Foto di vetta per Luciano Brucoli, Roddy Carreño Lay e Sergio Castro © Luciano Brucoli
foto di gruppo al campo © Foto di gruppo al campo
La vetta della Torre Maki Maki, sul Pitusiray © Luciano Brucoli
Luciano Brucoli sulla quarta lunghezza © Luciano Brucoli
panoramica del Maki Maki © Luciano Brucoli
Sergio Castro in apertura su l'ultima lunghezza © Luciano Brucoli
In apertura © Luciano Brucoli
In parete © Luciano Brucoli
La Torre Maki Maki di notte © Luciano Brucoli
Questa estate, dal 17 al 26 luglio, Luciano Brucoli, Roddy Carreño Lay e Sergio Castro hanno aperto dal basso una nuova via sul conglomerato della Torre Maki Maki, una struttura rocciosa nell'area dell'Apu Pitusiray, nella regione di Cusco, in Perù. Dal dal 20 al 22 dello stesso mese la cordata ha effettuato anche la prima ripetizione e ha proposto il grado massimo di 7b+, obbligatorio 6c.
La via, che si sviluppa per 195 metri, 6 lunghezze su roccia di qualità sufficiente, è stata protetta con spit in acciaio inox da 10 millimetri, l'integrazione con protezioni veloci è indicata come necessaria. La spedizione è stata patrocinata dal Club Alpino Accademico Italiano e supportata dalla sezione CAI di Potenza. Pubblichiamo a seguire il report di Luciano Brucoli, uno scritto che evidenzia come la spedizione abbia permesso non solo di scalare un torrione ancora vergine, ma di entrare in contatto con la comunità locale e la sua cultura.
Nel cuore della valle sacra
di Luciano Brucoli
L'esplorazione verticale è sempre stata il filo conduttore del mio modo di vivere la montagna. Non mi interessa soltanto raggiungere una vetta; ciò che continua ad affascinarmi è immaginare una linea dove ancora non esiste, leggere una parete sconosciuta e provare a trasformare quell'intuizione in un itinerario.
Pochi mesi prima di questa estate ero rientrato dal Vietnam, dove avevo aperto una nuova via, sulla big wall del Cu Nhu San. Ancora immerso nei ricordi di quell'esperienza ho ricevuto una chiamata da Roddy Enzo Carreño Lay. Dopo i saluti di rito, mi ha detto: "Devi vedere queste montagne" e ha cominciato a descrivermi l'Apu Pitusiray, sopra Calca. La montagna si trova nella valle sacra degli Inca, nella regione di Cusco, in Perù. Enormi torri di conglomerato quasi sconosciute all'alpinismo. Una montagna i cui abitanti, da sempre, considerano sacra.
Quella telefonata ha riacceso i miei sogni e rinnovato la mia passione verso l’esplorazione di nuove pareti. Nei mesi successivi il progetto ha preso forma. Avevamo la necessità di costruire la squadra, come succede in ogni spedizione. Ho cercato di coinvolgere alcuni amici molti dei quali, nonostante l’entusiasmo del momento, hanno rinunciato tutti per motivi diversi. Alla fine siamo rimasti in due.
Quando sembrava che la spedizione potesse tentennare si è unito a noi Gerard, un ragazzo della comunità locale che frequenta la montagna e a seguire Sergio Castro. Era il gruppo giusto, piccolo, affiatato e con comunione di intenti e visioni.
Il 6 luglio ci siamo ritrovati a Cusco. L'ultima giornata, nella civiltà, è trascorsa tra acquisti, preparazione del materiale e sistemazione di oltre cento chili di attrezzatura: corde, trapano, spit, friends, viveri e tutto quello che serve per vivere diversi giorni in completa autonomia.
Siamo partiti da Cusco alla volta di Pisac, dove abbiamo trascorsola notte. Il giorno dopo abbiamo raggiunto Calca, da dove si parte per risalire l'altopiano del Pitusiray. Sull’altopiano ci aspettava Victor, il presidente della comunità locale. Prima ancora di preparare la spedizione, abbiamo dovuto chiedere i permessi per poter realizzare il nostro progetto.
Nella cultura quechua infatti gli Apus sono montagne vive. Non semplici rilievi geografici, ma spiriti protettori del territorio e delle comunità che vivono nelle valli.
Muoversi con rispetto
Il Pitusiray è uno degli Apus più importanti della valle sacra ed è questo il motivo per il quale queste pareti sono rimaste quasi sconosciute agli alpinisti.
Roddy vive da anni a Pisac e conosce profondamente questo territorio. È stato lui a presentare il progetto durante l'assemblea della comunità. Una volta al mese gli abitanti si riuniscono per discutere tutto ciò che riguarda la vita collettiva: la gestione del territorio, i problemi del villaggio, i lavori comuni e anche le richieste di accesso alla montagna.
Il nostro progetto è stato discusso per due assemblee consecutive. Solo dopo aver spiegato cosa volevamo fare, come avremmo operato e il rispetto con cui ci saremmo mossi su quella montagna è arrivata l'autorizzazione. Un gesto che ci ha responsabilizzato fin dal primo passo.
