Tre Cime di Lavaredo, Rifugio Locatelli. © Andreas Gloeckner (Pixabay)Un tema ampio come quello che affronta turismo e montagna, oggi, non può prescindere da alcune questioni: il riscaldamento climatico, da un lato, che spinge le cosiddette “migrazioni verticali”, e il desiderio crescente di riconnettersi con la natura, andando per boschi e sentieri, respirando aria più pulita, tornando ad assaporare il ritmo lento delle stagioni, ma anche relazioni umane di qualità.
Non sono spunti nuovi, ma restano attuali, dopo che la scorsa estate ha battuto (ancora) il record di calore e il record di presenze in montagna in particolare: secondo l'osservatorio sulla montagna estiva di Jfc, sono stati superati i 79 milioni di presenze nelle aree montane e appenniniche italiane (+5,8% sul 2025).
Inoltre, si afferma sempre di più una forma di turismo che tende a farsi stanziale: sembra un ossimoro, considerando che la parola arriva da un termine che significa “girare” per tornare allo stesso punto di partenza, non per allontanarsene. La tendenza, che pure non ha ancora numeri significativi, è stata certificata nel 2025 dal Rapporto Montagna Italia dell’Uncem, l’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani, in cui è emerso che tra il 2019 e il 2023 si sono trasferite in montagna quasi 100mila persone in più di quelle che se ne sono andate, contrastando lo spopolamento (nel 2024 il saldo arrivava a 35mila).
Ecco qualche titolo per approfondire questi temi.
Il richiamo della terra
Il ripopolamento alpino si fonda su una serie di fattori diversi: c’è il cambiamento climatico, che d’estate incendia le città, rendendole pericolose per la salute di alcune di fasce di popolazione, come gli anziani, in un’epoca di invecchiamento demografico. Poi c’è la diffusione del lavoro da remoto, che rende possibile “pendolare” anche per più giorni consecutivi durante la settimana. E c’è la diffusione di strategie di rivitalizzazione dei comuni abbandonati tramite iniziative come le “case a 1 euro” o la promozione di un turismo “esperienziale” che cerca di superare il problema della concentrazione stagionale, rendendo possibile spalmare le presenze su tutto l’anno. Sono solo alcuni dei temi che Valentina Boschetto Doorly, manager di lungo corso nel settore del turismo e dell’ospitalità, ha affrontato in La terra chiama (Il Saggiatore, 2021) con un approccio molto concreto. “Finché non cambiano le metriche con cui misuriamo il successo, non cambieremo la società”, ha dichiarato, e la città continuerà a essere il fulcro produttivo del mondo.
Tuttavia è innegabile che, soprattutto dopo la pandemia, sia aumentato il richiamo alla terra, inteso come esigenza di “ripensare il futuro” in termini molto diversi da quelli delle generazioni precedenti. Ecco dunque i “tecno-eremiti”, i “neo-contadini”, gli “agro-turisti”, i “nomadi digitali”: persone che non solo inseguono un cambio di vita radicale, ma sentono anche una responsabilità verso il Pianeta che abitano e la comunità dove scelgono di vivere, e adottano stili di vita imperniati sulla sostenibilità ambientale, sul rispetto della biodiversità, sul viaggiare “slow”.
Consigli per gli acquisti
Luca Mercalli è il climatologo per antonomasia ormai, e proprio il suo lavoro lo ha portato alla scelta che racconta in Salire in montagna (Einaudi, 2020), che dedica ai montanari di ritorno. La ragione che più lo spinge però non è troppo bucolica: “Gli scenari climatici con cui lavoro tutti i giorni dicono che […] nei prossimi decenni avremo estati sempre più calde e asciutte, africane. Dunque migrare verso l’alto è questione di lungimiranza, di strategia per la vecchiaia”. Facile a dirsi, ma a farsi un poco meno. Trovare una casa e superare le pastoie amministrative non è però semplice: “Chi vuole ristrutturare una vecchia casa alpina deve prepararsi a scalare i 14 Ottomila della burocrazia”.
Chi ci ha provato può allora trovare conforto in questo libro, dove Mercalli racconta la sua esperienza, fra tentennamenti ed entusiasmi. Altrimenti può trovarvi un’idea abbastanza precisa di cosa lo aspetta se vuole farlo, che non per scoraggiarsi, ma per essere consapevoli di una scelta non banale, da cui va il più possibile allontanata ogni forma di ingenuità. Da non sottovalutare anche la possibilità di rimanere per sempre “forestieri” nelle percezioni della gente del posto.
Accanto però al piano pratico, il racconto svela anche tutto l’interessante mondo della bioedilizia, delle misure di incentivo al lavoro nelle terre alte, ma anche alla fine la bellezza di un mondo poco accessibile sul piano abitativo concreto, ma capace di regalare emozioni autentiche, di cui ci siamo dimenticati o che non ci diamo più il tempo di godere: la semplice contemplazione di un paesaggio innevato senza la frenesia di doverlo “consumare”, la lentezza come principio guida. E la consapevolezza di avere fatto una scelta che va oltre la propria storia, configurandosi come dono per le generazioni future, quelle dei propri figli, ma anche di quelli della comunità di arrivo, con il più alto risultato di rivestire una vicenda privata di un valore collettivo.
La neve del futuro
Non potevamo non chiudere senza affrontare uno dei nodi cruciali del turismo in montagna: la neve e i modelli di gestione dell’offerta turistica. Due romanzi si pongono il problema raccontando storie complementari, che in concreto mostrano cosa significa provare a immaginare un futuro diverso, necessariamente legato a un cambio (si direbbe piuttosto uno stravolgimento) di sguardo. Si tratta di Ultima neve di Arno Camenisch (Keller, 2019) e Stagioni fragili di Luca Trevisan (Cierre edizioni, 2025).
Nel piccolo paese dei Grigioni raccontato da Camenisch, Paul e Georg continuano a gestire il vecchio skilift di famiglia mentre aspettano una neve che arriva sempre meno e se ne va sempre prima. Attorno a loro si restringe un mondo: la valle si spopola, scompaiono servizi e attività, il ghiacciaio si ritira. Lo skilift diventa così il simbolo di un modello turistico che ha funzionato per generazioni e che ora deve confrontarsi con un ambiente profondamente mutato.
In Stagioni fragili, invece, il confronto attraversa una famiglia e una comunità dell’Altopiano dei Sette Comuni. Sergio, giornalista schiacciato dalla precarietà sentimentale e professionale, torna alla propria terra d’origine per ritrovarsi e incontra il fratello Toni, che gestisce un albergo e gli impianti sciistici e vede nel potenziamento delle infrastrutture e nella crescita dei flussi turistici una possibilità di sviluppo. Sergio guarda invece alla montagna attraverso la storia dei luoghi, le persone che li abitano, le tradizioni che si sono perse e quelle che possono ancora essere custodite.
Emerge dalle due opere una domanda di senso irrinunciabile: che cosa vogliamo che diventino i luoghi che amiamo visitare?