Arrampicata e disabilità: i tesserati raddoppiano, i pregiudizi calano

Dalla sensibilizzazione degli istruttori ai benefici neurofisiologici e riabilitativi, la parete di roccia è diventata uno spazio di crescita, fiducia e comunità per il mondo della scalata legata alla disabilità. Il festival di arrampicata inclusiva di San Lorenzo Dorsino ha riunito oltre 70 sportivi e le loro famiglie

A fine settembre, a San Lorenzo Dorsino, in provincia di Trento, si è svolto il festival di arrampicata inclusiva, organizzato dall'asd Dolomiti Open, partner operativo di Sportfund Ets, con la direzione della guida alpina Simone Elmi. L'evento rientra nel progetto Tip top mountain, finanziato dal dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità, guidato dalla ministra Alessandra Locatelli. 

 

Il festival, giunto alla quinta edizione, è iniziato nella tarda mattina di sabato 26 settembre ed è proseguito fino alla sera di domenica 27. Circa una settantina di persone, tra famiglie, ragazzi con disabilità fisiche e cognitive, persone che volevano scalare per la prima volta, hanno arrampicato lungo le pareti di roccia della Falesia dimenticata. 

Una comunità che accoglie

Dolomiti Open è un'associazione sportiva dilettantistica che promuove l'attività sportiva all'aperto e, in particolare, la frequentazione della montagna da parte di tutti, persone con e senza disabilità. Del festival ci parla Simone Elmi, presidente di Dolomiti open: "Per il terzo anno di seguito al festival sono venuti i ragazzi con disabilità di una cooperativa sociale di Cles che partecipano a diversi eventi di Dolomiti open, sia invernali sia estivi; la prima volta che li ho visti, per alcuni di loro era impossibile anche solo mettere l'imbrago e rimanere sospesi con una corda. Quest'anno hanno iniziato ad alzarsi, a prendere fiducia, e questa è la soddisfazione maggiore. Dando continuità a queste attività e avendo pazienza, alla fine anche questi ragazzi prendono confidenza".

 

Dare continuità alle attività significa avere sul territorio istruttori e tecnici formati per accogliere nelle palestre d’arrampicata persone con disabilità, capaci di comprenderne le esigenze e di approcciarsi a loro. Simone Elmi ci racconta quanto sia importante, in questo senso, la formazione, intesa come approccio alla persona con disabilità: "Sarebbe più corretto parlare di sensibilizzazione: da circa 7 anni collaboriamo all'organizzazione di corsi sia per gli istruttori di arrampicata, sia per le guide alpine o i maestri di sci. L'obiettivo è far capire alle persone che lavorare con la disabilità crea delle opportunità umane, che ci si può avvicinare a un mondo che non si conosce ancora o che si osserva solo da lontano". 

 

“L'obiettivo è far capire alle persone che lavorare con la disabilità crea delle opportunità umane”. Simone Elmi

Personale adeguatamente formato può accogliere chiunque. Conclude Elmi: "Sempre più persone con disabilità si iscrivono ai corsi di arrampicata: i partecipanti sono aumentati negli anni perché c’è voglia di uscire, di sentirsi parte di una comunità. Ed è importante che questa comunità sia disponibile ad accogliere, a fare attività sociali aperte a tutti. Lo sport diventa un valore aggiunto, soprattutto in montagna. È come quando fai una cordata: si aspetta l’ultimo perché in cima ci si arriva insieme". 

L'immaginario collettivo attorno alla disabilità

Oggi è normale pensare che una persona con disabilità faccia sport, ma non è sempre stato così. A parlare dell’evoluzione dell’immaginario collettivo attorno alla disabilità è Alberto Benchimol, presidente di Sportfund ETS, laureato in sociologia, esperto in progettazione sociale e ricerca fondi a sostegno di progetti per persone con disabilità: "Si è sempre pensato che la persona con disabilità dovesse rimanere nell'alveo della protezione sanitaria, e anche tutti gli interventi dello Stato sono andati in questa direzione. Dopo la crisi finanziaria del 2008, il settore privato ha iniziato ad occupare spazio e sono aumentate le fondazioni legate al mondo dello sport per persone disabili. Si è progressivamente usciti dall'approccio assistenzialistico e si è scoperto il potenziale e il talento di queste persone".

