Piergiorgio, Penny e Manuela: il fiuto speciale delle unità cinofile del soccorso

Un indumento, un pettine, il volante di un’automobile: per noi sono oggetti comuni, per un cane molecolare possono diventare il punto di partenza di una ricerca. Stefano Macciò ci racconta la storia di tre protagonisti delle complesse operazioni portate avanti dal CNSAS

 

A differenza di un cane da ricerca di superficie, che individua la presenza umana all’interno di una determinata area, il cane molecolare cerca una persona precisa. Riceve un campione odoroso, lo distingue tra centinaia di altri e prova a seguirlo lungo il percorso compiuto dal disperso. Non conosce testimonianze, celle telefoniche, immagini delle telecamere o ipotesi investigative. Conosce soltanto quell’odore.

Dietro un gesto apparentemente semplice, annusare e partire, ci sono almeno due anni di formazione, esercitazioni continue, conoscenza del comportamento animale e un’intesa profonda tra cane e conduttore. A raccontare questo lavoro è Stefano Macciò, figlio d’arte di uno dei firmatari dell’atto costitutivo del 1954 del CSA del CAI, una lunga esperienza nel Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico e una vita trascorsa accanto ai cani.

Piergiorgio, Penny e Manuela

La storia cinofila di Stefano Macciò passa anche attraverso tre nomi non propriamente comuni per dei cani. Il primo è Piergiorgio, diventato operativo nel 2010, durante i primi anni del progetto dedicato alle unità cinofile molecolari. È stato uno dei primi due cani operativi del Soccorso Alpino in questa specialità e ha accompagnato Stefano per diversi anni di attività. Poi è arrivata Penny, una bloodhound che ha lavorato fino a tredici anni. Da pochi giorni ha lasciato definitivamente il servizio operativo per raggiunti limiti di età e per alcuni problemi fisici. Il suo nuovo incarico è decisamente meno impegnativo: adesso si gode il divano al cento per cento. Dopo tanti anni di lavoro, se lo è meritato. Infine c’è Manuela, la più giovane. Ha quasi due anni ed è nella fase conclusiva della formazione. Con lei Stefano continua il percorso quotidiano fatto di esercizi, tracce, errori da comprendere e piccoli progressi da consolidare. Tre cani, tre fasi diverse della stessa esperienza: Piergiorgio appartiene alla storia iniziale del progetto, Penny ha appena concluso la propria carriera e Manuela rappresenta il futuro.

Un’odore tra mille

Spiegato in modo semplice: che cosa significa “molecolare” nel lavoro di un cane da ricerca?

Significa sfruttare la capacità del cane di percepire e distinguere gli odori. Gli forniamo un input iniziale, che può provenire da un oggetto appartenente alla persona dispersa oppure da un punto in cui sappiamo che è certamente passata. Da quel momento gli chiediamo di seguire proprio quell’odore, fino a raggiungere la persona o comunque il punto più lontano possibile. In fondo utilizziamo una capacità per la quale l’uomo ha selezionato e impiegato il cane da sempre: seguire odori specifici. Succede nella caccia, nella ricerca di sostanze stupefacenti o esplosivi e, nel nostro caso, nella ricerca di una persona scomparsa.

Qual è, quindi, la differenza principale rispetto a un cane da ricerca di superficie?

Il cane da superficie cerca la presenza umana all’interno dell’area che gli è stata assegnata. Non distingue le singole persone: individua l’odore umano e segnala una persona che si trova nella zona. Il cane molecolare, invece, deve selezionare un odore preciso. Anche se intorno ci sono altre persone, deve concentrarsi su quello che gli è stato presentato dal conduttore e seguirlo. La differenza fondamentale è questa: il cane da superficie cerca qualcuno; il cane molecolare cerca proprio quella persona.

Il cane da superficie cerca la presenza umana all’interno di una zona. Il cane molecolare seleziona un odore preciso e segue quello.

Due anni per imparare a seguire una persona

Quanto dura la formazione di un’unità cinofila molecolare prima di diventare operativa?

Servono almeno due anni, spesso due anni e mezzo. La giovane cagnetta con cui sto lavorando ora ha quasi due anni e, se il percorso procederà bene, potrà diventare operativa entro la fine dell’anno. Ma non si tratta semplicemente di partecipare a qualche giornata di addestramento. È un lavoro quotidiano. Fin da cucciolo, attraverso esercizi elaborati dalla Scuola nazionale Unità Cinofile del CNSAS, il cane impara a riconoscere un odore specifico, mantenerlo e seguirlo anche quando le condizioni diventano più difficili. Cambiano il modo di alimentarlo, le situazioni che gli vengono proposte, le distanze, l’età della traccia e gli ambienti in cui deve lavorare. Ogni esercizio serve a costruire progressivamente le sue capacità.

