Un bicchiere al rifugio: alcol tra miti e realtà

Una birra dopo la salita, un calice di vino a cena, una grappa per “scaldarsi”. L’alcol appartiene da sempre alla convivialità della montagna. Ma tra freddo, fatica e ipossia, che cosa succede davvero al nostro organismo da svegli e nel sonno?

Alla fine della salita, con lo zaino finalmente a terra e gli scarponi allentati, seduti al tavolo del rifugio, c’è chi ordina una birra, qualcun altro un bicchiere di vino. Se la giornata è stata fredda, non è difficile che compaia anche una grappa, accompagnata dall’immancabile: “Così ci scaldiamo”.

Poche immagini appartengono alla cultura della montagna quanto questa, e non c’è nulla di strano: al termine della fatica, bere insieme diventa anche un momento di piacere e convivialità. Il problema nasce quando a quel bicchiere attribuiamo proprietà che non possiede o dimentichiamo che, in montagna, l’alcol agisce su un organismo già impegnato a rispondere all’esercizio, al freddo e, salendo di quota, alla ridotta disponibilità di ossigeno.

La grappa scalda davvero?

Partiamo dal mito più resistente. Dopo ver bevuto un sorso di grappa è comunissimo “sentirsi più caldi”. L’alcol, infatti, modifica la circolazione periferica, la percezione della temperatura e, di conseguenza, può farci avvertire una vera e propria piacevole sensazione di calore. Ma sentirsi più caldi non significa necessariamente esserlo per davvero. La difesa dell’organismo dal freddo è un sistema complesso: comprende la riduzione del flusso di sangue verso la superficie corporea, la produzione di calore attraverso il metabolismo e, quando necessario, la comparsa di brivido. L’alcol, soprattutto a dosi significative, può interferire con alcuni di questi meccanismi e favorire una diminuzione della temperatura corporea durante un’esposizione prolungata al freddo. L’effetto dipende dalla quantità assunta, dalla temperatura ambientale, dall’abbigliamento, dallo stato nutrizionale e dalle caratteristiche individuali: ridurre tutto alla sola “vasodilatazione che disperde calore” sarebbe quindi riduttivo. Una cosa, però, possiamo dirla con sicurezza: l’alcol non protegge dall’ipotermia e non è un modo per riscaldare l’organismo.

L’alcol non protegge dall’ipotermia e non è un modo per riscaldare l’organismo © K. B. - Unsplash

In quota l’alcol “sale alla testa” prima?

Questa è un’altra convinzione molto diffusa. In realtà ciò che cambia è, ancora una volta, il contesto fisiologico. Salendo, la pressione atmosferica diminuisce e con essa la pressione parziale dell’ossigeno inspirato. L’organismo reagisce aumentando la ventilazione e mettendo in atto una serie di adattamenti che permettono di mantenere il più possibile l’ossigenazione dei tessuti. Alcuni piccoli studi sperimentali suggeriscono che quantità importanti di alcol possano interferire con questa risposta. In un classico esperimento condotto su giovani alpinisti nelle Alpi austriache, l’assunzione di 50 grammi di alcol (oltre quattro unità alcoliche, quindi ben più di un piccolo bicchiere) a 3000 metri determinò una riduzione dell’ossigenazione arteriosa e un’attenuazione della risposta ventilatoria all’ipossia. Lo stesso fenomeno non era stato osservato a bassa quota. È un dato interessante, ma non autorizza a concludere che mezzo bicchiere di vino impedisca l’acclimatazione. Le evidenze disponibili sono limitate e dipendono molto dalla dose. 

C’è però un altro aspetto molto più concreto. Ipossia e alcol possono produrre effetti che in parte si sovrappongono: stanchezza, riduzione dell’attenzione, rallentamento delle risposte, minore precisione nei movimenti. E in montagna anche una modesta alterazione delle capacità di giudizio, equilibrio e coordinazione può avere un peso diverso rispetto alla quotidianità.

