Scialpinismo sul Monte Zermula © Daniel Clama
Dopo una prima puntata che ha sviluppato il tema dei kit da ferrata, torna il focus del centro studi materiali e tecniche del Club Alpino Italiano sui dispositivi di maggiore utilizzo, sulle tecniche e le pratiche connesse alle attività in montagna. È uno spazio di approfondimento, utile per comprendere meglio gli strumenti e le conoscenze a nostra disposizione, spesso utilizzati senza avere piena consapevolezza dell'impiego corretto o della giusta metodologia. Oggi parliamo di caschi, che mettiamo (si spera!) sempre in testa, a volte però più come un obbligo svolto con sufficienza, piuttosto che come un aiuto fondamentale alla nostra sicurezza, da recepire con la dovuta attenzione.
Caschi in montagna: norme, attività e livelli di protezione
a cura del Centro studi materiali e tecniche del Club Alpino Italiano
Nelle attività in montagna la protezione della testa è un aspetto fondamentale. Il casco è il principale dispositivo di sicurezza per ridurre le conseguenze di urti contro oggetti, ostacoli o superfici rigide. In alpinismo il suo utilizzo è ormai ampiamente consolidato, mentre in altre discipline non è ancora altrettanto universale. Promuovere l’uso dei dispositivi di protezione resta quindi un tema centrale.
Non tutti i caschi, però, sono uguali. A seconda dell’attività svolta cambiano i pericoli principali, le modalità di impatto, le velocità e le energie coinvolte. Per questo esistono norme diverse, pensate per verificare requisiti minimi di protezione in contesti specifici: alpinismo, scialpinismo, sci e snowboard, ciclismo e cicloescursionismo.
Le funzioni di un casco sono molteplici: contribuire a ridurre la velocità della testa attraverso una decelerazione controllata, evitare il contatto diretto con corpi solidi, garantire visibilità, ergonomia, ventilazione e comfort. In alcuni ambiti assume rilievo anche il tema delle accelerazioni trasversali e rotazionali, riconosciute come possibili cause di danno.
Quasi un secolo di studi
La valutazione biomeccanica degli effetti degli urti ha una lunga storia, con studi avviati già dagli anni Quaranta, in particolare in ambito militare e presso la Wayne State University. Da queste ricerche sono derivati criteri come il Gadd Severity Index e l’Head Injury Criteria, che evidenziano come il rischio non dipenda solo dal valore massimo dell’accelerazione, ma anche dalla sua durata. Nelle norme per caschi da alpinismo, tuttavia, viene considerato soprattutto il valore massimo dell’accelerazione o delle forze generate: un compromesso tra esigenze di sicurezza, progettazione e realizzazione del dispositivo.
Le principali attività considerate dal documento sono arrampicata, alpinismo, cascate di ghiaccio e vie ferrate; scialpinismo e freeride; sci alpino e snowboard in ambiente organizzato;
cicloescursionismo e mountain bike. Come è evidente, si tratta di attività molto diverse tra loro: con alcuni punti di contatto, ma anche grandi differenze, che richiedono una risposta specifica.
Il casco in alpinismo e arrampicata andrebbe sempre utilizzato © S.SchmidIl casco da alpinismo
In alpinismo, il pericolo prevalente è la caduta di oggetti dall’alto, mentre nello sci e nel cicloescursionismo il rischio principale è l’impatto della testa contro terreno o ostacoli fissi. Lo scialpinismo si colloca in una posizione intermedia, perché può presentare sia i pericoli tipici dell’alpinismo sia quelli legati alla discesa su neve.
A ognuno il suo casco
Da qui derivano le diverse norme di riferimento. Per l’alpinismo si applicano EN 12492:2012 e UIAA 106:2026, rivolte alla protezione da oggetti dall’alto e dalla penetrazione di corpi esterni. Per lo scialpinismo la norma EN 18100:2024 combina requisiti propri dei caschi da alpinismo e da sci, prevedendo protezione da oggetti dall’alto, dalla penetrazione e dall’impatto su superfici rigide. Per sci e snowboard la norma è EN 1077:2007, mentre per ciclismo, skateboard e pattini si fa riferimento alla EN 1078:2012+A1:2012. Non esiste, nel documento, una norma specifica per mountain bike e cicloescursionismo: il riferimento resta quindi quello generale per il ciclismo.