Anche il conduttore deve compiere un percorso altrettanto lungo.

All’inizio siamo persone che conducono un cane. Con il tempo dobbiamo diventare davvero cinofili: conoscere l’animale, interpretarne i comportamenti, capire le sue esitazioni e accorgerci quando qualcosa non funziona. Non basta tenere in mano una lunghina. Bisogna conoscere profondamente il proprio cane.

Il benessere è parte dell’addestramento

Quanto è importante il benessere del cane all’interno di questo percorso?

È essenziale. Il cane deve trovarsi nella migliore condizione fisica e mentale possibile. Il conduttore deve essere capace di capire se, nel giorno dell’intervento, il cane è realmente in grado di lavorare al cento per cento oppure se c’è qualche problema che richiede di modificare o interrompere l’attività. Non possiamo considerarlo una macchina. Bisogna osservarlo, conoscerlo e rispettarne l’equilibrio psicofisico. Lo stesso, però, vale per il conduttore. Noi lavoriamo a stretto contatto con il cane. Nel caso della ricerca molecolare c’è anche una lunghina che ci unisce fisicamente e attraverso la quale possono passare tensioni, esitazioni e cambiamenti di postura. Il nostro stato d’animo può influenzare il suo lavoro. Per questo l’equilibrio deve esserci da entrambe le parti. La lunghina diventa così una sorta di cordone ombelicale: collega il cane al conduttore, ma trasmette anche molte più informazioni di quanto potrebbe sembrare a un osservatore esterno.

Il cane deve essere nella sua migliore condizione fisica e mentale. Ma anche l’equilibrio del conduttore è importante, perché le nostre emozioni possono arrivare fino a lui.

Cani nati per tenere il naso a terra


Ci sono razze più adatte alla ricerca molecolare oppure conta soprattutto il singolo soggetto?

All’interno della Scuola utilizziamo soprattutto Bloodhound e segugi bavaresi. Sono state sperimentate anche altre razze, in alcuni casi con risultati positivi, ma con maggiori difficoltà nel percorso addestrativo. Naturalmente ogni cane possiede capacità olfattive molto sviluppate. La differenza è che alcune razze sono state selezionate dall’uomo per generazioni proprio per seguire una traccia con il naso a terra. Un cane abituato geneticamente e morfologicamente a lavorare con il naso alto potrebbe avere le stesse capacità olfattive, ma gli chiederemmo di compiere un’attività più distante dalla sua selezione originaria. Bloodhound e segugi bavaresi, invece, hanno una naturale predisposizione per questo tipo di lavoro. Il fiuto, comunque, non è sufficiente. Servono concentrazione, equilibrio, resistenza, capacità di lavorare a lungo e disponibilità a costruire una relazione strettissima con il conduttore.

Il primo capitolo della traccia

Da che cosa parte concretamente il cane?

La situazione migliore è avere a disposizione un indumento appartenente alla persona dispersa. Un capo indossato ha assorbito una quantità importante del suo odore e può fornire al cane un campione particolarmente efficace. Non sempre, però, è possibile trovarlo. Si può allora utilizzare un pettine, un oggetto entrato in contatto con il corpo oppure raccogliere l’odore lasciato all’interno dell’automobile, per esempio sul volante. La qualità del campione può fare la differenza. Più l’oggetto è stato a contatto diretto e prolungato con la persona, maggiore sarà la quantità di odore disponibile.

Il prelievo non avviene in maniera improvvisata. Quando dobbiamo entrare nell’abitazione o nel veicolo della persona scomparsa, lo facciamo seguendo procedure precise e alla presenza delle autorità competenti. È un passaggio operativo delicato: occorre individuare una fonte odorosa attendibile, cercando di evitare contaminazioni e interferenze. Da quel momento, per il cane, quell’odore diventa il riferimento da seguire.

 

Il conduttore non deve sapere

Come si integra il lavoro del cane con testimonianze, telecamere, celle telefoniche e ultime posizioni conosciute?

Può sembrare strano, ma durante il lavoro cerchiamo di non conoscere le ipotesi formulate sulla scomparsa. Non vogliamo sapere che qualcuno pensa che la persona abbia preso una determinata strada o imboccato un certo sentiero. Avere queste informazioni potrebbe portarci inconsapevolmente a costruire una nostra convinzione e a influenzare il cane. Potremmo cambiare postura, rallentare, irrigidirci o esercitare una tensione diversa sulla lunghina. Il rischio sarebbe quello di indirizzarlo verso ciò che noi pensiamo, invece di lasciargli seguire ciò che sente realmente con il naso. Il conduttore, dunque, deve cercare di lavorare libero da condizionamenti. Dietro di lui, però, opera l’intero sistema di ricerca.

