© Fay Manners
Fay Manners e Marco Malcangi © Fay Manners
Fay Manners in Perù © Fay Manners
La linea di discesa sull'Artesonraju © Fay Manners
© Olly Bowman
© Alexandra Janiak
© Jan Virt
Fay in arrampicata © Eneko Pou
Foto archivio Fay Manners © Mathis Dumas
Porta la firma di Fay Manners e Mathilde Badoual la nuova via Neue Ära sulla parete Nord Ovest del Nordend, nelle Alpi Svizzere. 500 metri di linea aperta in stile tradizionale, navigando tra complessi sistemi di fessure e diedri prima di uscire sulla cresta sommitale della montagna. Da qui, per la vetta le due alpiniste hanno proseguito per 800 metri su neve e passaggi di cresta.
“Questa salita è stata tutto ciò che avevo sperato che fosse: godibile arrampicata in fessura, un bivacco romantico e una chiusura su una delle creste più eleganti delle Alpi. L’unica cosa che non avevamo pianificato è stato il temporale che ci ha sorpreso poco sotto la vetta, trasformando la discesa in una lunga giornata a brancolare nel whiteout, tra i crepacci nascosti, con un proficuo gioco di squadra” ha scritto Manners su Instagram.
“Neue Ära rappresenta tutto ciò che avevo sperato che fosse: godibile arrampicata in fessura, un bivacco romantico e una chiusura su una delle creste più eleganti delle Alpi". Fay Manners
“Il nome significa Nuova Era, e rappresenta qualcosa di più che una nuova linea. Si riferisce alle montagne che evolvono, e al nostro modo di arrampicare che evolve con loro. Ogni generazione trova la sua via di salita, influenzata dalle condizioni del suo tempo” ha aggiunto l’alpinista britannica. La prima salita a questa cima risale infatti al 1933, quando si svolse quasi completamente su neve. Nel 1976 era poi stata aperta una via che si adattava all’arretramento del ghiacciaio, e Manners ha deciso di aprire questa via per rispondere all’interrogativo su quale potesse essere la linea di salita più logica oggi.
“È stato molto significativo anche condividere questa salita con un’altra donna. Guardando alla storia dell’alpinismo, io sono stata ispirata da donne come Lucy Walker e Gladys-L Scott, che in silenzio hanno contribuito a fare la storia. Spero che abbiamo aggiunto un piccolo tassello” ha concluso Manners.
Fay Manners: alpinista a trecentosessanta gradi
Parlando con Fay Manners, l’impressione è quella di incontrare per strada quella compagna di scuola che ha realizzato i sogni che coltivava tra i banchi, quando ancora aveva le trecce lunghe e le Converse ai piedi. Lei è diventata un’alpinista da prima pagina, con una base a Chamonix e una lunga lista di progetti in giro per le montagne del mondo. E anche una con le idee chiare, che non lascia niente al caso, perché i successi arrivano se dietro le quinte si lavora sodo.
Dal Perù all'Eiger, passando per sci ripido, misto e nuove vie sulle pareti di casa, Fay Manners ci ha raccontato la sua stagione, le prime discese in Cordillera Blanca e i prossimi progetti.
Quest'anno hai sciato meno del solito. Come mai?
Mi sono concentrata maggiormente sull'arrampicata su ghiaccio e misto. Le condizioni nelle Alpi erano particolarmente buone e avevo tre grandi progetti in programma. Per questo ho avuto meno meno tempo da dedicare allo sci.
E così sei andata a prenderti la stagione sciistica in Perù. La spedizione aveva un obiettivo dichiarato?