Ipossia e alcol possono produrre effetti che in parte si sovrappongono © Philipe Lima - Unsplash

Quanto conta la quantità

Quando si parla degli effetti dell’alcol in montagna, la quantità conta. Un bicchiere di vino a cena e diversi bicchieri consumati nell’arco della serata non rappresentano infatti la stessa esposizione, e molti degli effetti su termoregolazione, coordinazione, sonno e risposta all’ipossia diventano più evidenti all’aumentare della dose. Per avere un riferimento, in Italia si utilizza l’unità alcolica, che corrisponde a circa 12 grammi di alcol puro: indicativamente un bicchiere di vino da 125 ml, una birra da 330 ml di gradazione ordinaria o un bicchierino di superalcolico da circa 40 ml. È un riferimento utile anche per interpretare gli studi: alcune delle ricerche che hanno documentato effetti dell’alcol in quota hanno utilizzato quantità equivalenti a diverse unità alcoliche, che non possono essere automaticamente paragonate al singolo bicchiere bevuto a cena. Questo non significa però poter individuare una quantità universalmente “sicura”: anche le quantità definite a basso rischio per la popolazione generale non corrispondono a un rischio zero per la salute e, in montagna, la dose è soltanto una parte dell’equazione. Lo stesso consumo può, infatti, assumere un significato diverso se siamo a bassa o ad alta quota, al caldo o al freddo, riposati o dopo molte ore di cammino e, soprattutto, se la nostra giornata è terminata oppure dobbiamo ancora affrontare un tratto impegnativo.

Quando si parla degli effetti dell’alcol in montagna, la quantità conta © Katya Azimova - Unsplash

La birra dopo la salita ci reidrata?

La risposta a questa domanda è meno scontata di quanto sembri. L’alcol può avere un effetto diuretico, perché interferisce con i meccanismi ormonali che regolano la conservazione dell’acqua da parte dei reni. Questo effetto, però, dipende anche dalla quantità di alcol assunta e non significa che ogni bevanda alcolica provochi automaticamente una perdita di liquidi significativa. Gli studi condotti dopo esercizio fisico mostrano infatti risultati variabili e non consentono di trasformare l’equazione “alcol = disidratazione” in una regola valida in ogni situazione. Una birra è composta in gran parte da acqua e contiene anche carboidrati ed elettroliti in quantità variabili: berla dopo una camminata, quindi, apporta effettivamente dei liquidi. Questo, però, non la rende la bevanda ideale per recuperare ciò che abbiamo perso durante molte ore di attività. Dopo uno sforzo prolungato la priorità è ripristinare acqua, energia e, quando necessario, sali minerali; aumentando la quantità di alcol, inoltre, possono diventare più rilevanti sia l’effetto diuretico sia altri effetti sfavorevoli sul recupero. La birra dopo l’escursione, insomma, non deve necessariamente sparire dal tavolo. Può essere uno dei piaceri che seguono la camminata, ma non possiamo materialmente trasformarla in un integratore.

Bere birra può essere uno dei piaceri che seguono la camminata, ma non possiamo trasformarla in un integratore © Reiseuhu - Unsplash

E se dobbiamo ancora scendere?