Victor ha poi deciso di accompagnarci con i suoi cavalli fino al luogo dove sarebbe sorto il campo base (...) Con noi è rimasto invece Gerard, una giovane guida del Pitusiray che conosce sentieri, valloni e lagune. È diventato presto un compagno prezioso. Ci ha insegnato a riconoscere alcune piante commestibili che sono finite nelle nostre cene e ci ha raccontato il significato delle costellazioni secondo la tradizione quechua. Di notte, seduti davanti al fornello, ci indicava le strette torri di conglomerato illuminate dalla luna e ci parlava dell'energia che, secondo la cultura andina, attraversa quelle cime come un ponte tra la terra e il cielo.
Non è necessario cercare spiegazioni, basta ascoltare.
La via viene aperta interamente dal basso. Il conglomerato alterna sezioni magnifiche ad altre più delicate. La qualità è variabile, ma la linea appare sempre più evidente. Il primo tiro è protetto interamente a spit. Poi la parete cambia carattere: cominciano le fessure. Friends, dadi e qualche spit si alternano seguendo la logica naturale della montagna.
Alla fine di ogni tiro fissiamo le corde statiche, per risalire agevolmente fino al punto raggiunto per pulire la roccia.
Fin dal primo giorno, una sezione cattura la nostra attenzione: un grande diedro fessurato, verticale, pulito, perfetto. Sembra essere stato creato apposta per essere scalato. Ogni sera torniamo ad osservarlo dal campo, studiamo come raggiungerlo ed immaginiamo la linea per raggiungerlo. Quando finalmente ci arriviamo capiamo di avere scelto bene.
Il condor arriva senza fare rumore
Sono sul quarto tiro, immerso nel diedro che per qualche giorno ho osservato osservo dal campo base, e sono alla ricerca di una soluzione per progredire, cercando le fessure con le mani ed i piedi in appoggio sulle piccole rugosità del conglomerato. Il sole ha finalmente fatto la sua comparsa sulla parete, e ha iniziato a sciogliere la brina della notte Intorno, il silenzio mistico delle Ande. La voce di Roddy sale dal basso interrompendo i miei pensieri: "Luciano... guarda". Mi volto e lo vedo: un enorme condor andino mi passa davanti, così vicino da distinguere ogni piuma delle ali. Non si limita ad attraversare il cielo. Rimane con noi. Sfrutta le correnti ascensionali che risalgono la parete, disegna grandi cerchi, si allontana e poi ritorna. Per lunghi minuti sembra accompagnare la nostra progressione lungo quella fessura perfetta.
È la prima volta che ne vedo così da vicino. Per un momento smettiamo persino di scalare. In quel silenzio sospeso, tra il vuoto e il cielo, capisco che questa spedizione è diventata qualcosa di molto più grande di una semplice apertura. Il quarto tiro è senza dubbio il cuore della via: una lunga fessura continua che offre un'arrampicata elegante, interamente proteggibile con materiale tradizionale. Il quinto tiro prosegue sulla stessa logica, aumentando l'impegno fino al passo più difficile dell'intero itinerario. Sono quei tiri che ogni apritore spera di trovare, non perché siano i più duri, ma perché sembrano già esistere ed aspettano soltanto qualcuno disposto a salirli e ad interpretare lo spirito della montagna.
La vetta
Il 19 luglio raggiungiamo finalmente la cima della Torre Maki Maki. Da lassù il Pitusiray mostra tutta la sua forma: una gigantesca mano di roccia di cui abbiamo appena salito il pollice.
Ci guardiamo senza dire molto. Non servono le parole. Siamo tutti consapevoli di aver vissuto qualcosa di raro. Nei giorni successivi torniamo sulla via per scalarla integralmente in libera, verificando ogni lunghezza e completandone la prima ripetizione.
Manca soltanto il nome. Ne parliamo per giorni, senza trovare quello giusto. Nessuno dei nomi che ci viene in mente riesce a raccontare davvero ciò che abbiamo vissuto. Poi ritorna il pensiero di quel pomeriggio sul quarto tiro. Il grande diedro che avevamo osservato dal campo base per quasi una settimana. La roccia finalmente solida. Le protezioni che entrano una dopo l'altra e il condor che ci osserva incuriosito. Non come un simbolo da interpretare, ma come uno di quegli incontri che la montagna concede senza una ragione precisa. È arrivato in silenzio, ha condiviso con noi quel tratto di parete e poi è scomparso dietro le creste del Pitusiray.
Questi ricordi ci hanno ispirato per il nome della via: Hanan Pacha. Nella tradizione quechua Hanan Pacha indica il mondo superiore: il regno del cielo, degli astri e del volo del condor. Un luogo che non appartiene soltanto alla geografia, ma anche alla dimensione spirituale della montagna.
Ringraziamenti
Questa spedizione è stata possibile grazie al sostegno di persone, istituzioni e aziende che hanno creduto nel progetto fin dalle sue prime fasi. Un sentito ringraziamento al Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) per il patrocinio e il costante sostegno alle attività di esplorazione alpinistica, e al Club Alpino Italiano – sezione di Potenza, che ha supportato il progetto con entusiasmo, contribuendo concretamente alla sua realizzazione. Grazie anche agli sponsor.
Infine, il nostro ringraziamento va alla comunità di Rayanpata, a Victor, a Gerard e a tutte le persone che ci hanno accolto con fiducia ai piedi dell'Apu Pitusiray. Senza il loro consenso, il loro aiuto e la loro ospitalità questa esperienza non avrebbe avuto lo stesso significato.