Per me era la prima volta in Perù, sognavo quel posto da anni. Avevo letto molto sulla Cordillera Blanca, visto fotografie e seguito altri atleti che c'erano stati. Cime come l'Artesonraju mi affascinavano da tempo. Quando siamo partiti non avevamo un obiettivo particolare in mente, non pensavamo a una prima discesa. Io volevo semplicemente sciare e conoscere il posto, anche se avevo un paio di idee. Ma appena arrivo in una zona nuova divento molto curiosa. Non riesco a evitare di guardare le montagne e cercare linee che mi ispirino. Se ne vedo una che mi piace, mi chiedo subito se è possibile sciarla. Sono l’estetica della linea e la curiosità di esplorare che mi motivano. L'abbondanza di possibilità mi travolge, ed è così che abbiamo trovato questa linea tra il Ranrapalca (6.162 metri) e l’Ocshapalca (5.888 metri).
L'abbiamo vista praticamente appena arrivati. Era evidente fin da Huaraz e ho pensato subito: quella linea sembra incredibile. Dopo alcuni giorni di acclimatazione continuavo a guardarla e a chiedere alle guide locali se qualcuno l'avesse già sciata. Più facevo domande, più appariva chiaro che probabilmente si trattava di una prima discesa, alla fine abbiamo deciso di tentare e basta.
“Sono l’estetica della linea e la curiosità di esplorare che mi motivano. L'abbondanza di possibilità mi travolge”
Un accesso difficile
Quali sono state le difficoltà principali?
Soprattutto l'accesso. Si trattava di navigare tra crepacci e seracchi che normalmente sono molto difficili da oltrepassare. Però quest'anno c'era più neve del solito e siamo arrivati nel momento giusto della stagione. Le condizioni erano decisamente migliori che negli anni passati, e siamo riusciti a passare.
La sciata è stata molto varia. La parte inferiore era un vero itinerario di sci alpinismo tecnico, con crepacci, seracchi, terreno ripido e perfino qualche tratto di arrampicata su ghiaccio. Più in alto, invece, c'erano enormi pendii aperti dove potevi fare ampie curve e sciare con una sensazione di sicurezza e libertà incredibile. La sezione finale verso la vetta raggiungeva circa 45 gradi ed era molto esposta, ma relativamente breve. Il resto della parte alta della montagna era un enorme pendio tra i 30 e i 40 gradi, perfetto per una sciata dolce e divertente. La vera difficoltà era l'altitudine: sopra i 6.000 metri anche una sciata tecnicamente facile diventa impegnativa.
La discesa della sezione inferiore è stata piuttosto complessa: una calata in doppia e poi abbiamo dovuto saltare crepacci e scendere pendii molto ripidi in cui era richiesto il massimo controllo.
Successivamente avete sciato anche sull'Artesonraju. Si è trattato anche qui di una prima discesa?
Non posso dirlo con certezza. Tutte le guide locali mi hanno detto che nessuno l'ha mai sciata e non esistono informazioni online che dimostrino il contrario. Però nel mondo dello sci è difficile dire che si tratta di una prima discesa con assoluta sicurezza, quindi preferisco non farlo se ho anche il minimo dubbio. Potrebbe esserci stato qualcuno anni fa che l'ha sciata senza documentarlo, mentre il Ranrapalca nessuno l’ha neanche scalato per anni, quindi sono sicura che si tratti di una prima discesa.
Sull’Artesonraju abbiamo scalato la cresta Nord, per poi tentare una linea che avevamo in mente già prima di partire, perché quella è una montagna famosissima: è nel mio immaginario fin dall'infanzia, essendo la cima a cui si ispira il logo della Paramount.
Ci attirava l'idea di sciare quella cresta così elegante ed esposta, in una valle circondata dalle altre cime principali della Cordillera Blanca. Non sapevamo se fosse possibile, ma volevamo provarci.
In cordata con Marco Malcangi
In Perù eri insieme a Marco Malcangi, che è diventato un abituale compagno di cordata nelle tue imprese. Siete molto affiatati?
Abbiamo una visione molto simile della montagna. Entrambi siamo interessati all'esplorazione, mentre sulle Alpi molti scialpinisti vogliono ripetere le stesse linee mille volte, per essere i primi a sciarle in polvere o nelle condizioni migliori. A noi piacciono le grandi classiche, ma troviamo molto più stimolante andare a cercare qualcosa di nuovo, senza sapere esattamente cosa troveremo. Non abbiamo problemi a camminare un po’ di più per raggiungere una linea remota, invece che prendere la funivia e cercare di arrivare prima di qualcun altro sulla stessa discesa. Quindi Marco era il compagno perfetto per una spedizione come questa, è stata una scelta naturale.
