Le Alpi: meraviglia di un'opera ancora in corso

Quella che viene raccontata come una catena, in realtà rappresenta un mosaico di monti e rocce diversi, frutto di movimenti grandiosi, avvenuti nel corso di centinaia di milioni di anni. Una realtà tutt'altro che statica e che continua a mutare

 

Camminare sulle Alpi significa attraversare un paesaggio che cambia continuamente: dalle rupi affacciate sul Mar Ligure ai grandi massicci innevati del monte Bianco; dai fondovalle abitati delle prealpi alle creste calcaree e dolomitiche delle Dolomiti e del Carso. Una enorme catena montuosa ricca di storia geologica, naturalistica e umana, che ha visto nascere e svilupparsi la nostra società, la nostra cultura ed i nostri paesi.

Una cerniera nel cuore del continente

Dietro questa varietà c’è però una storia comune, iniziata quando al posto delle montagne si estendeva un oceano. La catena alpina disegna un arco lungo circa 1000-1.200 chilometri ed una larghezza di 150-200 chilometri, dal Golfo di Genova fino alla pianura pannonica e al bacino di Vienna. Attraversa otto Paesi - Francia, Monaco, Italia, Svizzera, Liechtenstein, Germania, Austria e Slovenia - e costituisce un grande spartiacque europeo. Dai suoi versanti nascono fiumi diretti verso il Mediterraneo, il Mare del Nord e il Mar Nero. Non è quindi soltanto una successione di cime: è una cerniera geografica, climatica e culturale nel cuore del continente. Sono presenti numerose cime sopra i 4000 metri.

È una catena montuosa che ha spesso separato due mondi: a sud, l’area mediterranea e i suoi popoli; a nord, le città e le popolazioni dell’Europa continentale. Al tempo stesso, le Alpi costituiscono una barriera naturale che protegge la Pianura Padana dalle perturbazioni atmosferiche provenienti da nord.

Quando tutto ebbe inizio

Per comprenderne l’origine geologica bisogna tornare al Mesozoico, circa 150–200 milioni di anni fa. Tra l’Europa e l’Africa si estendevano bacini oceanici collegati alla Tetide, mentre gran parte del territorio della futura penisola italiana apparteneva al margine settentrionale della placca africana, rappresentato dalla microplacca Adria. L’intera regione si trovava allora a latitudini tropicali.

Sul fondo oceanico andavano ad accumularsi fanghi e sabbie carbonatiche mescolati a gusci e scheletri di organismi marini, destinati a trasformarsi (litogenesi) in calcari, dolomie, marne e arenarie. In alcuni settori si formò anche vera crosta oceanica: oggi suoi frammenti, le ofioliti, affiorano come rare testimonianze di quell’oceano scomparso (in Austria, Alti Tauri).

La situazione cambiò quando la microplacca adriatica (Adria), collegata al grande sistema africano, iniziò a convergere verso la placca europea. Questo movimento fu legato alla progressiva apertura dell’Atlantico meridionale, che spinse la placca africana verso nord e ne determinò una rotazione antioraria rispetto all’Europa. La convergenza, 100-120 milioni di anni fa, provocò così la graduale chiusura del bacino oceanico interposto tra Europa ed Africa (Adria).

La crosta oceanica dell’antico oceano iniziò così a scendere in profondità per subduzione; poi, con la progressiva chiusura del mare, entrarono in collisione i margini continentali (a nord la placca Europea che, subdotta tutta la placca oceanica, ha iniziato anch’essa ad andare in subduzione infilandosi sotto la placca africa). A partire dal Cretaceo, e soprattutto negli ultimi 40 milioni di anni, enormi pacchi di rocce furono compressi, piegati, fratturati e sovrapposti gli uni agli altri in grandi falde tettoniche. Parte delle rocce venne trascinata a decine di chilometri di profondità, trasformandosi in gneiss e scisti (rocce metamorfiche), per poi tornare lentamente verso la superficie; un’altra parte di rocce sedimentarie venne lentamente spinta verso l’alto fino a raggiungere le quote delle attuali montagne alpine. Nel Cretaceo (90 milioni di anni fa) le Alpi erano già in parte emerse e formavano delle ampie isole nell’oceano in via di chiusura.

Il mosaico alpino

Le Alpi sono dunque un mosaico di rocce diverse tra loro. Graniti e rocce metamorfiche formano molti nuclei elevati delle Alpi occidentali e centrali; calcari e dolomie dominano vasti settori esterni e orientali; sedimenti più teneri occupano spesso conche e pendii meno acclivi. La forma del rilievo, morfologia, dipende dalla resistenza delle rocce, ma anche da pieghe, faglie e fratture, che guidano valli, selle e pareti. Per questo due montagne vicine possono avere profili completamente diversi. È questa storia complessa che spiega perché
una catena geograficamente unitaria raccolga rocce nate in ambienti e tempi tanto lontani fra loro.

La costruzione tettonica, però, è soltanto metà del racconto. Mentre la catena si sollevava (si stima che il sollevamento dall’Oligocene ad oggi è stato in media di 1 millimetro all’anno) acqua, gelo e gravità cominciavano a demolirla (nel corso di milioni di anni, l’erosione ha asportato dalle Alpi enormi quantità di roccia, limitandone progressivamente l’altezza. Una parte consistente dei detriti prodotti è stata trasportata dai fiumi e depositata nel bacino padano, contribuendo, insieme ai sedimenti provenienti dagli Appennini, al suo graduale colmamento e alla formazione dell’attuale Pianura Padana.).

Durante le glaciazioni quaternarie enormi lingue di ghiaccio riempirono le vallate, allargandole e approfondendole. Le tipiche valli a U, i circhi glaciali, le conche lacustri, le valli sospese e le morene sono le tracce più evidenti di quel lavoro. Dopo il ritiro dei ghiacciai, torrenti e fiumi hanno inciso gole, trasportato detriti e costruito conoidi nei fondovalle.
Anche la natura della roccia lascia una firma riconoscibile: nei calcari l’acqua dissolve lentamente il carbonato e genera doline, grotte e altopiani carsici; nelle dolomie, la fitta fratturazione favorisce guglie, torri e grandi pareti; sulle rocce più facilmente alterabili prevalgono pendii arrotondati e coperti da suolo. Frane, colate detritiche e cadute di massi ricordano inoltre che il paesaggio alpino non è immobile.

Un processo che continua

Le Alpi infatti sono in continua e lenta deformazione e in varie zone si sollevano ancora di alcuni millimetri all’anno, per l’azione combinata della dinamica profonda, dell’erosione e del riequilibrio seguito alla fusione dei grandi ghiacciai. Ogni valle è così il risultato di forze opposte: la Terra innalza, gli agenti esterni smantellano. Osservare una piega lungo un sentiero, una roccia levigata dal ghiaccio o un conoide allo sbocco di un torrente significa leggere una pagina di questa storia.

Le Alpi non sono un monumento concluso, ma un’opera ancora in corso.