I coleotteri del bosco: non è solo incubo bostrico

La drammatica proliferazione del bostrico nelle foreste colpite dalla tempesta Vaia ha portato alla ribalta questi insetti, ma è decisamente una vetrina riduttiva: i coleotteri sono un tassello regolatore fondamentale degli ecosistemi alberati e alcuni di loro, visti da molto vicino, sono davvero affascinanti

Vaia, un nome che rimbomba tenebroso nelle menti di chi abita le montagne del nord-est Italia colpite, a fine ottobre 2018, dalla terrificante tempesta a cui è stato attribuito tale nome. Un fortunale che, dopo avere in modo surreale abbattuto un’enorme quantità di alberi (in prevalenza abeti rossi), ha dato il la a un problema forse inaspettato, ossia la proliferazione fuori controllo del bostrico (Ips typographus), un piccolo coleottero che si nutre di legno morto e che non ha disdegnato negli anni ad attaccare anche gli alberi vivi destinandoli in breve a morte certa. Un danno ambientale ed economico di non poco conto.

Bostrico © Wikimedia Commons

Oltre il dramma

Il variegato mondo dei Coleotteri è però fortunatamente rappresentato per la maggioranza da specie senza cui il bosco stenterebbe a mantenere il proprio equilibrio e a sopravvivere. I cosiddetti xilofagi (letteralmente “mangia legno” e di cui anche il bostrico è parte) ricoprono un ruolo ecologico fondamentale, trasformando gli alberi caduti in materia utile a costituire l’humus e a rigenerare quindi di continuo gli ambienti forestali. Quando tutto è in equilibrio attaccano solo piante morte o già malate, ma, in condizioni di stress, alcuni, come gli Scotilidi (il bostrico appunto) e i Curculionidi (quelli che sembrano avere una proboscide) possono trasformarsi in temibili parassiti per gli alberi vivi a cui interrompono il flusso della linfa.

Le lunghe antenne

Quella dei Cerambicidi, con le sue oltre 25000 specie è una delle famiglie più spettacolari del meraviglioso mondo dei Coleotteri forestali. A rendere questi Insetti inconfondibili anche ai meno esperti sono le estese antenne (lunghe talvolta il doppio del corpo), organi sensoriali che hanno valso loro anche l’appellativo di “longicorni”. 

A destare attenzione è soprattutto la rosalia alpina (Rosalia alpina), magnificamente colorata di azzurro e punteggiata di macchie nere. Si tratta di una specie lunga fino a 4 cm (antenne escluse) piuttosto rara, diffusa con popolazioni localizzate e legata ai faggi secolari, su cui le grandi larve scavano gallerie per nutrirsi. Ma perché la rosalia alpina ha questa livrea che ai nostri oggi sembra sgargiante? La risposta ci arriva da un recente studio del Parco Nazionale d’Abruzzo sviluppato attraverso dei finti modelli dell’animale offerti a degli Uccelli predatori. Si è visto che il modello tutto azzurro e quello con le macchie sono predati meno del finto insetto tutto nero. L’azzurro aiuta quindi a confondersi nel gioco di luci e ombre della faggeta, a quanto pare. E quindi il nero non serve a nulla? Si ipotizza che tale cromatismo sia utile per la termoregolazione e per eventuali sistemi di comunicazione intraspecifici.

Un’altra specie simbolo è l’ancor più grande e scuro cerambice della quercia (Cerambyx cerdo), anch’esso vincolato alla presenza di alberi maturi.

Sempre caratterizzato da antenne spropositate è pure il longicorno marmorizzato bianco (Monochamus sutor), animale che abita le foreste di conifere di Europa ed Asia e che può involontariamente fungere da vettore per il verme Nematode Bursaphelenchus xylophilus che colonizza i canali resiniferi di pini e abeti portandoli alla morte.

Rosalia alpina © Mattia Corsato

 

I gioielli del bosco

Esiste una famiglia fra i Coleotteri che vanta delle specie che sembrano uscite da un film di fantascienza: è quella dei Buprestidi. Al netto di alcuni rappresentanti che portano colori anonimi (per i nostri gusti ovviamente), si trovano in questo raggruppamento animali con le elitre (le ali modificate e indurite) estremamente colorate e riflettenti. Si tratta di colori fisici, spesso iridescenti, frutto della rifrazione della luce sulle microstrutture dell’esoscheletro. Anche in questo caso sono le larve a nutrirsi di legno.

 

Il leggendario cervo volante

Sono pochi gli Insetti che possono vantare la fama (benevola) del cervo volante (Lucanus cervus), essere conosciuto e talvolta idealizzato, per via delle sue mandibole ipertrofiche, anche dai bambini. In realtà, le grandi “corna” (le mandibole), a dispetto dell’aspetto che può risultare minaccioso, non stringono e non sono in grado di recare nessun tipo di doloroso morso all’uomo. A portarle sono i maschi, lunghi fino a 8 cm, che le usano come armi per i rituali di forza che servono per conquistare le femmine nel periodo degli accoppiamenti.

Questo meraviglioso rappresentante della famiglia dei Lucanidi ha un ciclo vitale singolare, con la larva che sta nel sottosuolo per 3-7 anni nutrendosi di legno in decomposizione e l’adulto che si mantiene attivo per poche settimane, in estate.

È un ottimo indicatore ambientale, la sua presenza certifica un bosco in salute, con alberi vecchi e legno marcio, un bosco che sa rinnovarsi secondo i ritmi e  i canoni naturali. Paradossalmente un bosco troppo soggetto a pulizia non risulta adatto e proprio l’eccessiva cura del sottobosco ne mina la sopravvivenza.

Un magnifico maschio di cervo volante © Mattia Corsato

 

Lo scarabeo col corno

Gemello, in quanto ad aurea, al cervo volante è sicuramente lo scarabeo rinoceronte (Oryctes nasicornis), altro spettacolare “gigante” che si è anch’esso attrezzato, seppur in modo diverso, per i rituali di combattimento fra maschi. A spiccare per visibilità è qui un vistoso corno ricurvo, ben piantato su un corpo tarchiato e ben corrazzato lungo fino a 4,5 cm. Come per il cervo volante il ciclo vitale vede adulti che durano poche settimane e larve xilofaghe che stanno 2-3 anni fra il terreno e le ceppaie.

Scarabeo rinoceronte © Mattia Corsato