Gli effetti dell’alcol non riguardano soltanto l’equilibrio. Con l’aumentare della dose possono modificarsi tempi di reazione, coordinazione, attenzione e capacità di elaborare informazioni e prendere decisioni. Alcune di queste alterazioni compaiono prima che una persona si senta o appaia chiaramente ubriaca: avere la sensazione di essere ancora perfettamente lucidi, quindi, non significa necessariamente avere conservato inalterate tutte le proprie prestazioni. È proprio questo a diventare particolarmente importante in montagna. Camminare su un sentiero richiede di integrare continuamente informazioni diverse: osservare il terreno, scegliere dove appoggiare il piede, mantenere l’equilibrio, valutare un passaggio, accorgersi della stanchezza, seguire l’evoluzione del meteo e decidere se continuare o tornare indietro. Più l’ambiente è complesso e minore è il margine di errore, maggiore diventa il peso di una riduzione anche modesta di queste capacità. Per questo una bevanda alcolica consumata quando siamo arrivati al rifugio dove trascorreremo la notte non ha lo stesso significato della stessa quantità bevuta prima di affrontare ancora due ore di discesa. E il discorso diventa ancora più rilevante su terreno esposto, neve o ghiaccio, in ferrata, in bicicletta o quando, una volta tornati a valle, dobbiamo guidare. La domanda, quindi, non è soltanto “quanto ho bevuto?”, ma anche “che cosa devo essere ancora capace di fare?”.

L’alcol non diventa una sostanza diversa perché siamo in montagna: è la montagna a rendere diverse le conseguenze di alcuni suoi effetti. © Barney Goodman - Unsplash

Il bicchiere della sera e il sonno in quota

C’è poi il bicchiere che arriva quando la giornata sembra davvero conclusa: cena in rifugio, vino, magari un digestivo e poi a letto. Qui entra in gioco un altro mito molto radicato: l’alcol “aiuta a dormire”. Può effettivamente facilitare l’addormentamento, ma addormentarsi prima non significa necessariamente dormire meglio. Nel corso della notte l’alcol può modificare la normale organizzazione delle diverse fasi del sonno, rendendolo meno ristoratore e più frammentato. In quota si aggiunge un secondo fenomeno: la minore disponibilità di ossigeno stimola la respirazione, ma durante il sonno il controllo ventilatorio diventa meno stabile. Soprattutto alle quote più elevate possono comparire periodiche alternanze tra fasi in cui si respira più profondamente e fasi in cui la respirazione rallenta o si interrompe per alcuni secondi. È il cosiddetto respiro periodico d’alta quota, un fenomeno frequente durante l’acclimatazione che contribuisce ai risvegli e alla sensazione di aver dormito male. È proprio su questo equilibrio già precario che l’alcol può interferire.

In un piccolo studio sperimentale condotto in condizioni di ipossia ipobarica equivalenti a circa 2.400 metri, alcol e ipossia insieme hanno determinato durante il sonno una saturazione di ossigeno più bassa, un tempo maggiore trascorso sotto il 90% e una frequenza cardiaca più elevata rispetto alla sola ipossia. Il punto, quindi, non è che un bicchiere provochi necessariamente problemi respiratori durante una notte in rifugio, ma che l’alcol non corregge il sonno disturbato dalla quota e può, al contrario, aggiungere i propri effetti a quelli dell’ipossia.

Al termine della fatica, bere insieme diventa anche un momento di piacere e convivialità. © Ashford Marx - Unsplash

Quando la giornata è davvero finita

Una birra davanti al rifugio o un bicchiere di vino durante la cena appartengono per molte persone anche al piacere dello stare insieme. Conoscere la fisiologia non significa cancellare questa dimensione della montagna, ma distinguere il piacere del bicchiere dalle proprietà che la tradizione gli ha attribuito. L’alcol non ci protegge dal freddo, non favorisce l’acclimatazione, non è una strategia di reidratazione e non migliora il sonno in quota.

Soprattutto, lo stesso bicchiere assume un significato diverso a seconda di ciò che sta accadendo intorno a noi. Conta la quantità, ma contano anche la quota, il freddo, la fatica e ciò che dobbiamo ancora essere capaci di fare. L’alcol non diventa una sostanza diversa perché siamo in montagna: è la montagna a rendere diverse le conseguenze di alcuni suoi effetti.

Forse, allora, il momento migliore per quel bicchiere è proprio quello evocato all’inizio: quando lo zaino è finalmente a terra, gli scarponi possono restare allentati e la giornata in montagna è davvero finita.