'Orme di ferro', l'avventura della conoscenza che accompagna la salita

'Parole in quota' questa settimana ci porta a rileggere il "graffio" dei ramponi, una firma che ha accompagnato l'autrice in una intensa esperienza di montagna
Paola Loreto in Dolomiti © Daniele Bonini

 

Salire in montagna, anche da soli, vuol dire condividere un’esperienza e, attraverso questa condizione, entrare a far parte di una comunità - un gruppo di persone - che per qualsiasi ragione (o anche nessuna) si ritrovano a salire, giorno dopo giorno, anno dopo anno, a volte anche la stessa salita.


Quello che si condivide non è solo la vocazione per l’ascesa, ma anche l’esperienza concreta, materiale, del salire. Se percorro un itinerario nuovo e sono incerta su dove andare, cerco i segni che ha lasciato chi è passato prima di me. Sono il codice di un sapere comune, che si deposita spontaneamente attraverso gli infiniti gesti successivi dei piedi, delle mani. L’incisione del dente del rampone sulla roccia mi dice che qualcuno, prima di me, è passato di qui. Dove le tracce sono di più, la via è più probabile, e probabilmente migliore. Sono guidata da chi non c’è, adesso, perché c’è sempre nella prospettiva atemporale della via.


Anche le orme di ferro dei ramponi hanno un valore estetico: assomigliano a incisioni fatte col bulino, a graffiti naif, alla scia di muco essiccato lasciato da una lumaca, alle reti aggrovigliate dei pescatori la sera, a dei geroglifici che è facile decifrare. Il tratto, repentino e nervoso, di un artista umano o nonumano. E per analogia, il tratto dell’artista di ogni cosa, che esplode un fulmine sulla cresta a siglare tutto, e soprattutto la nostra facoltà di vedere, e restituire, le analogie.


Orme di ferro

 

Seguo questi segni

questi indizi

per capire dove

passare. Qualcuno

ha già trovato la via

l’ha tracciata.

È arrivato in cima.

Uso la sua mente

e il suo istinto

(la sua paura)

che hanno scelto

il percorso migliore.

Geroglifici da decifrare.

Graffiti graffiati

da un artista naif.

Muco di lumaca

essiccato al sole

esposto alla luce

argenteo. Fossile

vivo, che affiora e

risveglia al disgelo.

L’incisione è febbrile

precisa e sapiente.

Disegna reti di

pescatori tirate

in secca. Appare

l’opera del bulino

che ha chiaro

oscurato la lastra.

Il tratto nervoso

di un fulmine repentino

firma la cresta

con la sigla evidente

di una cicatrice.


Non ricordo dove fossi, ma doveva essere una montagna poco familiare, per non sapere dove andare, per stare esplorando. Ricordo il fulmine sulla cresta, fantasmagorico: un privilegio capitare alla sua presenza mentre vergava la sua saetta nel cielo. E ricordo la compagnia di tutti quei segni sui sassi e sulla roccia: come un salire in tanti, non essere sola, potere chiedere aiuto e fidarsi. Salire in montagna è un’avventura della conoscenza: si impara come fare, si acquista un’abilità. Soprattutto, si impara a guardare e vedere quello che c’è. E c’è più intelligenza in questa facoltà complessa del corpo e della mente insieme, che in molti discorsi intellettualistici autocompiaciuti che si fermano a distanza siderale dalle cose.