In questo tipo di viaggi la fiducia reciproca è fondamentale. È importante per me sentirmi sicura con il mio partner, sapere che non lascerebbe mai il suo ego influenzare le decisioni. Siamo entrambi persone che mettono la sicurezza al primo posto: se le condizioni non sono buone o l'istinto ci dice che non è il caso, torniamo indietro senza problemi. E ci aiutiamo a vicenda: se mi serve più tempo in discesa mi aspetta, se vedo che fa fatica a salire gli tolgo un po’ di peso dallo zaino.
Come vivi il fatto di scalare sia con uomini sia con donne? C'è differenza?
Oggi mi trovo in una posizione in cui ho piena fiducia nella mia esperienza e nelle mie competenze. Questo mi aiuta a esprimermi con maggiore naturalezza anche in cordata con uomini. Ho la sicurezza di dire: "Vado io da prima", oppure di portare più peso nello zaino. Allo stesso tempo continuo a cercare il più possibile compagne donne per nuovi progetti di arrampicata e di sci, e non è semplice. Non voglio legarmi con una donna solo perché è donna: servono lo stesso livello, la stessa visione e lo stesso approccio.
Negli ultimi anni ti sei dedicata a discipline molto diverse tra loro. Ce n'è una che preferisci?
Il mio obiettivo è diventare un'alpinista multidisciplinare. Ogni anno cerco di propormi progetti per migliorare nell'arrampicata su roccia, nello sci ripido, nella scalata su ghiaccio e misto e nella resistenza. Voglio essere un'alpinista completa, capace di muoversi bene in qualsiasi ambiente, per essere in grado di spaziare tra più discipline e avere margine su tutto.
Il soccorso in India e i prossimi progetti
Nel 2024, insieme a Michelle Dvorak, hai avuto un incidente durante una salita in India. Quell'esperienza ha cambiato il tuo modo di andare in montagna?
«Non credo che l'incidente abbia avuto un impatto nel mio approccio o nella mia motivazione: aprire nuove vie è ancora la cosa che mi rende più entusiasta al mondo. Però mi ha resa un po' più consapevole dei pericoli oggettivi, elementi che è molto importante considerare in anticipo. Che si tratti di roccia instabile o di meteo imprevedibile, da quando c'è stato l'incidente valuto ogni aspetto più nel dettaglio prima di lanciarmi in un grande obiettivo. Ma a parte questo, sono molto motivata a spingermi al di fuori della mia comfort zone. Vedo l'incidente come una parte della mia storia, non voglio lasciarmi frenare.
Qual è stata la reazione mediatica a questa operazione di soccorso? Credi che il fatto che sia accaduto a due donne abbia influenzato le reazioni?
Onestamente non lo so. Ci sono sempre commenti negativi quando sei un’atleta esposta pubblicamente e ti trovi in una situazione controversa. Ma io ho cercato di prendere il bello da questa questione. Credo che la maggior parte delle persone sia stata ispirata da questa storia, e contenta del fatto che siamo tornate vive. Per me basta questo.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Quest'estate tenterò di aprire una nuova via sull'Eiger insieme a Roger Schäli. Dopo i progetti invernali di misto e quelli di sci ripido, questo rappresenta il tassello dedicato alla roccia nella mia programmazione annuale. Per il momento non ho in programma viaggi lontani: mi piace bilanciare le spedizioni all’estero e le salite dietro casa. Vivere sulle Alpi è un privilegio. Mi piace viaggiare e scoprire nuovi luoghi, ma a lungo andare diventa stancante, e trovo speciale anche contribuire alla comunità alpinistica del posto in cui vivo. Sono qui da meno di dieci anni e sento di avere ancora moltissimo da esplorare.