Il mare di roccia che passa dal grigio ai gialli © Ruggero Arena via FB Alessandro Beber
La parete del Piccolo Dain, con le evidenti stratificazioni © Ruggero Arena via FB Alessandro Beber
Una pietra contenente bivalvi © Mirko Demozzi
Il dito indica un mollusco pietrificato. Si possono notare il guscio superiore e inferiore © Mirko Demozzi
Una fotografia racconta storie molto differenti a seconda di chi la guarda. Questo assunto piuttosto banale trova riscontro anche su scatti che tendenzialmente, su questo sito, osserviamo con lo spirito di chi vede le montagne da una prospettiva piuttosto "utilitaristica". Molti dei nostri lettori e noi stessi, come giornalisti, quando guardiamo una parete siamo subito portati a individuare le linee di salita, la qualità della roccia, l'estetica legata al movimento.
Una storia diversa
C'è chi però in una foto del genere è portato a vedere storie legate a un passato antichissimo, un vero e proprio viaggio nel tempo. È il caso di Mirko Demozzi, che come noi ha visto il post di Alessandro Beber e Simone Banal, sulla nuova via che stanno liberando al Piccolo Dain, ed è rimasto affascinato quanto noi dagli scatti di Ruggero Arena. Solo che per il geologo trentino, quelle stesse immagini hanno parlato di luoghi e tempi che è difficile anche solo immaginare. "Gli ultimi tiri della via si sviluppano su un calcare molto ben stratificato, la famosa formazione di Rotzo, caratterizzato dalla presenza di grandi bivalvi (Lithiotis) che vivevano in colonie dense su fondali marini bassi, lagune tropicali e piane di marea. Si ancoravano nel fango adagiandosi in posizione sub-orizzontale o inclinata, crescendo spesso sovrapposti l'uno all'altro. Insomma durante la salita avete ripercorso idealmente la storia della terra per decine di milioni d'anni" ha scritto in un post che ci ha decisamente incuriosito.
“Dalla cengia in poi invece anche un occhio non esperto riesce a notare gli strati, che corrispondono a sedimenti marini. E questi sedimenti contenevano dei bivalvi, sostanzialmente delle ‘grandi cozze’” Mirko Demozzi
Dato che per noi quella roccia in fondo è "solo" calcare, abbiamo cercato di farci "tradurre" il messaggio rivolto agli alpinisti. "Dalle foto si può notare che nella prima sezione della parete, grosso modo fino a dove i due hanno bivaccato, la parate stessa è piuttosto uniforme, con poche stratificazioni. Dalla cengia in poi invece anche un occhio non esperto riesce a notare gli strati, che corrispondono a sedimenti marini. E questi sedimenti contenevano dei bivalvi, sostanzialmente delle 'grandi cozze', grandi anche fino a 20 centimetri, che vivevano in agglomerati. Ancora oggi, arrampicando, ci si può imbattere in rocce che contengono i residui di questi 'gusci'. Si possono vedere benissimo, così come la sabbia in mezzo".
Il mare in Dolomiti? Non proprio
Insomma, il Piccolo Dain era immerso in un vero e proprio mare, anche se su questo punto è giusto fare una precisazione. Spesso, fin dall'infanzia, abbiamo sentito dire che "sulle nostre montagne c'era il mare", ma non è proprio corretto. "Queste rocce erano immerse nel mare, ma a migliaia di chilometri di distanza. I successivi movimenti delle placche le hanno portate dal 30esimo parallelo fino da noi, al 46esimo, dove sono emerse. Un viaggio di migliaia di chilometri. Più in generale, dobbiamo immaginare la Lombardia come un territorio coperto dall'oceano, il Veneto come la terraferma e questa parte del Trentino come un'area dove c'erano acque basse".
“Il Piccolo Dain era nel punto di incontro di due grandi ghiacciai, che lo hanno modellato”
Dal mare ai ghiacci
Questo succedeva circa 190 milioni di anni fa. Quindi, in un periodo molto più recente, compreso tra 100mila e 15mila anni fa, il Piccolo Dain si è trovato immerso tra i ghiacci, in un vero e proprio crocevia. "Era nel punto di contatto di due grandi ghiacciai. Uno molto grande, quello atesino, che scendeva dall'attuale Valle dell'Adige e un'altra lingua, più piccola, che arrivava dall'Adamello". Si può dire insomma che la forma attuale del Garzolet, cristallizzata intorno a 15mila anni fa, risale al termine della Grande glaciazione. Per quanto abbiano potuto capire, il Piccolo Dain poteva essere più alto di qualche decina di metri, poi limati dall'erosione, ma non centinaia.
Insomma, nessun rimpianto per linee di arrampicata perdute nel tempo: il nostro Dain Picol è bello e quasi intatto, oggi come allora!