Animali con super poteri: i micromammiferi del bosco, gli invisibili

La nostra percezione del mondo si basa in gran parte sul senso della vista e questo ci preclude una fetta di realtà non indifferente. Nelle foreste ci sono esseri viventi di cui ignoriamo la presenza, ma che si muovono a pochi passi da noi

I serpenti percepiscono la presenza del calore delle prede attraverso le fossette termorecettrici, i rapaci notturni, prima ancora di avvistare le prede, sentono i minimi rumori provocati dai loro spostamenti. Un gran numero di prede e predatori gioca poi la dura sfida della vita a colpi d’olfatto e relative fughe o rincorse. E noi umani? Noi siamo molto limitati, basiamo gran parte della nostra esistenza su un solo senso: la vista. Questo è un gran limite, considerando poi che i nostri occhi non sono così strutturati e funzionali come quelli dei falchi o dei felini, ad esempio.

La vista: quel senso che ci limita

Tale condizione ci rende praticamente “ciechi” quando avanziamo nel bosco, dove siamo in grado di percepire e comprendere una bassa percentuale di quel che ci circonda. Ma c’è di più, ci sono altre condizioni che giocano a nostro sfavore, quali la paura atavica di molte specie nei nostri confronti, le strategie mimetiche che molti animali attuano, il loro agire col favore delle tenebre. Molti poi sono piccoli e, se non invisibili, non destano particolare curiosità e vengono sostanzialmente ignorati. 

La vera notizia è che questo “mondo invisibile” è tremendamente grande, sia in termini di biomassa (il loro peso globale, per intenderci) che di numero di specie. È inoltre tremendamente importante, in quanto costituisce la larga base su cui si reggono tutti gli ecosistemi e le piramidi alimentari. 

Ci soffermiamo qui a parlare dei micromammiferi, tralasciando, almeno per il momento, il vastissimo insieme degli Invertebrati, cassetto tassonomico in cui sono riposti gli Insetti, gli Aracnidi e migliaia di specie di minuscoli animali di cui spesso ignoriamo l’esistenza. 

I micromammiferi, questi sconosciuti. O no?

Quello dei micromammiferi non è un raggruppamento che fa capo a una classificazione scientifica, ma un insieme di animali che sta ben a cuore a tanti studiosi del mondo naturale. Con questo termine vengono indicati i Mammiferi non volanti (sono esclusi quindi i Chirotteri, ossia i pipistrelli) appartenenti agli ordini dei Roditori, dei Soricomorfi e degli Erinaceomorfi, questi ultimi due una volta inclusi nello storico raggruppamento degli Insettivori. Dotati di una grande adattabilità, sono riusciti a colonizzare il sottosuolo, le chiome degli alberi e persino gli ambienti semiacquatici. Rappresentano, come numero di specie, ben più del 50% dei Mammiferi conosciuti.

Rivestono un’importanza ecologica di rilievo, sia come consumatori primari di sostanze vegetali che come fonte di cibo per svariate specie di predatori. Essendo posti alla base della piramide alimentare sono numerosi (come individui), motivo per cui la loro presenza o assenza determina molti trend ecosistemici. I Roditori, in particolar modo, sono veicolo di dispersione di spore e semi, e divengono quindi fondamentali per il rinnovamento forestale. Esiste una correlazione, ben studiata anche nelle foreste italiane, fra i cicli degli alberi e quelli di questi piccoli quadrupedi. Agli anni di pasciona (produzione abbondante di semi), ad esempio, degli abeti rossi, coincide quasi sempre una seguente prolifica riproduzione di topi e arvicole. Teniamo ben presente che i loro cicli vitali sono molto rapidi e la stessa femmina può partorire numerosi figli, in grado essi stessi di riprodursi dopo poche settimane, nella stessa estate. La pasciona influisce anche nei comportamenti ed è intuitivo: in abbondanza di cibo perché gli esemplari dovrebbero rischiare spostamenti inutili? Ecco quindi che gli areali dei singoli si riducono con tutti gli atti comportamentali che ne conseguono. Tante prede uguale benessere anche per i predatori, ecco quindi che a cascata alcuni animali quali i rapaci notturni ne beneficeranno, concretizzando il tutto con un successo riproduttivo maggiore.