 

"Dopo la crisi finanziaria del 2008, il settore privato ha iniziato ad occupare spazio e sono aumentate le fondazioni legate al mondo dello sport per persone disabili. Si è progressivamente usciti dall'approccio assistenzialistico". Alberto Benchimol

A questo proposito, bisogna fare una distinzione: se, infatti, l’approccio assistenzialistico ha riguardato per anni le persone con disabilità, riducendo le possibilità di fare sport a livello amatoriale, a livello agonistico gli atleti hanno progressivamente rivendicato il loro posto nelle competizioni nazionali e internazionali.

Un po' di storia

Le prime paralimpiadi, infatti, si sono disputate già nel 1960 a Roma, negli impianti dell’Acqua Acetosa, due settimane dopo la chiusura delle Olimpiadi. Hanno gareggiato circa 400 atleti provenienti da 21 nazioni, tutti in carrozzina. A posteriori quell’evento è stato riconosciuto come la prima paralimpiade estiva; all’epoca, si trattava della nona edizione dei Giochi internazionali di Stoke Mandeville, manifestazione sportiva ideata dal neurochirurgo Ludwig Guttmann in Gran Bretagna. Nel 1948, il medico ha organizzato, per la prima volta, una gara agonistica tra reduci di guerra affetti da lesione al midollo spinale. Nel 1952 hanno partecipato anche atleti reduci olandesi, dando vita al movimento internazionale paralimpico. Bisognerà aspettare il 1984 perché il Comitato olimpico internazionale approvi ufficialmente la denominazione Giochi paralimpici. Nel 2003 è nato il Cip - Comitato italiano paralimpico - che è diventato ente autonomo di diritto pubblico nel 2015; negli anni si sono formate anche le diverse federazioni che gestiscono gli sport per persone con disabilità.

 

L'attuale atteggiamento di apertura nei confronti di questo mondo, sempre a livello agonistico, si può rintracciare nella decisione che il Cip ha preso l’8 settembre scorso: far confluire la Fisip – Federazione italiana sport invernali paralimpici – nella Fisi – Federazione invernale sport invernali – superando le differenze di carattere burocratico tra le due federazioni. 

Quanto all'arrampicata agonistica, le prime categorie per persone con disabilità sono state riconosciute dal Miur nel 2008, in occasione dei campionati studenteschi. Il paraclimbing sarà tra gli sport paralimpici nel 2028 a Los Angeles.

 

Tuttavia, conclude Benchimol, a livello di sport amatoriale ci sono ancora molti passi da fare: "Molte palestre di arrampicata non sono ancora pronte ad accogliere persone con disabilità. Per questo è necessario incidere sulla formazione dei tecnici, soprattutto rispetto alle neurodivergenze - come, ad esempio, l'autismo - che sono molto complesse. Per gli istruttori, inoltre, è fondamentale la supervisione degli esperti. È importante quindi che le informazioni escano dall'ambito medico ed entrino in quello sportivo, in modo da permettere a più persone possibili di praticare sport".

Arrampicata sportiva

Il mondo dell'arrampicata sportiva per persone con disabilità si muove su diversi binari: quello amatoriale, quello riabilitativo e quello agonistico.  Quando si parla di arrampicata per persone con disabilità, si distinguono due categorie: il paraclimbing, che è anche disciplina paralimpica, riferito agli atleti con disabilità visive e motorie; lo special climbing, che riguarda gli atleti con disabilità cognitiva. 

