Cahrly Gaul nella bufera
Gaul vinse la tappa con quasi 8 minuti di vantaggio sul secondo
Gaul stremato, all'arrivo
L'istantanea di Charly Gaul che scala il Monte Bondone, in mezzo alla tormenta, non è patrimonio solo del ciclismo, ma è un'immagine simbolo di un'epoca, di un modo di vivere lo sport: la montagna che si erge a prova massima, mito e racconto che attraversa generazioni di appassionati. Quel mito oggi compie 70 anni esatti.
Oltre il ciclismo
Il Monte Bondone (2.180 metri) è la montagna “giardino di casa” della città di Trento: meta di spensierate gite domenicali nella bella stagione e in inverno – fino a pochi anni fa- anche una località sciistica con un suo perché. La provinciale che sale da Sardagna è sicuramente una bella salita: il passo è a quota 1.651 metri, sono una ventina di chilometri con una pendenza che arriva quasi all'8%. Ampi tornanti, strappi decisi, la vista che si allarga su cime e verde per tutto il tempo necessario ad arrivare in quota.
Chiunque l'abbia pedalata ricorda i suoi tornanti, anche se Stelvio, Zoncolan e Mortirolo fanno più sensazione, a partire dal nome: croce e delizia, ma soprattutto croce, di ogni ciclista. Il Bondone però è La montagna per eccellenza se vogliamo tornare agli anni eroici del Giro d'Italia. Il tutto per via della tappa che, dall'8 giugno 1956, è entrata a pieno diritto nella leggenda.
Un mito senza tempo
Nella ultracentenaria storia della Corsa Rosa, il Monte Bondone è associato a una delle giornate più gloriose e crudeli della sua epica. La tappa è la numero 21: Merano-Bondone, 242 chilometri con il durissimo Rolle e il Broccon sterrato. Il percorso è terribile di suo. Il termometro sotto zero, la grandine, la neve che cadeva copiosa e un vento da bufera fanno il resto. I giornali dell'epoca non hanno dubbi: “La più drammatica tappa dolomitica che la storia ricordi”, definita con termini come “tregenda”, “titanica”, “terribile”, “disumana”.
L'Angelo della montagna
Il nome del corridore che ne esce eroe, vincitore di tappa e del Giro, è noto a tutti: Charly Gaul, l’angelo della montagna. Mentre il tempo peggiora chilometro dopo chilometro, i corridori si ritirano uno dopo l’altro. Tra questi anche la maglia rosa Pasquale Fornara, che viene fatto scendere dalla bicicletta addirittura dal suo direttore sportivo, nonostante i 16 minuti di vantaggio su Gaul.
Sul Bondone si scatena una tempesta di neve: Gaul barcolla, ma prosegue in mezzo alla nebbia e i muri di neve. Alcuni ciclisti vengono fatti salire sulle ammiraglie, sbarcati di nuovo sul percorso in prossimità dell'arrivo, in un caos di regole disattese ed emergenze reali. Gaul continua a pedalare imperterrito e arriva al traguardo da vincitore. È mezzo assiderato, devono letteralmente tirarlo giù dalla bici. Sviene, lo portano in albergo, lo mettono in una vasca calda per un’ora. Dopo un po’ riprende forza e gli raccontano quello che si è già dimenticato: è la nuova maglia rosa, a un passo da vincere il suo primo Giro d’Italia (saranno due i suoi successi, oltre a un Tour de France).
La fatica della salita, lasciapassare per la vetta
La montagna è sempre stata e sempre sarà molto più che paesaggio per la bici e d'altronde anche il lessico lo conferma: quale altro sport – che non sia l'alpinismo- conta la specializzazione di “scalatore”? I 70 anni della Merano-Bondone non celebrano quindi solo l'impresa di Charly Gaul, ma il legame indissolubile tra ciclisti e montagna, la fatica come indispensabile collante. Perché, anche in bici, lassù e più bello.