Faggeta. Foto Francesco Falsi
Paolo Malaguti
La copertina de La leggenda del faggio vecchioUn giovane che cerca il suo posto nel mondo, un vecchio albero protagonista di leggende misteriose, e sullo sfondo una comunità di montagna ormai inadeguata all’avanzare dei tempi, ma che trova nei suoi figli una speranza di futuro: sono alcuni degli ingredienti de La leggenda del faggio vecchio, l’ultimo libro di Paolo Malaguti, appena uscito per CAI Edizioni (pp. 96, 10 euro, 2026). Ne parliamo con l’autore, lo scrittore padovano e insegnante di lettere amatissimo dal pubblico per romanzi come Il Moro della cima (Premio Mario Rigoni Stern) e Sul Grappa dopo la vittoria (entrambi Einaudi, 2022 e 2024), nella dozzina del Premio Strega con La reliquia di Costantinopoli (2015) e finalista al Campiello con Se l’acqua ride (2020).
La leggenda del faggio vecchio si muove tra leggenda e realtà, in una dimensione volutamente indefinita nel tempo e nello spazio, ma che rimanda alle Dolomiti pre-industriali. Un mondo in via di scomparsa che la scrittura placida, puntuale e determinata di Malaguti ci restituisce soprattutto nella sua dimensione sociale, grazie alla vicenda di Cristoforo, il giovane protagonista chiamato a fare una scelta che non riguarderà solo lui. Il finale è tutto da scoprire.
Le scelte di uno ricadono su tutti
La leggenda del faggio vecchio ha due protagonisti: uno umano, il giovane Cristoforo, l’altro vegetale, il faggio. Come ricordi nell’introduzione, un tempo uomini e alberi erano alleati. Il faggio, tra l’altro, è il simbolo dei nostri boschi, delle zone temperate, cresce esattamente in quella fascia dove anche gli uomini abitano, e soprattutto è una pianta sociale, perché cresce in compagnia. Questo ci porta ad uno dei temi più importanti del libro, che è il rapporto fra l’individuo e la collettività: le scelte di uno ricadono su tutti.
Mi piaceva toccare questo tema su più livelli: uno esplicito, di trama, in cui il protagonista deve porsi rispetto alla comunità e fare delle scelte, fino all’ultima (senza rivelarla), alla luce delle logiche di quella stessa comunità di cui si sente parte. Penso sia inutile dirlo, ma forse vale la pena ricordarcelo in questo tempo, che questo dovrebbe essere comunque un valore, non solo per chi vive come residente o come turista le terre alte, che sono più difficili, ma per chiunque. Poi c’è una dimensione più nascosta, che è proprio quella che ho provato a costruire nell'introduzione, e cioè: la narrazione di fatto è socialità, esiste nella misura in cui c’è uno che racconta e uno o più persone che si mettono ad ascoltare, dando fiducia a chi racconta. Secondo me, è un momento bello da entrambi i punti di vista: fra scrivere e leggere, oppure narrare e ascoltare, non ci sono posizioni preminenti, perché una cosa non si dà senza l’altra. Mi piaceva ricordare a me stesso che alcuni elementi del racconto sono presi dalla tradizione delle fiabe, delle leggende dell’arco alpino, e più in generale che quando noi raccontiamo, volenti o nolenti, ci inseriamo in una tradizione, siamo parte di una catena. Questa doppia dimensione esplicita e implicita della socialità del libro è una cosa che in più occasioni mi sono trovato a osservare, a constatare, e mi piace molto.
La narrazione di fatto è socialità, esiste nella misura in cui c’è uno che racconta e uno o più persone che si mettono ad ascoltare.
In fondo anche tu sei un esempio di ciò, visto che tutti i tuoi libri sono nati così.
Direttamente o più o meno direttamente sì.
E quindi dietro a questa storia c’è, come stavi già dicendo, l’omaggio alla letteratura e al suo grandissimo potere di raccontare il territorio. Non solo, ma la narrativa di finzione ha l’ulteriore capacità di farci pensare a quel territorio in una maniera più immediata di quanto potrebbe essere la saggistica, che ci fa l’anatomia di problemi e situazioni, ma più difficilmente ci tocca il cuore.