 

A sua volta, il paraclimbing si articola in diverse classi sportive, a seconda del tipo e del grado di disabilità. Per le disabilità fisiche, la classificazione è fatta, tra gli altri aspetti, sulla base delle amputazioni o delle compromissioni funzionali degli arti superiori e inferiori; le classi sportive si distinguono ulteriormente in relazione al livello e all'entità della compromissione. Sono poi previste specifiche classi per gli atleti con disabilità visiva, differenziate in base al grado di compromissione della vista.

 

Oggi la federazione nazionale che gestisce lo sport dell'arrampicata è la Fasi., riconosciuta sia dal Coni sia dal Cip.  Alla Fasi sono affiliate circa 400 palestre in tutta Italia, e sono tesserate più di 83mila persone. Tra queste, ci sono 70 atleti tesserati Cip agonisti e 130 amatoriali con disabilità. Cristina Cascone, direttrice tecnica della nazionale paraclimbing, ci dice: “C'è stata una crescita importante: fino a due anni fa gli atleti con disabilità erano in tutto un centinaio”.

L'importanza della formazione

Anche qui ritorna il tema della formazione, centrale per rendere l’arrampicata uno sport per tutti. Ne abbiamo parlato con Cristina Cascone: "Le società tesserate con noi ci hanno richiesto molta formazione per i loro tecnici. C’è volontà di essere più competenti e di accogliere qualsiasi tipo di persona decida di praticare questo sport". 

 

La formazione non riguarda solo gli istruttori e il rapporto con gli atleti, ma anche gli aspetti più tecnici dell’arrampicata: la disposizione delle prese lungo la parete o le vie d’arrampicata. La responsabilità di questo lavoro è del tracciatore. Cascone ci racconta: “la disposizione delle prese viene fatta in base all’obiettivo, quindi cambia a seconda che si tratti di riabilitazione, agonismo di alto livello, apprendimento tecnico. Per il paraclimbing bisogna conoscere bene le varie disabilità affinché gli itinerari siano idonei. Ad esempio, se scala un amputato di braccio, bisogna disporre le prese e la tipologia più adatta a lui”. 

I benefici dell'arrampicata sportiva 

Anche se fatta a livello amatoriale, l’arrampicata eseguita su una parete idonea, con personale competente, in grado di comprendere le esigenze dell'atleta e di strutturare un piano di allenamento specifico, permette di migliorare la coordinazione: "Negli anni abbiamo visto evolvere molti atleti: se all’inizio il piede di un atleta con compromissione del controllo del movimento si muoveva in modo scomposto sulla parete alla ricerca di un approccio di grandi dimensioni, senza riuscire a poggiarsi, dopo 4/5 anni si è arrivati a mettere subito la scarpa su un micro appoggio di 2-3 cm, con una precisione quasi millimetrica".

 

I benefici dell'arrampicata sportiva ce li illustra Davide Battistella, presidente della Fasi e medico della Federazione medico sportiva italiana: “Serve per aumentare la propriocettività, la sensibilità, l'equilibrio, l'autostima, la coordinazione motoria. Tutte competenze che aiutano il ragazzo nello sviluppo motorio e nella creazione di sensibilità che possono essere utilizzate anche su altri sport”. In Francia, l'arrampicata sportiva fa parte delle attività curriculari promosse dal sistema scolastico pubblico sin dalle scuole elementari. 

La parete di arrampicata all'ospedale Gaslini di Genova

L'arrampicata non è solo un'occasione di divertimento, ma può essere un vero e proprio strumento al servizio della riabilitazione di persone con disabilità. Nel 2025, all'ospedale Gaslini di Genova, è stata inaugurata la prima parete d'arrampicata multisensoriale, progettata a fini terapeutici per la riabilitazione neurofisiologica di bambini con disabilità multipla e/o complessa. La parete, prima in Italia, permette di unire un'esperienza di gioco ad una riabilitativa, e consente anche di analizzare i progressi motori dei bambini che la frequentano. Uno strumento che permette di raggiungere in tempi più brevi risultati in termini riabilitativi.  

