Hermann Buhl sul Nanga Parbat © archivio Buhl
Buhl sulla Torre Grande
Hermann Buhl in Cinque Torri © Herbert Eberharter
Buhl dopo all'uscita della solitaria sul Badile © Wikicommons - pubblico dominio
Proprio in questi giorni del 1953 - precisamente il 3 luglio- Hermann Buhl compie una delle più leggendarie imprese della storia dell'alpinismo, scalando da solo e senza ossigeno il Nanga Parbat. Andata e ritorno in 40 ore, riportando gravi congelamenti a causa di un durissimo bivacco nella "zona della morte". Di qui il titolo della sua autobiografia, È buio sul ghiacciaio, uscito l'anno successivo.
Il libro non parla solo della spedizione alla Montagna nuda, ma ripercorre tutta la carriera alpinistica di Buhl fino a quel momento, a cominciare dalle prime esperienze giovanili. Ristampato più volte, È buio sul ghiacciaio vale la pena leggerlo nell'edizione a cura di Kurt Diemberger, suo ultimo compagno di cordata sul Chogolisa.
Buhl e le solitarie
Solitario nelle sue più grandi imprese - e viene da dire non solo per carattere, ma per l'impossibilità dei più nello stare al suo passo- Buhl in realtà ha avuto alcune amicizie importanti e compagni di cordata con cui condividere una passione vissuta pienamente, seppure con uno spirito rivolto più verso la propria intimità, piuttosto che verso l'esterno.
Celebri ovviamente sono alcune delle sue "lucide follie", come andare a scalare la via Cassin al Pizzo Badile da solo, in bicicletta, partendo da e tornando a Innsbruck. Nella biografia viene raccontata l'irreale tranquillità di un alpinista fuori dagli schemi, che riposa all'ombra di una pianta sotto la muraglia immensa, così come lo stupore di un gruppo di colleghi in vetta - tra i quali Carlo Mauri- che lo vedono sbucare da solo, uscendo da una delle vie simbolo dell'epoca. Ma nel libro c'è spazio anche per gli anni degli inizi, anni di un entusiasmo carico di novità ed esuberanza.
Essenza alpina
In Buhl l'alpinismo è sincero e spontaneo quanto le sue condizioni economiche sono modeste e di poca importanza per l'animo dello stesso scalatore. Eccolo, ancora minorenne, raccontare l'estate in cui entra di diritto in quella che ancora oggi forse si può considerare la vera epoca d'oro dell'alpinismo.
“L'anno 1942 mi apre il regno del sesto grado; mi sento abbastanza maturo per penetrare nel mondo della «estrema difficoltà». Con la prima invernale della parete sud della Schüsselkarlspitze per la via Spindler, nel Wetterstein, inizio la serie delle scalate difficili e difficilissime. Per il mio alpinismo, si schiude una nuova epoca e l'amico Waldemar Gruber, anch'egli sulla soglia delle diciassette primavere, è il mio compagno più fedele”. Fare economia non è nemmeno una necessità, è un modo di vivere. "Il primo rosso del mattino s'accende sui denti del Predigstuhl, mentre nelle pareti è tuttora annidato il gelo notturno. I raggi del sole nascente ci lambiscono, e il loro tepore è piacevole. È da supporre che a mezzogiorno farà caldo sul serio, perciò non rechiamo il pullover. Conciati alla solita vecchia maniera, ci apprestiamo all'arrampicata; le suole di feltro a brandelli delle pedule lasciano già che faccia capolino, curiose, alcune dita, ma oggi debbono ancora resistere. Le calze, per economia, spariscono nel sacco, motivo per cui questa volta i polpacci restano forzatamente scoperti. E che importa mai? (...)
“Dopo avere messo mano a una roccia, si getta uno sguardo in basso e si deve ammettere in segreto che non si tratta affatto di una «passeggiata». E tuttavia, per mostrare in quale eccellente forma ci si trovi, si procede, è naturale, dovunque in arrampicata libera”. Hermann Buhl
Si prova sempre una singolare sensazione, quando si è all'attacco di una parete difficile. Quando, subito dopo avere messo mano a una roccia, si getta uno sguardo in basso e si deve ammettere in segreto che non si tratta affatto di una «passeggiata». E tuttavia, per mostrare in quale eccellente forma ci si trovi, si procede, è naturale, dovunque in arrampicata libera, cioè senza chiodi intermedi né assicurazione. Quando poi, gradevolmente sorpresi, si è pervenuti a un luogo di sosta, si recita la parte del deluso chiedendo al compagno se proprio, sì, tutta la corda sia finita...".
Non è facile ritrovare anche qualche scampolo della propria giovinezza in queste parole? Ma il pregio dei grandi è di sapere parlare a molti, se non a tutti...buona lettura!