Sfondi una porta aperta, anche quando insegno questo si verifica tante volte. Ovviamente non vuol dire rinunciare all’analisi e alla dimensione specialistica del sapere, però è vero che per fortuna non siamo fatti solo di ragione e forse l’aspetto emotivo del racconto, o di ogni forma di rappresentazione, film oppure opera visiva, può essere una buona zappata prima di procedere allo scavo più profondo. Ci torno sopra a ogni laboratorio che faccio: da un lato il racconto è in grado di intercettare aspetti di ogni realtà, di ogni ambiente, che altre forme di analisi e di osservazione fanno più fatica a intrappolare, ma poi anche viceversa. Il territorio, il paesaggio, soprattutto in Italia, è un serbatoio pressoché infinito di storie potenziali. Il mio in fondo è un metodo di rapina: nella zona a cui sono più legato anche per prossimità geografica, vado semplicemente a recuperare mestieri, storie, linguaggi e provo a farne mattoni per costruire storie e racconti che abbiano un senso per noi oggi.
Per fortuna non siamo fatti solo di ragione e forse l’aspetto emotivo del racconto, o di ogni forma di rappresentazione, film oppure opera visiva, possono essere una buona zappata prima di procedere allo scavo più profondo.
È un metodo universale?
Non mi sento un custode, né faccio cose particolarmente difficili, e infatti mi piace provare a dimostrare la trasponibilità di questo metodo ad altri ambienti o ad altri gusti artistici. Quando gli studenti ogni tanto mi chiedono se ho mai patito del blocco dello scrittore, la risposta è al momento no, proprio perché il metodo che seguo ti pone a volte di fronte al problema opposto, cioè hai tante storie e devi fare una scelta di quale vuoi raccontare per prima.
C'è ancora una fame di storie
In effetti anche La leggenda del faggio vecchio è figlia del Grappa, in particolare del Moro della cima, ma soprattutto dei filò descritti lì, in particolare quello sul “Fagheròn del Diavolo”. E arriviamo alla tradizione veneta dei filò che mescolano leggende e storie vere, un momento dall’altissimo valore sociale. Come si sono evoluti oggi?
I filò di oggi sono delle ricostruzioni un po’ filologiche in cui addirittura c’è quello che si veste come il contadino di fine ‘800, sono azioni a volte anche quasi ideologiche di recupero dei bei tempi andati, cose da museo etnografico, quindi non mi sembrano vitali. Diverso invece è il discorso della fame di storie, e della fame di storie dette assieme, che continuiamo ad avere. Ho sperimentato in prima persona tante belle esperienze ai laboratori, per esempio di scrittura o di racconto, che facciamo anche in quota, o in Grappa, unendo camminata e scrittura. Al di là di quello che proviamo a spiegare noi, dalle restituzioni finali emerge che l’aspetto più bello che mediamente i ragazzi raccolgono è il momento della condivisione, quando chi vuole racconta, o legge quello che ha scritto intorno a un tavolo.
Mi fa pensare ad alcuni fenomeni esplosi di recente negli Stati Uniti come il bookstreaming (leggere ad alta voce in diretta social) o il silent reading (leggere in silenzio tutti insieme, connessi ma anche in presenza, in forma di party), arrivati ora anche in Italia.
Non conosco questi fenomeni, che però mi fanno pensare a una forma moderna di filò in cui non c’è il processo creativo, perché si legge un libro, ma dove la dimensione sociale è interessante. Proprio il fatto che non la semplice lettura, ma la lettura ad alta voce di fronte ad altri piaccia molto dimostra quanto il filò, inteso come trasmissione orale e collettiva, continui ad avere senso. Poi certo, noi siamo figli del diritto d’autore, non è più come ai tempi dei poemi cavallereschi che il cantastorie poteva impadronirsi della sua versione del poema di Re Artù, ma sarebbe bene capire che in realtà noi abbiamo il diritto di appropriarci, di riscrivere, di modificare le cose anche alla luce del nostro immaginario e delle nostre storie, riguadagnando quel minimo di libertà creativa che la dimensione del filò presuppone effettivamente.
Il fatto che non la semplice lettura, ma la lettura ad alta voce di fronte ad altri piaccia molto dimostra quanto il filò, inteso come trasmissione orale e collettiva, continui ad avere senso.
Nel libro cogli una società alpina che sta finendo, in questo senso il passato diventa lo specchio del presente, perché questa scelta?
