Un esemplare di lupo in ambiente invernale © Marcel Langthim, pixabay
Alcuni esemplari di lupo parte di un branco © WorldInMyEyes, pixabay
Lupo - Foto Clame Reporter - Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Un esemplare di lupo grigio © pixabay
Un esemplare di lupo © Angela, Pixabay
Negli ultimi decenni il lupo è tornato nei boschi, sui crinali e persino vicino ai paesi. Ma dietro ai numeri della ricolonizzazione si nasconde una realtà molto più fragile e complessa da individuare. Una nuova ricerca genomica coordinata dal CNR, recentemente pubblicata in pre-print, parla infatti di “successo ingannevole”. Secondo lo studio i lupi europei sono aumentati, ma molte popolazioni restano geneticamente impoverite e isolate. E, proprio in Italia, dove il lupo ha resistito all’estinzione, quasi un esemplare su due mostra oggi tracce più o meno recenti di ibridazione con il cane, secondo quanto afferma un ulteriore studio pubblicato sulla rivista Biological Conservation e condotto da esperti dell’Università La Sapienza di Roma e degli istituti zooprofilattici di Lazio e Toscana e di Umbria e Marche.
La ricerca coordinata dal CNR parte da un dato apparentemente rassicurante, cioè il repentino aumento del numero di esemplari negli ultimi anni che ha portato il totale di lupi a oltre 21mila, per spiegare poi come una consistente crescita numerica non coincida automaticamente con una buona salute genetica. Dietro il ben documentato aumento dei lupi, infatti, si nasconderebbero popolazioni geneticamente fragili, spesso isolate e segnate da una forte consanguineità, descritta proprio da un “elevato tasso di inbreeding” osservato negli oltre 200 genomi completi di lupi europei, asiatici e nordamericani analizzati nello studio.
La fragilità nascosta del lupo europeo
Per comprendere questa fragilità, affermano i ricercatori, bisogna guardare soprattutto alla storia recente ed evolutiva del lupo grigio. Le analisi genomiche condotte dai partner del progetto mostrano come le principali popolazioni del continente non costituiscano un unico grande gruppo geneticamente connesso, ma un mosaico di lignaggi separati da migliaia di anni, proprio come un grande albero genealogico che, nel tempo, si è separato dando vita a più popolazioni non più interconnesse. Le popolazioni della penisola italiana, della penisola iberica, dei Balcani e della Scandinavia avrebbero iniziato a differenziarsi già tra 10 e 20 mila anni fa, evolvendo indipendentemente l’una dall’altra ad eccezione di quella scandinava, che riceve sporadici flussi genetici dalla Carelia.
Nei secoli successivi persecuzione diretta, frammentazione degli habitat e riduzione numerica hanno ulteriormente accentuato questa separazione, dando vita a popolazioni numericamente ridotte e geneticamente poco comunicanti tra loro come, ad esempio, quella nella Sierra Morena in Spagna, ritenuta localmente estinta. In popolazioni isolate e poco numerose aumenta la probabilità che individui imparentati si riproducano tra loro, riducendo progressivamente la diversità e favorendo l’emersione di mutazioni dannose.
Una popolazione numerosa ma in pericolo
Sono di particolare importanza, dunque, le rilevazioni dei ricercatori sulla “dimensione efficace” della popolazione, concetto genetico che indica il numero di individui che contribuiscono realmente a mantenere la varietà genetica di un gruppo nel tempo evitando l’impoverimento del genoma. E, secondo i risultati preliminari dello studio coordinato dal CNR, nessuna delle principali popolazioni europee raggiunge oggi la soglia considerata sicura per garantire adattabilità nel lungo periodo.
Quella italiana, a fronte di una soglia teorica di 500 “individui efficaci” necessari per garantire stabilità genetica nel lungo periodo, presenta un valore tra i più bassi del continente così come uno dei più alti tassi di consanguineità, con una dimensione efficace stimata in appena 49,5 individui a fronte di un limite inferiore di 50. È al di sotto di questa soglia che, per le popolazioni coinvolte, si presenterebbe il rischio concreto che si manifestino mutazioni recessive dannose nel breve termine.
Cicatrici genomiche del DNA: il passato che non abbandona il lupo
A pesare, secondo i ricercatori, sarebbero soprattutto le cosiddette “cicatrici genomiche” lasciate dai colli di bottiglia demografici del Novecento e dal lungo isolamento delle popolazioni stesse. Persecuzione, bracconaggio e frammentazione degli habitat nel corso dell’ultimo secolo, dunque, sembrerebbero aver lasciato danni invisibili che non possono essere osservati guardando unicamente il numero complessivo di esemplari, pur in costante aumento negli ultimi anni. E, come è possibile leggere nel paper, nelle popolazioni rimaste isolate più a lungo parte del cosiddetto “carico genetico” starebbe passando da una forma latente a una “realizzata”. In pratica, mutazioni recessive potenzialmente dannose che, in popolazioni più ampie, rimangono nascoste, inizierebbero invece a manifestarsi con maggiore frequenza a causa della consanguineità, aumentando così il rischio di “depressione da inbreeding”, la riduzione della vitalità e della fertilità di una popolazione.
I rischi del declassamento del livello di protezione
A presentare i livelli di consanguineità più elevati tra le popolazioni osservate nello studio sono quella italiana, scandinava e iberica, che presentano coefficienti di inbreeding rispettivamente pari a 0,394, 0,359 e 0,343. Nel caso del lupo appenninico, i ricercatori avrebbero identificato inoltre ampie porzioni di genoma omogeneo, compatibili con una lunga storia di isolamento genetico e ridotta variabilità. Un isolamento che, secondo i ricercatori, si sarebbe dunque protratto per decine se non alcune centinaia di generazioni, lasciando nel DNA tracce profonde di questa separazione.
Una prospettiva che, affermano i ricercatori, dovrebbe interessare i legislatori, i quali hanno recentemente approvato a livello europeo un declassamento del livello di protezione del lupo che è passato così da specie “rigorosamente protetta” a “protetta”. Una scelta motivata anche dall’aumento del numero di esemplari e dei conflitti con le attività umane, da leggere oggi alla luce dei nuovi studi preliminari sul genoma come quello coordinato dal CNR. È su un contesto già fragile, per quanto afferma il team che ha redatto lo studio, che si inserisce anche il tema dell’ibridazione col cane, con il 46,7% degli esemplari analizzati lungo tutta la penisola che presenta tracce genetiche canine. Un fenomeno che, secondo gli autori dello studio pubblicato su Biological Conservation, rischia di compromettere l’integrità genetica del lupo italiano proprio mentre la specie attraversa un’apparente fase di piena salute.