farti l’agenda della giornata. Per me ha molto a che fare con la libertà. Questi ragazzi lo capiscono bene, magari non si sentono stressati come noi dai gruppi WhatsApp con i colleghi che ti mandano i meme buffi ogni dieci secondi, però hanno seri motivi per essere preoccupati. Non si trova lavoro tanto per cominciare. I miei genitori sono cresciuti in un’economia che cresceva del 6% ogni anno. Noi ai nostri figli cosa lasciamo? La devastazione. Almeno portiamoli nei boschi. Come quella frase attribuita ad Aldous Huxley, il cui senso era: per insegnarmi a pregare mio padre non mi portava nelle chiese, ma nei boschi, sono quelle le mie cattedrali. Insegniamo a pregare ai ragazzi in questo modo, portandoli in montagna, nei boschi. Anche perché, comunque la pensiamo sulla spiritualità e sul trascendente, camminare, salire in montagna, fare una fatica inutile dal punto di vista utilitaristico, da una parte è la cosa più bella del mondo, dall’altra è proprio la prova provata che siamo liberi. Gli schiavi non possono fare cose inutili, ma solo obbedire agli ordini.