Dei benefici terapeutici dell'arrampicata sportiva ce ne parla Davide Battistella: “Quello dell'arrampicata è uno schema motorio di base. Da bambini gattonavamo e per tirarci su abbiamo iniziato ad arrampicarci. L'arrampicata, utilizzata con ragazzini con malattie neurologiche, stimola il movimento e la coordinazione, il recupero di deficit motori. Per questo è stata strutturata una parete verticale con appigli che vibrano, che suonano, che si colorano, così da stimolare, da un punto di vista neurofisiologico, l'apprendimento di certe abilità”. 

Storie dal Festival – Nicolle Boroni

Tra i partecipanti al festival di arrampicata inclusiva ci sono stati Nicolle Boroni e Kevin Ferrari, entrambi soci di Dolomiti Open, che raccontano la loro esperienza con il paraclimbing. 

Nicolle ha perso una mano da piccola, e ai tempi delle superiori un docente del liceo che voleva frequentare le ha detto che sarebbe stata bocciata perché non avrebbe potuto seguire le lezioni di arrampicata previste nel piano didattico. 

 

Nicolle ci racconta: "Fino a quel momento non mi ero neanche posta il problema. All'epoca facevo già molti sport, come la pallavolo o lo scialpinismo, e i miei genitori mi hanno incoraggiato a provarci lo stesso. Ma io ho cambiato scuola e ho smesso di allenarmi". La svolta è arrivata l'anno successivo, quando le sue amiche l'hanno convinta ad arrampicare insieme, e Nicolle si è appassionata. 

 

È entrata a far parte di Dolomiti Open dove ha conosciuto altri ragazzi amputati: "Mi ha aiutato a crescere condividere l'esperienza con altre persone amputate e con le guide alpine, che sono appassionate e dedicano tempo a persone che, inizialmente, non sembrano capaci di arrampicare, come sono sembrata io a quel professore al liceo. Ci mettiamo in gioco tutti insieme. E spero che arriveremo ad un momento in cui non ci saranno più eventi legati all'accessibilità perché tutti saranno accessibili". 

 

Per la sua esperienza, l’arrampicata ha rappresentato uno stimolo per avere maggiore fiducia in se stessa: "L'arrampicata aiuta a metterti in gioco, a provare, a fidarti di te stessa, a vedere fin dove riesci ad arrivare". E a questo proposito, racconta: "Il corpo di una persona senza una mano sa compensare con movimenti dei piedi, del bacino o con altre parti del corpo. Nei momenti di criticità, se sono in sicurezza, provo ad andare avanti in qualche modo. Ognuno deve trovare il proprio modo di arrampicare".

 

“Mi è capitato spesso che la gente mi abbia riempito di complimenti. È vero che facciamo cose interessanti ma spesso veniamo idealizzati ” Kevin

Questione di pregiudizi

Anche Kevin si è avvicinato all'arrampicata grazie ad un amico che, nonostante la sua reticenza iniziale, l'ha convinto ad andare in parete. Kevin ci parla dei pregiudizi che una persona con disabilità può subire: "In quasi tutte le discipline di montagna mi è capitato spesso che la gente mi abbia riempito di complimenti. È vero che facciamo cose interessanti ma spesso veniamo idealizzati e le persone si aspettano che siamo anche simpatici. Ma la performance sportiva non parla del nostro carattere, e il rischio è che se non rispettiamo certe aspettative, poi veniamo buttati giù. Con Dolomiti Open questo non mi è mai capitato perché loro hanno lavorato molto sul non far sentire discriminata una persona perché disabile. È capitato che mi suggerissero di non fare certe pareti per non mettermi in pericolo. E io li ho ascoltati perché arrampico per condividere il tempo con le persone, non per dimostrare qualcosa a qualcuno”.