Malgari pronti per la transumanza indossano il grembiule blu © Filippo Del Vecchio
Contadino a lavoro che controlla la falce. Il grembiule blu non può mancare in momenti come questo © Filippo Del Vecchio
Pastore altoatesino © Filippo Del Vecchio
Contadino altoatesino indossa grembiule con stemma della suo maso © Filippo Del VecchioUn colore che unisce il mondo della montagna
C’è un dettaglio che ritorna spesso nelle montagne alpine, quasi senza che ci si faccia caso. Lo si incontra nei prati appena falciati, davanti alle stalle, dentro le cucine delle malghe e dei rifugi o lungo i filari dei vigneti altoatesini. È un colore preciso, intenso, consumato dal sole e dal lavoro. È il blu dei grembiuli.
Nel mondo della montagna gli abiti non sono mai soltanto abiti. Diventano segni di appartenenza, modi per riconoscersi, pezzi di territorio indossati ogni giorno. Succede, ad esempio, con i maglioni rossi dei Ragni di Lecco, diventati simbolo di un alpinismo coraggioso sulle nostre montagne e di grandi spedizioni himalayane. Succede nelle vallate alpine con i cappelli, le giacche di lana cotta e le camicie a quadri. E soprattutto con il grembiule blu dell’Alto Adige, forse uno degli indumenti più riconoscibili della cultura contadina alpina.
Attraversando masi, paesi e vallate dell’Alto Adige è impossibile non notarlo subito, indossato ancora oggi da contadini, allevatori, artigiani e spesso anche rifugisti durante il lavoro quotidiano. Sopra una camicia bianca o a quadri, lungo fino alle ginocchia e con lacci consumati dall’uso. Un indumento semplice che continua però a raccontare più di quello che sembra.
“Un uomo senza grembiule è vestito solo a metà”. Proverbio altoatesino
In effetti, per generazioni intere, il grembiule è stato quasi una seconda pelle del mondo contadino alpino. Non soltanto per proteggere i vestiti durante il lavoro nei campi, nelle stalle o nei fienili, ma anche perché in montagna ogni oggetto doveva avere più funzioni insieme. Il grembiule diventava allora asciugamano, sacco per i semi, contenitore improvvisato, protezione contro il freddo o appoggio durante i lavori manuali.
Da una foglia nasce il blu delle vallate alpine
I grembiuli esistono nelle Alpi fin dal Medioevo. In origine erano quasi sempre di lino bianco e venivano chiamati Firtig, Fürtig o Vortuch a seconda delle vallate. Avevano una pettorina centrale, il Brüstl, e una lunga parte inferiore rettangolare che proteggeva gli abiti da lavoro. Ma fu tra Ottocento e Novecento che il grembiule cambiò definitivamente aspetto.
Eppure, è da una foglia che tutto prende vita. Anzi colore.
Da una pianta semplice, coltivata e lavorata per secoli nelle campagne europee, nasce infatti il blu intenso che ancora oggi accompagna il mondo contadino di queste vallate, e con l’arrivo del cotone robusto e delle nuove tecniche di tintura, il blu iniziò lentamente a sostituire il bianco. Un cambiamento pratico prima ancora che estetico. Il blu infatti nascondeva meglio sporco, polvere, fieno, terra e segni del lavoro quotidiano. Era resistente, economico e facile da produrre.
Per ottenere quella tonalità intensa si utilizzava infatti, l’indaco ricavato dal guado, una pianta tintoria molto diffusa in Europa. La lavorazione, raccontata ancora oggi anche al museo “Lodenwelt” di Vandoies, aveva qualcosa di sorprendente e profondamente legato al mondo contadino di un tempo. Le foglie venivano lasciate macerare e fermentare nell’acqua fino a ottenere una sostanza verdastra che, una volta ossidata all’aria, iniziava lentamente a trasformarsi in blu. Per rendere il colore stabile e utilizzabile si sfruttava anche l’ammoniaca contenuta nell’urina, elemento fondamentale nel processo di tintura. Si racconta che i teli venissero lasciati asciugare durante la notte per poi comparire, il lunedì mattina, appesi fuori dai masi con il loro colore ormai diventato di un blu intenso. Un procedimento lungo, artigianale e quasi alchemico che oggi può sembrare insolito, ma che per secoli ha accompagnato la vita quotidiana delle vallate alpine.
