'Ibridazioni', un viaggio nella Sanremo che non ti aspetti più

L’ultimo film di Alberto Valtellina racconta l’entroterra ligure oltre le luci della ribalta, dove i floricoltori sono stati capaci di resistere alla globalizzazione senza perdere la propria vocazione

Le luci del festival più famoso d’Italia si sono appena spente quando sui terrazzamenti alle spalle del Teatro Ariston si accendono le pile di chi all’alba raccoglierà i fiori destinati alla scena del giorno dopo. Ranuncoli e garofani soprattutto, le vere specialità locali. È il momento in cui la Sanremo della ribalta si congiunge alla Sanremo più autentica, quella fondata storicamente sull’economia della floricoltura, di cui è stata pioniera mondiale, e su cui a partire dagli anni ’90 si è abbattuta la concorrenza dell’Olanda, una delle molteplici cause che hanno portato al declino dello storico mercato dei fiori, nei tempi d’oro frequentato dalle 3000 alle 5000 persone al giorno. Luogo simbolo dell’incontro e della mescolanza.

STORIA DI CHI TORNA

La scena è tra le più simboliche dell’ultimo film di Alberto Valtellina, Ibridazioni: nato da un’idea di Maurizio Sapia, Dario Ghibaudo e Chiara Padovano (2026, 75’), è uscito nelle sale il 18 giugno con una prima al Cinema Beltrade, un luogo curato (da Monica Naldi e Paola Corti) che trasuda passione per il cinema, non solo d’essai. Chi amasse il genere farebbe bene a farci un salto, almeno una volta, per ricredersi sull’immagine di una Milano tutta moda e modernità. 

Il documentario di Valtellina è un ritratto onesto di Sanremo, attraverso la voce di chi lavora, da sempre o solo da poco, come floricoltore: omaggio alla propria famiglia voluto da Maurizio Sapia, fotografo trapiantato a Milano negli anni ’80 all’età di 20 anni, uno di quelli che le famiglie hanno spinto ad andar via per sfuggire alle minacce della cavalcante globalizzazione, e che ora torna a casa per riscoprire con sguardo nuovo la terra lasciata inseguendo altre passioni, prima fra tutte il ciclismo. Con la guida della madre di Maurizio, di origine laziale, e di sua zia Zdenka, che fu migrante croata, di storia in storia viene ricostruita la dimensione umana, sociale, economica e in filigrana anche politica di un entroterra brullo e montagnoso sopravvissuto grazie alla forza, alla fatica e all’inventiva della sua gente, capace di tenere la barra dritta contro un destino che non si è rivelato inesorabile come appariva. Il messaggio arriva molto forte: se inesorabile è il cambiamento, non altrettanto è il suo esito, che dipende (anche) da come lo si affronta sui vari piani. Una implicita chiamata a fare ciascuno la sua parte.

UN ENTROTERRA RESISTENTE 

La gente protagonista, come si è già intuito, non per forza è nata lì: negli anni ’60 moltissimi sono arrivati da sud, in particolare dall’Abruzzo (la comunità abruzzese conta oltre 30mila persone oggi, è la più numerosa). Arrivavano per un impiego, rimanevano per un sorriso, spiega un imprenditore nel film, “una storia facilissima”, come quella raccontata nella pellicola di Alfonso Moreschi Il calabrese (1961), di cui scorrono alcuni spezzoni a sottolineare i famosi “corsi e ricorsi storici” intuiti da Gianbattista Vico nel Seicento. Una storia che si ripete, appunto, come testimonia un ragazzo arrivato dal Ghana a Lampedusa con un barcone, e oggi prezioso custode di alcuni campi su terrazzamenti che altrimenti sarebbero rimasti nel più totale abbandono. 

Sono persone come lui che, quando la tempesta abbatte i muretti a secco e dilava i pendii, con pazienza ricompongono tutto per evitare il dissesto: del resto, forse nulla più dei terrazzamenti incarna il lato virtuoso dell’antropizzazione, come ci insegna Mauro Varotto. Quanto a Moreschi, parliamo di una vera memoria storica della Liguria, un fotografo che ha documentato per decenni la gara ciclistica Milano-Sanremo, il Festival e il territorio: compare tra gli intervistati, ma se ne è andato proprio durante la lavorazione di Ibridazioni, che gli è stato dedicato (lascia un importante archivio di foto e pellicole che potrebbe essere acquisito dal Comune). 

NON SOLO MONTAGNA

Alberto Valtellina è già noto ai frequentatori della Cineteca del CAI, che accoglie alcuni suoi lavori: Le Traversiadi, per esempio, il racconto della traversata delle Orobie con gli sci (2020), e La bicicletta e il Badile. In viaggio come Hermann Buhl (2022), entrambi con Maurizio Panseri. Ma la sua passione sono le storie, le persone, il legame che hanno con i luoghi che attraversano, e soprattutto a muoverlo è il bisogno di farsi tramite fra quelli e il pubblico che sarà in sala. “Si cade sempre nello stesso secchio” infatti dichiara lui, regista bergamasco che la montagna la frequenta poco, ma la rende spesso protagonista. Non fa difetto Ibridazioni, il cui titolo è emerso in maniera quasi obbligata. “Detesto le metafore soprattutto nel cinema documentario”, afferma, ma si è dovuto arrendere al perfetto parallelismo fra le storie di chi nel territorio sanremese è sempre rimasto, di chi se ne è andato, di chi è tornato, di chi ci è arrivato per caso, e le meravigliose varietà di fiori generate dalle “ibridazioni” genetiche che – incrocio dopo incrocio – hanno fruttato forme e sfumature speciali, ricercati ancora oggi dalla Russia agli Stati Uniti, a dispetto della geopolitica. 

L’IBRIDAZIONE COME NECESSITÀ

Il film offre numerosi spunti di riflessione sulla gestione di ogni entroterra, sul rapporto fra l’uomo e il territorio, e in particolare la responsabilità che il primo deve sentirsi verso il secondo, sulla visione del cambiamento come opportunità, sull’importanza di aprirsi culturalmente e socialmente a chi viene da fuori (non importa quanti chilometri abbia percorso per arrivare), sulla ricchezza che ogni “ibridazione” si porta dietro, se ben governata.

Rimane, dopo la visione, il ritratto di una città oltre l’immagine univoca propalata dal marketing dei grandi eventi, contestualizzata come territorio ligure di media montagna, dove il tanto lavoro e la tanta fatica di chi lo ha addomesticato ha permesso di evitarne l’abbandono. Il mare, con i colori scuri del fuori stagione, appare di tanto in tanto da vicino o dall’alto: non più unico protagonista di una meta patinata, ma metafora (ci scuserà Alberto Valtellina) di una terra che accoglie chi ha voglia di custodirla o anche semplicemente di guardarla per quello che è davvero.

Sergej Michajlovič Ejzenštejn detestava la parola “divertimento”, gli pareva che l’etimologia evidenziasse lo spostamento dell’attenzione, la banalizzazione dello sguardo. Seguiamo le indicazioni del Maestro e nel nostro film ci concentriamo sulla realtà economica, storica e sociale di Sanremo: non siamo qui per divertire. (Alberto Valtellina)