Il tema del passaggio, cioè provare a raccontare una storia intercettando un momento di crisi, è una facilitazione della tensione narrativa: il fabbro o il taglialegna li rappresento anziani per lasciare intendere tra le righe che non è un mondo al suo esordio, è un mondo già formato e forse già in fase di decadenza. In questo senso la figura del demonio e il tipo di prova a cui sottopone il protagonista si presta a una chiave di lettura della modernità che insidia la civiltà. Già in altri libri ho provato a raccontare la fine di un mestiere, oppure il cambiamento di faccia della montagna dopo un conflitto al di là dell’interesse storico in sé, anche perché continua a parlare di temi che ci riguardano e rispetto ai quali possiamo collocarci nella complessità. Con la differenza che nel racconto il protagonista fa la sua scelta e c’è la parola fine, nella realtà non si può. Non dobbiamo cadere nella tentazione di diventare dei predicatori con la verità in tasca: dubito che ci sia una verità. La complessità deve essere una compagna di viaggio di chiunque voglia fare un ragionamento che riguarda un territorio così variegato come le terre alte.
Non dobbiamo cadere nella tentazione di diventare dei predicatori con la verità in tasca: dubito che ci sia una verità. La complessità deve essere una compagna di viaggio di chiunque voglia fare un ragionamento che riguarda un territorio così variegato come le terre alte.
Il libro parla di avventura, ma è anche un racconto di formazione, perché il protagonista è un giovane che fra l’altro scopre un rapporto particolare con la natura. Di cosa si nutre a tuo avviso la formazione dei ragazzi di ieri e di oggi? È importante il rapporto con la natura che sicuramente è venuto meno, ma che stiamo riscoprendo?
I ragazzi sono così diversi fra di loro, che per fortuna una risposta unica univoca non c’è. Una delle belle sfide dell’insegnamento, come anche credo della genitorialità, è riconoscere l’altro nella sua diversità: l’adolescente non è una copia mal plasmata di noi adulti, un rischio insito a volte anche di certe impostazioni didattiche, ma un individuo con le sue complessità, con le sue individualità, con i suoi carismi. Il rispetto è la prima pietra che noi dobbiamo dare loro, prima di esigerlo da loro.
L’adolescente non è una copia mal plasmata di noi adulti, ma un individuo con le sue complessità, con le sue individualità, con i suoi carismi. Il rispetto è la prima pietra che noi dobbiamo dare loro, prima di esigerlo da loro.
Cosa comporta questo?
I ragazzi in qualche modo hanno ancora il diritto di sbagliare: se un adolescente mi manca di rispetto non mi stupisce, entro certi limiti sta facendo gli errori che ci si aspetta da un sedicenne. Che un trentenne o un cinquantenne manchi di rispetto a un adolescente mi inquieta un po’ di più… Insomma, niente di nuovo rispetto a Don Milani. Ciò di cui si nutrono i ragazzi credo di ogni tempo, in chiavi diverse, è il diritto all’esperienza: non possiamo consegnare loro le chiavi del mondo, senza avergli fatto fare prima un giro, devono sporcarsi le mani, chiaramente a tutele progressive, senza metterli in condizioni di rischio o pericolo. L’esperienza è una grande esigenza che si abbina alla curiosità, alla voglia di vedere le cose, ti permette di tirare una boccata d’ossigeno quando entri in classe: vedi che hai di fronte persone che hanno fame di esperienze, anche se possono non essere quelle che tu gli dai, ma non importa. Bene o male mi riallaccio a quello che ho detto all’inizio, che sia molto difficile garantire queste esperienze se non gli si offre la responsabilità di gestirle: nessuno a quell’età ha voglia di sentirsi raccontare delle verità date, rispetto alle quali l’unico atteggiamento previsto è l’ascolto passivo, ma esige di fare anche da solo. Per questo mi è piaciuto molto soffermarmi sulla solitudine del protagonista, Cristoforo, che in molti punti compare isolato, in altri invece gode nel riconoscimento che ottiene dalle figure adulte che lo circondano. I ragazzi vivono questo moto pendolare, a volte ti richiedono, a volte vogliono stare per i fatti propri, è una delle tante belle contraddizioni di quell’età, che per fortuna noi abbiamo passato per sempre…
Ciò di cui si nutrono i ragazzi credo di ogni tempo, in chiavi diverse, è il diritto all’esperienza: non possiamo consegnare loro le chiavi del mondo, senza avergli fatto fare prima un giro.
Una cosa divertente che non faremo mai più… Venendo invece ai Sentieri partigiani: anche quest’anno il 25 aprile si è portato dietro polemiche e problemi, vale invece la pena soffermarsi sempre di più sul venire meno della memoria di quello che è stato. Al di là delle ragioni (prima fra tutti il venire meno di tutti i testimoni diretti), cosa tiene la memoria lontana dai ragazzi, che la dovrebbero portare avanti?