La Figura 1 riassume graficamente i requisiti di prova richiesti dalle diverse normative. I test possono prevedere, a seconda del caso, la caduta di masse sul casco montato su un simulacro di
testa, la caduta del casco contro superfici rigide, prove di penetrazione con elementi conici, verifiche del sistema di ritenzione, prove di visibilità, comfort e invecchiamento artificiale. Per i
caschi da sci è prevista anche una distinzione tra tipo A e tipo B: il tipo A copre un’area maggiore ed è destinato a un uso più severo.
Figura 1 © Centro studi tecniche e materiali del CAI
Figura 1 © Centro studi tecniche e materiali del CAI
Figura 1 © Centro studi tecniche e materiali del CAI
Figura 1 © Centro studi tecniche e materiali del CAI
Figura 1 © Centro studi tecniche e materiali del CAI
Figura 1 © Centro studi tecniche e materiali del CAI
Test EN sui vari caschi
Le immagini collegate alla figura 1 mostrano il confronto tra le norme. Per i caschi da alpinismo e scialpinismo sono rappresentate prove con massa da 5 kg dall’alto e lateralmente, con limiti di
forza trasmessa. La UIAA prevede valori più stringenti rispetto alla EN 12492. Altre immagini illustrano la prova di penetrazione con massa conica da 3 kg, le prove di impatto su superficie rigida per scialpinismo, sci e ciclismo, e le verifiche del sistema di ritenzione. Nella parte finale della figura sono inoltre richiamati i requisiti sul campo visivo, tra cui 105° orizzontalmente, 25°
verso l’alto e 45° verso il basso.
Un aspetto importante è che le norme non stabiliscono come debba essere costruito un casco, né impongono materiali o tecnologie specifiche, salvo prescrivere che i materiali non siano nocivi per chi li indossa. Le norme definiscono invece requisiti minimi da soddisfare. Questo significa che l’omologazione non garantisce una protezione assoluta in ogni condizione, ma indica che il casco risponde a criteri ritenuti adeguati per migliorare la sicurezza nell’ambito d’uso previsto.
Il documento sottolinea anche il ruolo dell’evoluzione tecnica e della concorrenza tra produttori, che spingono verso caschi più leggeri, durevoli ed efficaci. Allo stesso tempo, richiama l’attenzione sul fatto che la protezione offerta deve sempre essere letta in relazione alla disciplina praticata e ai rischi prevalenti.
La recente introduzione della norma EN 18100:2024 per lo scialpinismo rappresenta un passaggio significativo: i caschi conformi a questa norma dovrebbero offrire una protezione più ampia, integrando requisiti propri dei caschi da alpinismo e da sci. Il documento segnala tuttavia una possibile criticità normativa: l’obbligo del casco sulle piste da sci è legato alla conformità alla EN 1077:2007 (caschi per la pratica dello sci alpino e per lo snowboard), mentre i caschi per scialpinismo, pur includendo requisiti analoghi e aggiuntivi, non rientrano formalmente in tale
requisito (alla data del presente documento e con interpellanza del collegio nazionale guide alpine italiane al dipartimento per lo sport della presidenza del consiglio dei ministri): non si potrà
percorrere le piste da sci con un casco da scialpinismo (a meno di caschi con doppia omologazione attualmente non disponibili sul mercato).
Il casco, a ognuno il suo!
In conclusione, la scelta e l’uso del casco non possono prescindere dall’attività svolta. Ogni norma nasce per rispondere a scenari di rischio diversi: caduta di oggetti, impatto contro superfici rigide, penetrazione, tenuta del sistema di ritenzione, visibilità e comfort. Il casco non elimina il rischio, ma rappresenta un presidio essenziale per ridurre le conseguenze degli incidenti.
Per approfondire i dettagli tecnici e il confronto completo tra le prove previste dalle diverse norme, si rimanda al documento originale presente sul sito del Csmt (www.caimateriali.org) alla sezione “download/articoli e dispense/materiali/caschi”.