Avendo delle fluttuazioni numeriche talvolta fuori controllo, i Roditori vengono ricordati più per i danni che possono arrecare che per la loro valenza ecologica. Decontestualizzandoci dagli ambienti boschivi, ci ricordiamo di loro quando saccheggiano le riserve alimentari (cereali) o quando divengono vettori di malattie. Solitamente ce ne sbarazziamo in modo sbrigativo, con veleni e prodotti tossici che poi entrano nei cicli alimentari e portano sofferenze anche ai loro predatori, creando squilibri del tutto imprevedibili e ancora più dannosi di quelli a cui si voleva porre rimedio.

Va infine ricordato che alcune specie (ad esempio l’arvicola d’acqua italiana) necessiterebbero un livello di protezione maggiore vista la loro endemicità o alla scarsezza numerica figlia della riduzione di particolari e fragili ambienti che le ospitano.

I “folletti” del bosco e la compagnia allargata

Molti dei boschi di montagna italiani, sia di latifoglie che di conifere, sono abitati da dei veri e propri folletti, dei piccoli Roditori somiglianti ai più noti criceti. Le arvicole rossastre (Myodes glareolus per la scienza) sono in certi periodi presenti in gran quantità, eppure la maggior parte di noi le ha mai sentite nominare e ovviamente non le ha mai viste. Questo perché sono animali schivi, che si muovono furtivi nel sottobosco o fra i legni morti, e perché, per motivi di sicurezza, preferiscono uscire allo scoperto perlopiù di notte. Studi multidisciplinari passati (come quelli ad esempio compiuti nella Foresta di Paneveggio, in Trentino) hanno messo in luce un po’ tutte quelle cose di cui si accennava prima, ossia il fatto che esista una correlazione fra cibo a disposizione e dinamiche di popolazione delle arvicole e pure un rapporto stretto fra queste ultime e le strategie riproduttive dei rapaci notturni, in primis della civetta capogrosso.

L'arvicola rossastra, il folletto dei boschi © Pixabay

Il bosco è ovviamente “la casa” di molti altri Roditori, fra cui i ben noti scoiattolo rosso, moscardino e ghiro, di cui non parleremo in questa sede, per concentrarci su quelli meno noti. Esistono ad esempio anche altre arvicole, alcune endemiche e con popolazioni localizzate, fra cui spicca l’arvicola delle nevi (Chionomys nivalis), che come ricorda il suo nome, riesce a spingersi ben più in quota, anche fra le praterie e i macereti. Animale diurno (talvolta lo si può scorgere mentre si riposa al sole), si nutre prevalentemente di muschi, licheni ed erbe. Quasi a voler rimarcare la potenza del proprio nome, un esemplare è stato incredibilmente rinvenuto a circa 4700 m di quota, sul versante francese del Monte Bianco.

Arvicola delle nevi © Pixabay

Ci sono poi i ben noti topi, anche se a parlare di topo selvatico dal collo giallo (Apodemus flavicollis) in molti sarebbero pronti a chiedersi cos’è. È un animale crepuscolare che solitamente ha abitudini solitarie che, a differenza di molti altri topi, è strettamente legato agli ambienti boschivi, lontani dalle aree antropizzate. Ovviamente le specie sono anche molte altre, ma non ha senso in questa sede snocciolare un elenco completo.

La sfera vitale dei Soricomorfi ci è ancora più sconosciuta. Chi sono? Sono i toporagni, che con i topi non ci hanno nulla a che vedere e con i ragni meno ancora. Il loro nome fa riferimento a quest’ultimi semplicemente per i movimenti veloci e scattanti e per l’antica credenza che riteneva che il loro morso fosse velenoso. 