Da allora il grembiule blu divenne il simbolo della classe contadina alpina e col tempo ogni valle iniziò quasi a sviluppare una propria variante. Cambiava la tonalità del blu, cambiava il taglio, cambiava persino il modo di legarlo. Nelle vallate ladine, ad esempio, spesso si usavano grembiuli senza pettorale, più semplici e leggeri. In alcune aree vicine alla Svizzera o all’Austria il grembiule veniva invece sostituito da lunghe camicie blu da lavoro.
Per gli abitanti delle vallate alpine questi dettagli erano immediatamente riconoscibili. Bastava osservare il colore o la forma del grembiule per intuire provenienza, mestiere o comunità di appartenenza. Ancora oggi capita di vedere grembiuli ricamati a mano con iniziali, proverbi, immagini sacre o frasi ironiche. Alcuni vengono tramandati dentro le famiglie contadine quasi come piccoli oggetti identitari.
E poi ci sono i gesti, quelli capaci di raccontare la montagna più delle parole. A fine giornata, ad esempio, il lembo destro del grembiule veniva sollevato e infilato dietro la schiena. Era il segnale silenzioso che il lavoro era terminato. Un linguaggio quotidiano nato nelle stalle e nei campi che oggi sopravvive ancora in alcuni masi dell’Alto Adige.
Un indumento che racconta ancora oggi la montagna vissuta
Per molti bambini il primo grembiule arrivava già il primo giorno di scuola e viene regalato sino ai 65 anni. Il primo, rappresenta un passaggio simbolico dentro il mondo degli adulti e del lavoro contadino. Perché nelle montagne alpine il lavoro non è mai stato completamente separato dalla vita quotidiana. Si cresceva dentro i prati, le stalle, i vigneti e le malghe imparando presto i ritmi delle stagioni.
Nel Novecento il grembiule blu assunse anche un significato più profondo. Dopo la divisione del Tirolo e soprattutto nel secondo dopoguerra, diventò in molte vallate dell’Alto Adige anche un segno culturale e linguistico legato al mondo germanofono alpino. Ma al di là degli aspetti identitari, il grembiule è rimasto soprattutto qualcosa di molto concreto come il simbolo della montagna lavorata e vissuta ogni giorno.
E forse è proprio questo che continua a colpire. Perché il grembiule blu non appartiene al folklore turistico costruito per essere fotografato ma appartiene ancora alla vita quotidiana di molti masi, frutteti, vigneti e rifugi alpini. Lo si vede addosso ai contadini durante la fienagione, ai rifugisti che sistemano tavoli all’alba, agli anziani seduti fuori dalla stalla o a chi lavora nei filari lungo la Strada del Vino dell’Alto Adige.
Dentro quel blu sopravvive una montagna essenziale, concreta, abituata più al lavoro che all’estetica. Una montagna dove gli oggetti devono ancora essere utili prima che belli.
Negli ultimi anni il grembiule blu è diventato anche un piccolo oggetto simbolico da portare a casa, un souvenir alpino che compare nei mercatini, nelle botteghe artigiane e nelle feste tradizionali. Ma la sua forza rimane soprattutto altrove. Rimane nelle pieghe consumate dal fieno, dai lacci usati per annodarlo, nelle macchie lasciate dal lavoro nei campi.
Forse continua ad essere un distintivo delle vallate alpine, perché dentro un indumento semplice sopravvive ancora un modo preciso di stare in montagna. Un modo lento, pratico e quotidiano. Una montagna che continua ad essere vissuta indossandola.