Come cerco di dimostrare nel libro, forse proprio l’aver voluto spesso mostrare alle nuove generazioni una verità storica già data e aproblematica ha disinnescato l’interesse in partenza. Il bello della storia a mio avviso è proprio la sua dimensione di problematicità costante, di risoluzione mai definitiva dei problemi e delle pagine: la sfida è riconoscersi in dei valori essendo consapevoli della fallibilità delle persone che hanno combattuto o che ancora oggi si incarnano in quei valori, se no il rischio è quello dell’estremismo, dell’ideologia fideistica, da una parte e dall’altra. Rovesciando la prospettiva, riuscire a fare incontrare i ragazzi con la dimensione contraddittoria o scandalosa, o difficile della storia non è un metterli in difficoltà, ma di nuovo un dargli la responsabilità delle risposte.
Riuscire a fare incontrare i ragazzi con la dimensione contraddittoria o scandalosa, o difficile della storia non è un metterli in difficoltà, ma di nuovo un dargli la responsabilità delle risposte.
La memoria nel cammino
Andare per sentieri può aiutare a tener viva questa memoria?
Affrontare una pagina di storia in un contesto urbano o in un contesto di sentiero alpino ha due pesi diversi. Intanto proprio per la dimensione della socialità: lo spazio urbano solitamente è uno spazio di solitudine, il sentiero invece esige attenzione e spesso anche dei compagni di viaggio con cui condividere il carico e i pericoli dell’escursione. Quindi riuscire a fare una camminata che ti porta a incontrare la Prima guerra mondiale o la Resistenza o altre pagine di storia è più efficace: alla fine la dimensione emotiva, anche grazie alla solitudine e alla bellezza del contesto, arriva di più. Vale anche per ragioni molto tecniche: ti prendi del tempo per te e per stare con altre persone, e poi il telefono non prende o prende poco.
Riuscire a fare una camminata che ti porta a incontrare la Prima guerra mondiale o la Resistenza o altre pagine di storia è più efficace: alla fine la dimensione emotiva, anche grazie alla solitudine e alla bellezza del contesto, arriva di più.
C’è qualche sentiero che secondo te vale la pena percorrere con dei ragazzi?
Alla luce di quello che ho provato a scrivere, i sentieri dell'Altopiano di Asiago sulle orme dei Piccoli maestri di Meneghello è a mio avviso uno dei terreni più fertili. Ma di nuovo credo che sia anche bello lasciarsi stupire, al di là del luogo, dalla ricchezza: nella tua città spesso passi attraverso i viali e i monumenti e non li leggi o magari non riesci a interrogarti sul significato dei nomi, quando sali su, una croce o un cippo ti interrogano di più perché sono isolati e sono in mezzo alla natura, quindi c’è un dialogo tutto diverso anche con i segni della memoria, e questo è un innesco potenziale che a mio avviso si può sfruttare di più.
Quando dici presentare ai ragazzi la storia in tutta la sua problematicità, quindi non solo come verità data, cosa intendi?
Come scrivo nel libro, nei monumenti di memoria dei partigiani uccisi domina l’ambito semantico del martirio: i partigiani sono martiri, esattamente come i caduti della Grande Guerra sono eroi. Non intendo dire che non ci furono i martiri, ci sono stati. Ma se riduciamo la Resistenza a un atto di martirio subìto, di fatto ne impoveriamo la complessità storica: i partigiani furono uomini e donne che si presero il rischio dell’azione, chi sopravvisse al fascismo si prese anche la responsabilità o compartecipò alla costruzione dell’Italia democratica. Nel momento in cui tu dici a un ragazzo ‘interroghiamoci sul perché un tal partigiano ha fatto quello che ha fatto’, secondo me, offriamo un modello più imitabile, perché è più vero, perché il partigiano diventa una persona che ha fatto delle scelte, che era percorso da dubbi. Se invece chiedi a un adolescente di identificarsi in un martire o in un eroe, parli di modelli troppo distanti, troppo perfetti, troppo irreali o insostenibili rispetto alla complessità di ogni tempo e di ogni persona. I romanzi di Meneghello e di Pavese danno una mano grossa in questo compito, perché lì non trovi la retorica unilaterale, trovi spesso la drammaticità e al contempo la forza di ogni scelta. Se le scelte fossero tutte facili, allora non avrebbe neanche senso celebrare chi le ha fatte, se sapeva già che era giusta. La bella scommessa è che, allora come oggi, la democrazia va negoziata, è imperfetta, è fallibile, e quindi dobbiamo stare ben attenti.
Se le scelte fossero tutte facili, allora non avrebbe neanche senso celebrare chi le ha fatte.