Bivacco sulla Via Italo-Polacca © Diego Dellai, Marco Toldo
Traverso sulla Via Italo-Polacca © Diego Dellai, Marco Toldo
Firma sul libro di vetta © Diego Dellai, Marco Toldo
Diego Dellai, Marco Toldo, Gianpaolo Sani al rifugio Bianchet © Diego Dellai, Marco Toldo
La parete Sud del Burel © Diego Dellai, Marco Toldo
Insieme a Marco Toldo, Diego Dellai ha firmato nelle scorse settimane la settima salita della storica via Italo-Polacca sul Burel, nelle Dolomiti Bellunesi: una parete severa, con oltre mille metri di sviluppo e molti misteri. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la salita di questa via complessa e poco ripetuta, le difficoltà incontrate e il fascino senza tempo delle grandi vie alpine semi-dimenticate.
Le origini del nome
La via fu aperta nel 1967 da Giorgio Garna e Gianni Gianeselli con gli alpinisti polacchi Roman Bebak, Janusz Ferenski e Ryszard Zawadzki su una delle pareti più isolate e selvagge delle Dolomiti. Dellai, classe 1990, l’ha ripetuta insieme a Marco Toldo, classe 1987, lo scorso 7-8 aprile.
Il Burel è una delle montagne più imponenti e isolate del gruppo della Schiara, nelle Dolomiti Bellunesi, in provincia di Belluno. La cima principale raggiunge i 2.281 metri ed è celebre soprattutto per la sua enorme parete sud. Qui si snoda la via Italo-Polacca, una delle linee più lunghe e complesse della Schiara (oltre 1200 metri), che ha costruito la propria leggenda su poche ripetizioni e altissime difficoltà. La salita di Dellai e Toldo rappresenta non solo una grande prestazione tecnica, ma anche un recupero della memoria storica dell’alpinismo dolomitico.
Diego, quando nasce per te e Marco l’idea di salire la Via Italo-Polacca?
È un po’ colpa di Gianpaolo Sani, capostazione del Soccorso Alpino di Belluno e amico da tempo, che conosce la Schiara “a memoria”, in modo quasi ossessivo. È lui che ci ha acceso la curiosità raccontandoci la storia della via, i misteri delle sue ripetizioni. Così, con Marco, abbiamo pensato di fargli questo regalo. Non molto tempo prima della salita, il tempo era buono e avevamo qualche giorno prima che lui partisse per la Sardegna e io iniziassi i lavori di ristrutturazione a casa. Classico incastro alpinistico.
“Ogni tanto mi chiedo perchè non faccio qualcosa di più comodo, in falesia con la colazione al rifugio e la birretta a fine giornata… ma poi finisce sempre che torno lì, su queste cose un po’ remote, lunghe, impegnative.” Diego Dellai
Quali misteri attorniavano la storia di questa via?
Le ripetizioni sono poche, spesso mal documentate, con dettagli che non tornano del tutto. Alcune non hanno foto. insomma, è una via che ti lascia sempre qualche domanda aperta.
Durante un’esercitazione del Soccorso Alpino vicino al Burel, Gianpaolo ci parlava della via e si era chiesto se nella parte alta esistessero ancora chiodi originali della prima salita, anche quelli oggetto di diatriba tra chi ha effettuato le successive salite, compreso Messner. Questa curiosità “investigativa” ci è rimasta in testa. Alla fine ho pensato: sarebbe bello salire proprio quella via, anche per dargli una soddisfazione e una risposta.
Il mistero dei chiodi
E avete trovato questi chiodi?
La parte alta risulta molto più chiodata rispetto alla parte bassa. Nella prima metà, sotto la cengia, su circa 500 metri si contano appena cinque chiodi. Oltre la cengia invece i chiodi aumentano, soprattutto nei tratti in artificiale, fino a diventare più frequenti nella parte finale. Penso sia dovuto all’epoca di apertura: nelle prime fasi di salita i chiodi venivano spesso recuperati per essere riutilizzati più in alto, per motivi di risparmio o di sicurezza; nelle parti finali, quando la stanchezza aumentava e si comprendeva di essere ormai fuori dalla parete, magari se ne lasciava qualcuno in più.
“Quando trovi un vecchio chiodo immagini gli apritori passare di lì con gli scarponi dell’epoca: sono dettagli che rendono la salita speciale".
Perchè così poche ripetizioni?
Il Burel è già di per sé una montagna fuori mano. Quattro ore abbondanti di avvicinamento, ambiente selvaggio, pareti strapiombanti, zero comfort. E la via Italo-Polacca poi è proprio una linea “di altri tempi”: lunga, continua, con roccia molto varia, spesso marcia, e richiede attenzione sempre molto alta. Oltre 1200 metri di arrampicata tra V, VI e A2, con più di 30 tiri. È una via che non concede. E forse proprio per questo è rimasta un po’ dimenticata.
Qual è stato il momento più difficile della vostra salita?
In generale, quando facciamo queste salite, cerchiamo di affrontarle un tiro per volta. Non pensi mai alla parete intera, altrimenti ti assale un po’ di ansia, ma fai un tiro alla volta, come fossi in falesia. Questo è l’unico modo per stare dentro la scalata.
