Karakorum 1929, la spedizione italiana che spianò la strada al K2

Patrocinata dal Club Alpino Italiano e dalla Società geografica italiana, la spedizione di quasi un secolo fa fu la base su cui costruire l'impresa del 1954. In pochi se ne ricordano, ma una recente esposizione al Mitag di Rovereto ha contribuito a preservarne la memoria.

1929. Una spedizione italiana guidata da Aimone di Savoia-Aosta, con il geologo Ardito Desio e il topografo Giuseppe Chiardola, parte per esplorare e mappare le vette più remote del Karakorum. Non torna con una conquista, ma con qualcosa di più duraturo: le mappe che cambieranno la storia dell'alpinismo e che lo stesso Desio utilizzerà, nel 1954, per portare gli italiani in cima al K2. 

Quella raccontata dalla mostra Karakorum 1929, proposta fino allo scorso 13 settembre negli spazi del MITAG di Rrovereto, è una storia di esplorazione, avventura e ghiacciai lontanissimi, rimasta nell'ombra per decenni e resa fruibile grazie ad una donazione del Fondo Chiardola.

Com'è nata la mostra

“Due anni e mezzo fa - racconta lo storico Francesco Frizzera, curatore per il MITAG dell'esposizione - ci ha contattati la nipote di Giuseppe Chiardola, topografo che aveva partecipato al primo conflitto mondiale nella zona della Val di Ledro. A suo dire, nella casa di Arborea, in Sardegna, dove Chiardola e la moglie si erano ritirati durante il secolo scorso, erano conservati fotografie e reperti che potevano interessare il nostro museo, storicamente focalizzato su tematiche belliche". La sorpresa, durante la visita nell'abitazione dei Chiardola, fu quella di trovarvi, in solaio, alcune casse risalenti ad una spedizione sicuramente non sconosciuta ma salita con difficoltà agli onori della cronaca: “quella che aveva portato gli italiani, nel 1929, a mappare una regione del Karakorum fino a quel momento inesplorata. - prosegue Frizzera - Il fondo fotografico di Chiardola, riguardante quel periodo, si confermò fin da subito enorme. Altre foto ufficiali della spedizione erano conservate a Firenze, nella sede della Società Geografica Italiana, e ci siamo avvalsi di quell'archivio per poter catalogare il materiale ed identificare i luoghi e i toponimi nel modo corretto”.

Oltre al fondo riguardante la spedizione, sono stati acquisiti anche 15 album fotografici che descrivono l'attività di Chiardola alpinista, fra gli anni Dieci e Trenta del secolo scorso. “Uno spaccato di storia importante, su cui sarebbe interessante lavorare” commenta Frizzera. 

Gli antefatti della spedizione

Nel 1890 l'alpinista valdostano Roberto Lerco aveva già compiuto il primo tentativo documentato al K2, individuando lo sperone sud est come via di salita principale: è l'inizio di un legame tra l'Italia e questa montagna destinato a durare decenni. 

Sarà infatti del 1909 la missione, guidata da Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, capace di stabilire il record di altitudine raggiunto sul massiccio, individuando nel ribattezzato Sperone degli Abruzzi la via più sicura verso la vetta. Fra il 1913 e il 1914 Filippo De Filippi organizza la più ambiziosa iniziativa portata avanti fino a quel momento dagli scienziati italiani in Karakorum, esplorando e documentando varie zone della regione. Lo scoppio nel primo conflitto mondiale blocca tuttavia il lavoro sul campo, costringendolo a procrastinare ulteriori nuovi tentativi.

Negli anni Venti, l'Italia usa il progresso tecnologico e le imprese sportive come strumenti per conquistare prestigio a livello internazionale. La propaganda fascista celebra le trasvolate e le crociere atlantiche come dimostrazioni di modernità e affidabilità dell'industria areonautica italiana. 

Nel 1928, tuttavia, il fallimento della spedizione di Umberto Nobile con il dirigibile Italia al Polo Nord rende il governo italiano molto cauto verso nuove spedizioni in essere. L'anno successivo, il regime ridimensiona dunque gli obiettivi della spedizione in Karakorum, inizialmente annunciata per la conquista del K2 e difendere così il primato geografico italiano dalle ambizioni delle altre potenze europee.

Nei fatti, la spedizione diventa una monumentale operazione scientifica di mappatura cartografica e studio dei ghiacciai. In assenza del pieno supporto statale, l'iniziativa viene pertanto finanziata dal Comune di Milano, con il patrocinio del Club Alpino Italiano e della Società geografica italiana. 

Gli obiettivi della spedizione

La missione in Karakorum nel 1929 aveva come focus principale quello di dare un volto e un nome a terre ancora perlopiù ignote. La guida venne affidata a Aimone di Savoia-Aosta, Duca di Spoleto, ufficiale della Regia Marina e nipote del Duca degli Abruzzi. 

