Paola Loreto in Grigna © Daniele BoniniLa neve in alta quota modella sagome straordinarie, ineguagliabili. A volte mi arresta, mi inchioda gli sci nella traccia, in uno stato di fascinazione. È un’esperienza estetica: ammiro le forme, le proporzioni, la consistenza irripetibile (e impermanente) del manto fresco. Soprattutto l’infinitezza delle pareti scoscese di certi canali.
Mi sono resa conto che ne sono attratta e che mi aiuta a elaborare la mia idea della morte, della mia possibile morte. Forse si potrebbe pensarla come un lasciarsi andare a una fine bella perché compiuta, che non lascia altro da desiderare. Come un’altra metafora della vita: se fosse stata vissuta bene, se qualche obiettivo importante fosse stato raggiunto, e se si fosse goduto di ogni momento del cammino - come quando si raggiunge una vetta a lungo desiderata e bellissima- allora forse non ci sarebbe troppo dispiacere nel chiudere il cerchio. Se sopravvenisse mentre si sta facendo una delle cose che più si amano al mondo - mentre si è profondamente felici- forse sarebbe accettabile. Andrebbe bene così.
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Quel canale totalmente verticale
è bello bianco liscio mi toglie
il fiato. Così stretto, angusto
scivoloso. Così in ombra.
Appartato. Celato.
(Riposto.)
Mi vedo volare sulla lingua
di ghiaccio a imbuto a perdifiato.
Le braccia aperte ad aquilone.
Impossibile fermarmi
mi lascio all’aria
che mi porta poco.
Mi cede.
Mi vedo pensare le ultime cose
della vita: le cose fatte, le cose
contente. Prego di evitare
il dolore, alla mia fine,
che è una fine arrivata,
come la cima di una vetta
elegante e discreta
segretamente piena
di grazia, esile e attorta
ma così complessa
da scalare, da aderirvi
con il corpo e con la mente
da non abbandonare
nello sfinimento
da crederci che l’hai voluta
ti ha trovato dove tanto
ti bisognava.
Stavo salendo in Grigna, d’inverno - la Grigna settentrionale, o Grignone- e c’è un punto della cresta (che ha visto scivolare più di una vita quando è ghiacciata) in cui, su una curva, vedi bene, di fronte, un canale verticale davvero impressionante: terribile e bellissimo, perfetto e letale. Ti rendi conto che un passo falso sarebbe anche l’ultimo. Nessuna seconda chance. E non so se sia possibile, e forse neanche completamente desiderabile, ma l’idea della morte, in quel momento, diventa plausibile. È come se si fosse ammessi al suo cospetto - eccezionalmente, per un istante- in maniera reale e la si contemplasse come evenienza possibile. Al contrario di quanto Jon Krakauer racconta, in Into the Wild, dei giovani alpinisti americani: per il ventitreenne esuberante che ricorda di esser stato, ci confessa, l’idea della propria morte è astratta quanto un concetto di geometria non euclidea o il matrimonio.
Per qualche ragione, invece, credo che l’idea della morte in montagna, a un qualche livello profondo, assuma una certa verosimiglianza: sia accettata profondamente come parte di quella micro-esperienza della vita che è un’ascesa. Succede, lì, perché la partecipazione a ciò che è vivo è senza filtri, totale. È fino in fondo, e perciò completa e ci restituisce il senso, compiuto, dell’intero, del tutto.