Il passaggio più duro è stato negli ultimi tiri. C’era un tratto dove la parete aveva subito un crollo importante, che una decina d’anni fa aveva costretto la cordata di Luca Vallata, Samuel Zeni e Mauro Zanon alla ritirata perché non si capiva più dove salire. Lì si è formato un diedro-camino instabile, pieno di sabbia e detriti: si smontava sotto le mani. Io ero davanti e praticamente mi costruivo gli appoggi grattando la roccia. Marco sotto prendeva tutta la sabbia e i detriti. Ma ci siamo detti: “qui si va avanti lo stesso”. Se fosse stato all’inizio probabilmente avremmo girato i tacchi. Ma eravamo oltre gli 800 metri e abbiamo proseguito.
Hai detto che hai ridefinito il tuo concetto di “marcio”.
Sì, lì c’è da stare veramente attenti. Non è un’arrampicata serena, spensierata: devi fare attenzione a dove metti i piedi, a dove ti appoggi, non è semplice nemmeno la gestione della cordata. Siamo partiti con l’idea di essere un po’ come su ghiaccio e non su roccia: il primo che sale rompe e smuove materiale, quindi anche le soste le abbiamo sempre cercate fuori dalla linea di salita, proprio per evitare di prenderci addosso tutto e riuscire a salire un po’ più tranquilli. Siamo riusciti a gestirla bene così. Sono sincero, pensavo che in certe descrizioni avessero un po’ esagerato nel definire “marcia” la parete. Non mi aspettavo una qualità così cattiva in alcuni tratti.
Che tipo di cordata siete tu e Marco?
Ci conosciamo bene, ormai da circa 15 anni. Siamo molto diversi ma ci compensiamo. C’è fiducia totale, quella che ti permette di non dover spiegare troppo. In parete funziona così: non serve parlare tanto, serve sapere che l’altro è lì e fa la sua parte. Con Marco è così. Ci prendiamo anche in giro, certo, ma quando le cose si fanno serie si entra in un’altra modalità.
E il ruolo di Gianpaolo Sani in questa salita?
Gianpaolo non era lì fisicamente, ma era come se ci fosse. Ci ha seguito passo passo, ci ha raccontato la storia della via, ci ha messo in contatto con chi l’aveva già ripetuta, ci ha dato dettagli che non trovi scritti da nessuna parte. Sulla cengia ci ha portato i sacchi a pelo, raggiungendola tramite un sentiero pressochè sconosciuto. Alla fine eravamo quasi una cordata allargata. Sono cose che restano dentro.
“Se l'abbiamo salita è stata anche ”colpa" di Gianpaolo Sani: con i suoi racconti e la sua passione per la storia alpinistica della Schiara ci ha fatto venire voglia di toccarla con mano"
Cosa rende speciale questa via rispetto ad altre dolomitiche?
Il contesto storico e umano. Non è solo una bella linea, è una storia. Ed è rimasta un po’ fuori dal tempo. Mentre salivo, ad ogni chiodo mi veniva da pensare a chi era passato prima, con quali scarponi, a dove può aver dormito. Perchè non c’è molto spazio, noi abbiamo trovato solo piccole cenge, dove puoi stare al massimo seduto con schiena alla parete. Niente di comodo o conviviale. Se affronti la salita conoscendo i particolari, è ancora più piacevole. Come quando scuola studi gli egizi e poi grazie ad un viaggio vedi dal vivo Piramidi, sepolcri e papiri.
Che valore ha oggi recuperare queste linee storiche?
Sono sempre stato attratto da questo tipo di vie. Non tanto per la difficoltà in sé, ma per tutto quello che ci sta attorno. Capire perché una via non viene ripetuta molto è già parte del gioco: la roccia, l’avvicinamento, l’ambiente, la logistica. E poi c’è un rispetto per chi le ha aperte. Ti rendi conto che sono state salite con mezzi completamente diversi, incredibile.
Cosa ti porti a casa da questa esperienza?
Tante cose. Anche difficili da mettere in ordine. C’è la soddisfazione della salita, certo. La fatica condivisa con Marco, il coinvolgimento di Gianpaolo, che ci ha fatto vivere la via come se fosse anche sua; e poi il rapporto con la parete. Ogni tanto penso che forse potrei anche fare qualcosa di più “comodo”, con la colazione al rifugio e la birretta a fine giornata… ma poi finisce sempre che torno lì, su queste cose un po’ remote, lunghe, impegnative. Intense.
Un’altra cosa bella è la sensazione di non essere solo. Prima della salita, a Belluno avevamo fatto una serata con Marco e Nicola Bertoldo sulle nostre ascensioni, e il presentatore, avendo saputo del nostro tentativo, ci ha fatto trovare al Rifugio Bianchet - che si trova sulla via di discesa - due birre e un salame con un biglietto. Durante la salita ci siamo accorti che degli amici ci seguivano dalla cima della Pala Alta con il binocolo, è comparso anche un drone. Sono gesti piccoli, ma ti fanno sentire che certe salite non le fai mai davvero da solo.
RIPETIZIONI
Reinhold Messner e Konrad Renzler (1968)
Franco Miotto e Riccardo Bee (1974), prima invernale
Helmut Kiene e Berndt Kullmann (1976)
Riccardo Bee (1979), prima solitaria
Bogdan Biščak, Vili Fabjan, Igor Mezgec e Igor Škamperle (1984)