Il paese dei bivacchi in mostra presso la sede centrale della SAT - Società Alpinisti Tridentini a Trento © Ivo Cestari
Gli studenti durante un'uscita di sopralluogo in Panarotta, prima di elaborare i progetti © Ivo Cestari
Un'altra immagine dei sopralluoghi © Ivo Cestari
Il processo di elaborazione e costruzione dei modellini che ha coinvolto le classi 4A e 4B del Liceo Vittoria di Trento © Ivo Cestari
Un'altra immagine delle fasi di costruzione © Ivo CestariNegli ultimi mesi, il dibattito attorno ai bivacchi e al loro utilizzo si è inasprito, complici i diversi interventi di soccorso avvenuti proprio per recuperare escursionisti rei di trasformare ciò che tradizionalmente era usato come riparo di fortuna in una vera e propria meta del loro andare in montagna. Ne abbiamo parlato il mese scorso con Gino Taufer, delegato di zona del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino per il Primiero e il Vanoi, territorio in cui il nuovo Bivacco Fiamme Gialle al Cimon della Pala, sostituito lo scorso autunno con una struttura esteticamente più attrattiva, ha dato luogo a ben nove interventi fra inverno e primavera inoltrata, in favore di persone che volevano recarvisi ignorando come la ferrata Bolver, che porta alla struttura, sia percorribile quasi esclusivamente d’estate.
Sempre in Trentino, la riflessione sul tema ha toccato parallelamente anche le scuole, con un progetto che di primo acchito sembrerebbe eccentrico e curioso ma che è di indubbio interesse. La SAT – Società Alpinisti Tridentini, in collaborazione con TSM – Trentino School of Management, ha infatti patrocinato un’iniziativa che ha coinvolto durante l'anno scolastico appena conclusosi gli allievi del liceo artistico Vittoria di Trento, nella fattispecie le classi 4A e 4B dell’indirizzo architettura e ambiente. Si tratta di un progetto di alternanza scuola lavoro, nel quale i ragazzi si sono impegnati a ripensare uno spazio montano che, al pari del discorso sui bivacchi, ha negli ultimi anni acceso aspre polemiche: gli impianti di risalita della Panarotta, in Valsugana
Una breve storia (a lieto fine?)
Nel 2022 infatti la storica società di gestione Panarotta 2002 è stata costretta a chiudere gli impianti di risalita a causa dei costi insostenibili dell'energia elettrica. Una decisione vista con estremo favore dai gruppi ambientalisti, che vedevano nella proposta parallela di trasformare il comprensorio, anche d'inverno, in uno spazio escursionistico – e non più sciistico – una visione virtuosa, antitetica ai processi di ‘accanimento terapeutico’ cui andavano invece incontro altre realtà, sempre più ostinate, nonostante la penuria di precipitazioni, a procedere con un innevamento programmato dai costi esorbitanti.
La situazione è precipitata l’inverno successivo, quando proprio a causa della scarsità di neve naturale e dei costi proibitivi dell'innevamento artificiale, la società ha dovuto rinunciare totalmente alla gestione, entrando in liquidazione dopo aver accumulato perdite e debiti per oltre 430.000 euro. Per tale ragione, gli impianti di risalita sono rimasti fermi durante tre stagioni consecutive, mentre gli appassionati e le famiglie continuavano a frequentare la zona come area per escursioni.
Dopo numerosi bandi e tentativi di salvataggio da parte della Provincia autonoma di Trento e di Trentino Sviluppo, alla fine del 2025 è stato siglato un accordo con la nuova cordata Lagorai 2002 srl e gli impianti sono stati riaperti il 30 dicembre 2025, in piena stagione invernale.
Ripensare i ruderi
Nel mentre, però, gli studenti del liceo Vittoria, stavano già lavorando ad una soluzione alternativa per la salvaguardia di uno spazio che sembrava incapace di far fronte alla crisi climatica e alle congiunture economiche senza doversi trasformare.