Hanno tutti dimensioni minuscole, muso e denti appuntiti, occhi piccoli, zampe corte, pelo corto e molto folto, coda relativamente lunga. Sono terrestri o semiacquatici e, avendo un rapporto superficie-volume sfavorevole (perdono facilmente calore), tengono un metabolismo veloce che li costringe a mangiare l’80-90% del proprio peso corporeo ogni giorno. Hanno fortunatamente pochi predatori, le loro carni sono infatti maleodoranti e risultano sgradevoli ai più. Anche in questo caso un elenco, che comprenderebbe non pochi endemismi, non avrebbe senso, ma qualche nome va fatto. Il primo è quello del mustiolo (Suncus etruscus), il più piccolo mammifero italiano, il secondo è quello del toporagno alpino (Sorex alpinus), dal dorso nero antracite. Affini ai toporagni sono le crocidure, distinguibili fondamentalmente per i denti bianchi che differiscono da quelli dei toporagni che sono rossi. Per dovere di cronaca vanno menzionate anche le talpe, appartenenti allo stesso ordine.

Un minuscolo toporagno © Rhae Pixabay

A completare ogni discorso sono gli Erinaceomorfi, ossia i ricci, simpatici e mansueti animali legati più agli ambienti collinari e planiziali che di montagna. Nel nostro Paese sono due le specie presenti: il riccio europeo (Erinaceus europaeus) e il riccio dei Balcani (Erinaceus roumanicus).

I metodi d’indagine

Ma se stiamo parlando di animali “invisibili”, come facciamo a sapere che esistono in un determinato ambiente? Semplice! Tutti gli animali lasciano dei segni! Ecco dunque che si spalancano le porte di vere e proprie miniere conoscitive per gli zoologi e gli etologi (coloro che studiano il comportamento animale) che riescono a ricostruire la scena (talvolta del delitto) e riconoscere gli attori. Orme, resti di cibo, deiezioni, segni sugli alberi: sono questi gli indizi principali, ma la lista reale a disposizione degli esperti è per davvero molto più sostanziosa. 

Ma se parliamo di micromammiferi, quali sono i segni da trovare e interpretare? Le impronte no, sono troppo leggeri per lasciare impronte “leggibili”, anche se magari cercando nel fango, vicino all’acqua (ricordiamoci che tutti gli animali prima o poi vanno a bere) qualcosa di sensato si potrebbe pure rinvenire. Ci sono poi i resti di cibo: arvicole, topi, ghiri e scoiattoli, ad esempio, rosicchiano in maniera diversa lo stesso tipo di seme o di frutto. La prova fondamentale viene però fornita dai resti di cibo dei loro predatori. I rapaci, diurni e ancor più notturni, espellono dal becco le borre, ossia delle specie di polpette allungate che contengono tutti i materiali indigeribili, ossia peli, ossa, piccole piume, ecc. Questi tesori vengono analizzati in laboratorio e consentono di capire quale sia la dieta di questi predatori e, di conseguenza, di capire con precisione quali siano le specie che vengono ingerite e che sono presenti nel territorio. La scoperta di alcune specie rare o endemiche, o addirittura nuove alla scienza, è avvenuta proprio così.

Borre e frutti rosicchiati ben catalogati © Roberto Ciri

I metodi d’indagine sono molti, in continua evoluzione e sempre più specifici, elaborati e mirati. Ce n’è uno però, di molto “generico” che ha stabilmente preso piede negli ultimi decenni e che è in grado di scorgere e documentare la presenza di molti animali presenti in un’area, a patto che le loro dimensioni siano maggiori di quelle dei micromammiferi. Stiamo parlando delle fototrappole, ossia di quegli strumenti posizionati solitamente su alberi o rocce in grado di attivarsi al passaggio di un animale e di generare fermoimmagine o video. Sono, al giorno d’oggi, comunemente usate da enti e studiosi che si occupano di gestione faunistica.

Un tasso immortalato da una fototrappola © Lorenzo Comunian