'Montagna in rosa': Ninì Pietrasanta, alpinista di "sbrigliata fantasia"

La storia dell'alpinismo è ricca di figure femminili di spicco, capaci di passare oltre gli stereotipi di genere. Il nostro piccolo viaggio per impressioni ed estratti parte dalla scalatrice toscana

 

L'alpinismo non ha preferenze di genere: da sempre le donne hanno arrampicato e salito montagne. Diverso è il tema di come sono state raccontate o taciute certe scalate e anche se oggi la quota è un luogo aperto a tutti, la storia ci ricorda un ambiente meno incline a riconoscere meriti e contributi dell'alpinismo in rosa

 

A partire da oggi pubblicheremo una serie di scritti di Valeria Stolfi: è una nostra lettrice - studiosa e autrice di lavori sulla condizione femminile - che ha trovato nelle pubblicazioni del Club Alpino Italiano (Lo Scarpone, La Rivista) e su altre riviste una serie di spunti e riflessioni di interesse su figure o imprese di spicco delle donne in montagna. 

 

Un libro, una testimonianza

di Valeria Stolfi

 

Nel 1934, Ninì Pietrasanta pubblicò uno splendido libro intitolato Pellegrina delle alpi in cui narrava delle sue esperienze di montanara, dedicando lo scritto a suo padre che le aveva insegnato “a guardare alto e lontano”. Con molta ironia Nini rispondeva alle critiche dei benpensanti che la tacciavano di essere femminista e di aver sostituito il corredo femminile composto “da gonne a guardinfante e a paniere e certi cappellini a sghimbescio, pettinature piramidali” - esponenti di una moda deformatrice e indossati per non far ingelosire i mariti - con le scarpe chiodate, calzettoni di maglia, pantaloni e giacca a vento.

Scalare come nuotare, verso l'alto

Nini faceva un paragone con la castagna “non avete mai notato come più nitida e fresca appaia la scorza della castagna bruna, intravista per lo spaccato del suo cardo spinoso”. Gli attributi femminili rimangono incontrastati e - perorare una causa di emancipazione indossando i pantaloni- serve a imporre le proprie ragioni. Ella descriveva il movimento dell’alpinista accostandolo a quello della nuotatrice: “Ascendere, appigliarsi ai rilievi delle rocce, mandando avanti le mani ai tentacoli e agli approcci, piegando su quell’appoggio le braccia e dietro ad esse, spingendo in su la persona con un consentaneo piegar delle ginocchia, non è questa una manovra come di persona che nuoti all’insù?..l’esercizio dell’alpinismo nei suoi tratti o momenti più acuti si svolge in atmosfera di eccezione, pochi testimoni impegnati nella faccenda, tra la sola curiosità di qualche roccia che aggrotta, burbera, il ciglio o di qualche immacolato pinnacolo che commenta l’insolito fatto con un riso di luce nel sole”.

Religiosi, asini e donne

Ninì riteneva ridicola la confessione dell’abate Henry che diffidava della donna in montagna per la sua delicatezza e preferiva portare sulla vetta del Gran Paradiso il suo asino Cagliostro, anche se “recalcitrante” e recidivo. Le donne si sentivano mancare l’aria e cogliere i fiori era istintivo per la donna. Nini ricordava di una salita oltre i 4000 metri nel gruppo del Rosa “per rocce brulle e ghiaccio” e con grande meraviglia vide “abbarbicato al sasso un cespo di muschio in fiore”. 

Ma l’invasione della donna, nel luogo dove gli uomini sono vittoriosi e la donna è vinta, virilizzare la donna, significava identificarla come competitrice, “con i capelli disordinati al vento, con il corpo che si snoda flessuoso lungo l’accidentata parete”.

 

Ninì proveniva dai boschi del Mugello, era cresciuta nel collegio come educanda, dotata di “sbrigliata fantasia”, adorava cogliere ciclamini e more e riposare sotto gli abeti e i cipressi del Monte Senario e dei monti Cipressini. Dall’alto le sembrava tutto più piccolo, “i picchi ingigantiti dalle tenebre e i fuochi di montagna che fugano le ombre della notte” e all’Abetone scoprì per la prima volta “la fantasmagoria di bianco”, finché non trascorse le vacanze di natale a Cortina d’Ampezzo. Una foto in bianco e nero la ritraeva mentre con gli sci ammirava la Croda del Lago, nella valle del Boite: giunta al rifugio dopo un attimo di incertezza e di timore, fu accolta con cameratismo.

Gli inizi: il Rosa e il Bianco

Una delle sue prime ascensioni fu lo Straling, contrafforte del Monte Rosa, che somigliava alla piramide Cheope, anche se la flora dei 300 metri si differenziava da quella delle oasi di palme e eucalipti. La guida era agile e si destreggiava tra i dedali di rocce, “le forme svariate delle calotte di ghiaccio”, il senso dell’osservazione diventava più acuto, la preparazione atletica era adeguata. 

 

La prima ascensione che portò a termine fu alla Punta Gnifetti, a 4.500 metri, in cordata, traversando il ghiacciaio dell’Indren. Il pendio era lungo ma lieve e nonostante l’addensamento della “nebbiolina leggera” giunse alla Capanna Margherita a 4.559 metri, mentre “il sole dardeggiava questo mare di nebbia”. In seguito Nini si addentrò nella zona del Cervino, nelle rosse Dolomiti e si addestrò nel gruppo dell’Ortles e sul Cevedale. Rabbrividì orgogliosa e patriottica dopo ogni impresa, in compagnia di Giuseppe Chiara, la sua guida alpina. Il ghiacciaio del Lys e la crepaccia terminale al lato sud del Lyskamm fino alla cresta era caratterizzata “da cornicioni di neve che strapiombavano paurosamente…sulla destra la parete andava perdendosi in un baratro bianco…con matematica precisione mettevo il mio piede nell’orma recente della mia guida, mentre con mosse lente assicuravo la piccozza”. Insieme alla guida riuscirono a raggiungere “la fiera testa del Cervino” nel mezzo di una temibile tormenta, aggrappata alla fune su una piccola scala di corda. Il vento gelido sferzava il volto, Nini era aggrappata alla croce per non desistere, lottava contro la forza del vento. Durante la discesa all’improvviso la guida la protesse contro uno sperone, mentre la roccia si staccava e si sentì un boato. Le rocce attorno al monte Rosa sembravano cosparse di arancio e di vermiglio, che arrossiva al tramonto, di colore rosa tea.


Nel gruppo del Bianco Nini riuscì a scalare l’Aiguille de Peuterey e il Dente del Gigante. I suoi ardimenti erano stati coronati dal successo grazie anche alle sue guide: Giuseppe Chiara, conosciuto per la sua bontà e altruismo, attento, premuroso e paterno e Tita Piaz, impulsivo, svelto, adulatore. 

 

A quelle prime salite ne seguirono poi molte altre, con Giusto Gervasutti, Renato Chabod, Leopoldo Gasparotto, il marito Giuseppe Boccalatte.