“La domanda che abbiamo posto ai ragazzi è stata ‘che cosa ne sarà, in generale, degli impianti sciistici?’ e prendere come esempio la situazione ancora precaria della Panarotta, che si trova a pochi chilometri da noi, è stato naturale e stimolante” spiega Ivo Cestari, docente referente del progetto. “Trattando i dodici piloni presenti come ruderi di un’era proto-industriale, difficili pertanto da rimuovere, abbiamo formulato insieme ai ragazzi diverse ipotesi per un loro riutilizzo. La prima era quella di decorarli, ricavandone una sorta di totem evocativi. La seconda di trasformarli in delle enormi meridiane, ma in qualche modo significava dover demolire anche parte del bosco circostante. La terza e ultima opzione, che abbiamo seguito, è stata quella di trasformare l’intero spazio in una ‘palestra per l'uso dei bivacchi’, utilizzando i piloni come basamenti per costruirvi sopra proprio queste strutture”.
Il cuore del progetto – ovviamente non esecutivo – è la proposta di riutilizzare i piloni di impianti di risalita dismessi come base per una serie di bivacchi sperimentali, con un'architettura semplice e minimalista, ma al contempo innovativa. Questi bivacchi, accessibili tramite le già esistenti scale dei piloni, potrebbero ospitare fino a 6 persone e sarebbero dotati di servizi essenziali come la sola illuminazione fornita da un piccolo pannello fotovoltaico, utile anche per la ricarica di dispositivi mobili e riscaldamento a infrarossi. Posizionati presso punti di ristoro e accessi esistenti dotati di parcheggi (Malga Montagna Granda, Chalet Panarotta e ex bar Cima Esi), i bivacchi permetterebbero agli escursionisti ma anche a piccoli nuclei familiari di vivere l’esperienza del pernottamento senza allontanarsi troppo dalle strutture di supporto, creando così una sorta di ‘paese dei bivacchi’ gestito in comune dagli operatori economici presenti, accessibile tutto l’anno.
Risolvere due problemi con una mossa soltanto
“Se vogliamo educare le persone ad un utilizzo consapevole delle strutture di riparo, partire da iniziative come questa non è soltanto un'utopia” prosegue Cestari. “Si tratta di un progetto che potrebbe davvero attirare un pubblico di nicchia, interessato a un'architettura innovativa e alla riqualificazione di spazi dismessi in un'ottica di sostenibilità e rispetto per l'ambiente. La progettazione definitiva potrebbe allo stesso modo essere affidata a concorsi di architettura, con l’obiettivo di dare vita a una nuova forma di turismo legato alla montagna, capace di attrarre giovani e famiglie che desiderano vivere un'esperienza autentica ma sicura. L’idea potrebbe essere estesa anche ad altri contesti montani con caratteristiche simili, promuovendo una nuova filosofia di turismo e architettura che potrebbe avere un impatto positivo sul territorio e sulla sua economia, senza danneggiare l'ambiente circostante”
Un progetto, insomma, dalla duplice finalità: da un lato l’invito, rivolto alle nuove generazioni, a ragionare anche in modo provocatorio e creativo, laddove esistono ‘paesaggi dell’abbandono’ destinati a connotare forse per anni una montagna che invece potrebbe – e dovrebbe – trovare una nuova identità. Dall’altra, la proposta progettuale su un caso specifico, attraverso un’esercitazione scolastica di ricerca formale utilizzando i ‘ruderi’ di un impianto di risalita, che era ormai chiuso da alcuni anni.
Il paese dei bivacchi, così come il collodiano paese dei balocchi sulla cui assonanza gioca il titolo del progetto, esiste per ora solo nella fantasia degli studenti e nei loro modellini, ospitati in mostra presso la sede centrale della SAT durante la prima settimana di giugno. Ma sicuramente contribuisce a gettare un’ancora positiva e propositiva per la risoluzione in contemporanea di due problemi spinosi che le montagne, non solo trentine, stanno affrontando.