I borghi di Ponente, vie di pietra che abbracciano il mare

Abbiamo visitato tre borghi del ponente ligure: Cervo, Diano e Villa Faraldi, espressione di un territorio capace di sintetizzare magistralmente mare e montagna, dando vita a una serie di opportunità escursionistiche tutte da scoprire.

A volte, è necessario un occhio esterno per accorgersi della meraviglia che ci circonda e alla quale, con il tempo, ci siamo assuefatti. Mi capita spesso in Dolomiti, fra i paesaggi rocciosi dove sono cresciuta, talmente familiari da non destare più in me alcuno stupore. Ma è di fronte a quei paesaggi che le bocche spalancate di chi li vede per la prima volta mi costringono a rispolverare sentimenti atavici e a lungo sopiti: l’appartenenza, per esempio, assieme ad una buona dose di orgoglio e gratitudine

Durante il mio viaggio nel Ponente ligure – fra Cervo, Diano e Villa Faraldi – ho cercato questi stessi sentimenti di appartenenza, orgoglio e gratitudine dentro le parole di chi, di volta in volta, mi raccontava il territorio, aprendomi lo sguardo su case accatastate l’una all’altra in riva al mare, ma anche su olivete terrazzate, ancora pregne del sudore d’intere generazioni, o lungo sentieri riscoperti assieme ad antiche mulattiere, nei meandri di una macchia mediterranea profumatissima e sorprendente, con l’orografia delle Alpi liguri a proteggere l’orizzonte dai temporali – spesso, non sempre.

Cervo e il parco comunale del Ciapà 

Di Cervo, la prima cosa che salta all’occhio è una scogliera nerissima che fa da contraltare al mare blu cobalto, esattamente come il cielo su cui si stagliano altrettanto lampanti i tetti e le mura colorate di case strette l’una sull’altra. E mentre da qualche giorno a questa parte, a risaltare, è anche la tratta appena inaugurata della Ciclovia Riviera dei Fiori – una pista ciclopedonale che si snoda sul lungomare e realizzata a partire dal sedime abbandonato della ferrovia Genova-Ventimiglia –, il vero richiamo, per chi ama la montagna, è quello del Parco comunale del Ciapà, animato, specie nelle ore della sera, da un gracidare incontenibile di anfibi.

Alle spalle del borgo, infatti, l’area del Ciapà rappresenta – con i suoi 30.000 metri quadrati di estensione – uno splendido esempio di biodiversità, immerso in una macchia mediterranea arricchita di carrubo, lentisco, ginestre e diverse varietà di orchidee selvatiche endemiche come la Coride di Montpellier. Non solo: ad attendere l’escursionista, vi è una fitta rete di sentieri percorribili tutto l’anno, come quello che dal paese, inoltrandosi fra i pini d’Aleppo, raggiunge i 324 metri del colle di Cervo e i 378 di colle Dico, continuando altrimenti in direzione est verso la frazione Rollo di Andora.

Proprio su questi sentieri, ai primi di dicembre, Cervo ospita il Trail del Ciapà, una gara di trail running che si svolge principalmente sul territorio comunale, estendendosi – nella sua versione più lunga di 30 km e 1.150 metri di dislivello positivo – anche nell’entroterra, fra i sentieri e le sterrate che da San Bartolomeo al Mare conducono a Villa Faraldi.

I sentieri di pietra di Villa Faraldi

Vivo e lavoro in un paesino della Liguria, nel bel mezzo di un paesaggio creato dal Padreterno in un momento di buon umore. Nei particolari, invece, si vede l’opera del contadino. Il villaggio di Villa Faraldi è fatto a mano. Si sente il ritmo del paesaggio sotto i piedi, nell’intrecciarsi delle viuzze che penetrano, attraversano, aggirano il corpo stesso delle case”.

A scrivere queste righe, dopo essersi trasferito a Villa Faraldi nei primi anni Ottanta, fu lo scultore norvegese Fritz Røed. “I miei amici sono coltivatori di olivi. – aggiunge l’artista in uno dei suoi diari – All’avvicinarsi dell’inverno, vestono la madre terra come se fosse una donzella invitata al suo primo ballo. Grandi reti bianche e rosa danzano intorno alle sue gambe, raccogliendo laghetti di olive”.