La spedizione operò come laboratorio multidisciplinare d'alta quota. Ardito Desio, responsabile scientifico, si occupò di geologia e dello studio sistematico dei ghiacciai come il Baltoro. Lodovico di Caporiacco, invece, si dedicò alla raccolta di esemplari botanici e zoologici, oggi custoditi presso il Museo di Storia Naturale di Firenze. Angelo Anfossi registrò a sua volta i dati atmosferici di condizioni tanto estreme, mentre i topografi Giuseppe Chiardola e Mario Cugia stesero una complessa rete di triangolazione, partendo dai punti già individuati da una rilevazione britannica nota come Survey of India. Fu così che vennero realizzate le prime quattro carte geografiche di dettaglio dell'intera zona.

Cronologia del viaggio

Il 2 febbraio 1929, i membri della spedizione attraversarono il Canale di Suez, iniziando il proprio avvicinamento verso territorio del tutto privi di qualunque traccia umana. La macchina logistica era imponente: di fatto, si servirono di 400 portatori e tonnellate di equipaggiamento.

Dopo aver lasciato Askole, ultimo avamposto abitato, piccolo gruppi indipendenti di portatori e studiosi coprirono valli diverse in contemporanea, risalendo il ghiacciaio del Baltoro e il passo Muztagh. 

Tra maggio e luglio si compì quindi l'esplorazione della valle dello Shaksgam, superando il Golden Throne e raggiungendo i 6.800 metri di quota. Gli italiani riuscirono laddove le precedenti missioni - tutte britanniche, fra cui ricordiamo la pionieristica esplorazione di Martin Conway, poi presidente dell'Alpine Club, nel 1892 - si erano fermate. 

I topografi corressero, in quel frangente, le stime altimetriche di colossi quali il Broad Peak e il Gasherbrum. Mesi di isolamento misero tuttavia a dura prova i membri del gruppo. Ardito Desio rientro a settembre in solitaria, attraverso gli altopiani del Deosai, mentre l'ultimo gruppo fece ritorno in Italia il 24 ottobre, sancendo il successo di una macchina organizzativa senza precedenti. 

Che cosa accadde dopo

Nonostante l'eccezionale valore dei dati raccolti, la spedizione del 1929 cadde inspiegabilmente nel più totale oblio mediatico. Gli importanti risultati delle ricerche e le monumentali, rinnovate, carte topografiche vennero pubblicate soltanto nel 1936, quasi dieci anni più tardi. 

Quando nel 1954 l'Italia volse nuovamente lo sguardo a quelle zone, e soprattutto al K2, il patrimonio di coordinate, profili glaciali e rilievi fotogrammetrici del 1929 fece la differenza, sia nella pianificazione della logistica che nella strategia portata avanti da Ardito Desio per conqusitre la ‘Montagna degli italiani’. 

Oggi, ancora per alcuni giorni, è possibile ammirare le immagini - appartenenti alla raccolta del topografo Chiardola ma anche del fotografo Massimo Terzano, che seguì e documentò la missione - insieme ad altri materiali di quella spedizione presso il MITAG di Rovereto, in provincia di Trento, che grazie alla donazione del Fondo Chiardola è riuscito ad organizzare una mostra capace di raccontare una storia senza precedenti.

Un racconto che tuttavia non si ferma né al 1929 né al 1954. I ghiacciai del Karakorum infatti sono oggi al centro della crisi climatica globale e le mappe del 1929 sono diventate negli anni il ‘punto zero’ con cui i ricercatori misurano il ritiro dei ghiacci. Quello che Chiardola ha documentato per conoscere, quasi cent'anni più tardi serve per capire che cosa stiamo perdendo. “A tal proposito - spiega Frizzera - la collaborazione attivata con i glaciologi del MUSE di Trento ci ha permesso di capire come la spedizione del 1929 parli al nostro presente più di quanto pensiamo. Gli attuali conflitti fra Pakistan ed India riguardano molto spesso l'accesso alle risorse idriche, che a sua volta dipende dalla gestione delle acque dell'Indo, afflitto dal cambiamento climatico, che si trova dunque a spostare equilibri importanti”. 

La mostra del MITAG ha richiamato durante l'estate centinaia di visitatori, interessati a riscoprire una storia altrimenti dimenticata e che di certo non finirà qui. “L'obiettivo - conclude Frizzera - è come sempre in questi casi quello di rendere accessibile il materiale in termini archivistici e di ricerca. E perché no? Se altre realtà fossero interessate ad esporlo, come MITAG siamo assolutamente aperti all'attivazione di altre collaborazioni”.