Che il borgo sia nato esattamente sulla scorta di queste coltivazioni è un fatto che emerge evidente, non soltanto dal racconto di Røed ma dalla morfologia stessa del paesaggio: le piante, ordinate in fila fra muretti a secco spesso tanto arditi da apparire sorprendenti, sembrano abbracciare con dolcezza le piccole frazioni che, strenuamente, resistono alla mancanza di abitanti, manodopera e servizi.

Farmacie, bar e botteghe hanno chiuso i battenti da decenni. I bambini studiano a San Bartolomeo al Mare, un controsenso se pensiamo alla figura di Antonio Ferrari, che nel Cinquecento, grazie ad un ingente lascito, contribuì ad aprire nella vicina Cervo una scuola pubblica atta ad istituire i ragazzi meno abbienti della zona, con l’intento di non allontanarli dai posti in cui stavano crescendo.

Spesso, a far rivivere il borgo, è oggi chi viene da fuori” afferma invece il sindaco, Stefano Damonte. Come Fritz Røed ma anche come Andrea Moriello, artista vincitrice del bando FarArte, arrivata da Napoli per “pittare” un muro altrimenti anonimo, trasformandolo in uno dei suoi colorati murales, da offrire agli occhi della comunità residente, desiderosa di rinascere.

Ma l’arte, qui, è anche quella dei frantoi e delle caselle, rustiche costruzioni a pianta circolare che fungevano da riparo per i pastori. Proprio partendo da questi due simboli del territorio è nato il progetto Sentieri di pietra: otto proposte di itinerari, spesso intersecati l’uno all’altro, che conducono l’escursionista fra antichi oratori e trincee, ma anche su cime come quella di Monte Mezzogiorno o attraverso le vie utilizzate per la transumanza. Tappa imprescindibile di questo peregrinare resta il Gumbu di Nuccio, uno dei pochi frantoi a sangue – ovvero fatti funzionare grazie alla forza motrice di buoi, muli e uomini – rimasti nell’entroterra ligure, oggi trasformato in un piccolo museo.

Il Pizzo d’Evigno, alla ricerca di una territorialità che sconfina

Voltate le spalle alle spiagge che hanno contribuito ad affermare l’identità della Riviera, si apre un mondo di linfa, imponenti tronchi e fitte chiome che adombrano misteri, o forse solo tracce umane così antiche da risultare oggi illeggibili”. È pensando a queste parole prese a prestito da Alessandra Chiappori, autrice di un’imperdibile guida alla ‘Liguria immaginifica’ edita da il Palindromo, che mi appresto a salire verso il punto più alto dei tre Borghi di Ponente finora visitati. Il Pizzo d’Evigno o Monte Torre troneggia, con i suoi 989 metri, su arbusti di cisto, lavanda e timo, quest’ultimo capace di lasciare sulla punta delle dita un profumo agrumato in sintonia con l’arancio-ocra dell’erba e della terra riarse.

L’acqua purtroppo comincia ad essere un problema” spiega infatti Davide Fornaro, indicando l’alveo secco di uno di quei piccoli rami sorgentizi che alimentano il torrente San Pietro, affluente diretto del Mar Ligure. Trasferitosi a Diano da Alessandria per amore di una terra che sente sua da quand’era bambino, Davide ci spiega di aver trascorso fin dall'infanzia le estati a Diano Marina, nella casa di famiglia. “Ora ci vivo, e faccio la guida escursionistica a tempo pieno”. 

Perché se è vero che le tracce umane di questi borghi sembrano tanto antiche da risultare illeggibili, le vite di chi continua ad abitarvi sono così saldamente legate ad un presente da riscoprire che risultano impresse nel paesaggio con la stessa forza di coloro che, nei secoli, hanno contribuito a plasmarlo.

Vorremo rappresentare una territorialità che sconfina” afferma la sindaca di Cervo, Lina Cha, “unendo aspetti naturalistici, culturali e storici di tre borghi che sono veri e propri sentieri sul mare”. Che il mare e l’entroterra siano due realtà dicotomiche è infatti un cliché ormai superato. “L’interdipendenza che unisce il bosco e la spiaggia, le mulattiere e il lungomare, è una forza su cui vogliamo puntare, per permettere agli amanti dell’outdoor di scoprire una terra rimasta a lungo nascosta e agli abitanti di rivendicare il proprio spirito d'appartenenza”. Quell’appartenenza, unita all’orgoglio e alla gratitudine da cui siamo partiti, che nasce dalla consapevolezza di poter vivere in un territorio capace di sintetizzare mare e montagna. E, insieme a loro, le meraviglie di una regione tanto introversa e ostinata quanto veracemente ospitale.