Le indicazioni fornite dall’unità cinofila vengono messe a disposizione del responsabile delle operazioni e integrate con testimonianze, telecamere, droni, celle telefoniche, dispositivi elettronici e lavoro delle squadre sul territorio. Nessun elemento viene considerato isolatamente. Tutte le informazioni concorrono a ricostruire gli spostamenti della persona e a definire la strategia successiva.

Il cane non sostituisce l’indagine o le altre componenti della ricerca. Aggiunge una fonte informativa diversa: una direzione costruita attraverso l’odore.

Cerchiamo di non conoscere le ipotesi sulla scomparsa, perché potremmo condizionare il cane. Noi dobbiamo seguire quello che sente lui, non quello che pensiamo noi.

Dalla piazza al bosco

In quali scenari è particolarmente utile un cane molecolare?

L’impiego viene valutato sulla base delle caratteristiche della scomparsa e delle esigenze della stazione del Soccorso Alpino che sta conducendo le operazioni. Il cane molecolare non lavora soltanto nei boschi o negli ambienti impervi. Negli ultimi anni siamo intervenuti anche in aree densamente antropizzate. Una persona può allontanarsi dalla propria abitazione, attraversare una piazza, percorrere alcune strade e raggiungere successivamente una zona collinare o boschiva. Il cane deve quindi essere capace di cominciare il lavoro in un paese o in una città, dove gli odori si sovrappongono e transitano molte persone, e continuare poi in un ambiente completamente diverso.

Può accadere che l’unità cinofila venga attivata a centinaia di chilometri di distanza. I cani sono abituati anche a questo: essere caricati in automobile nel cuore della notte, viaggiare quattro o cinque ore, arrivare sul posto, effettuare il prelievo del campione e cominciare a lavorare. È una condizione molto diversa dalla quotidianità. Anche il viaggio e i preparativi fanno parte della formazione e dell’esperienza operativa del cane.

Quando l’acqua cancella la traccia


Che cosa può compromettere il lavoro?

La fattibilità dell’intervento viene valutata già al momento dell’attivazione. Le condizioni meteorologiche, l’ambiente, il tempo trascorso e tutto ciò che può aver alterato o sovrapposto gli odori incidono sulle possibilità di riuscita. Un temporale intenso, per esempio, può compromettere fortemente la traccia. Se sono trascorse molte ore e una grande quantità d’acqua ha interessato il percorso, le probabilità di ottenere un risultato possono ridursi drasticamente.

Questo non significa che esista una regola matematica valida in ogni situazione. Ogni ricerca è diversa e deve essere valutata singolarmente. Occorre considerare il punto di partenza, la qualità del campione, le condizioni del terreno, la presenza di altre persone e gli eventi avvenuti nel frattempo. L’olfatto del cane possiede capacità straordinarie, ma non è infallibile e non può annullare gli effetti dell’ambiente.

Seguire la persona giusta

Si può capire con certezza se il cane sta seguendo davvero la persona ricercata?

Una certezza assoluta non esiste. Possiamo però analizzare il comportamento del cane e conoscere sempre meglio il suo modo di lavorare. Questa capacità si costruisce con l’esperienza e attraverso esercitazioni specifiche, comprese quelle definite “in doppio cieco”. In questi test il conduttore non conosce il percorso effettuato dal figurante e neppure il tecnico che lo accompagna deve suggerirgli la direzione. La traccia del figurante viene registrata. Anche il percorso compiuto dall’unità cinofila viene rilevato e soltanto alla fine dell’esercizio i due tracciati vengono sovrapposti. In questo modo è possibile verificare dove il cane ha seguito correttamente l’odore, dove lo ha perso e dove, eventualmente, è stato il conduttore a commettere un errore. A volte basta una posizione sbagliata rispetto al cane per influenzarlo. Stare troppo a destra o troppo a sinistra, invece che correttamente dietro di lui, può esercitare una pressione attraverso la lunghina e portarlo a deviare. Per questo la ricerca non dipende esclusivamente dal naso del cane. Conta anche la capacità del cinofilo di seguirlo senza anticiparlo, accompagnarlo senza guidarlo e interpretarlo senza sostituirsi a lui.

Non possiamo avere una certezza assoluta, ma possiamo conoscere profondamente il nostro cane e analizzare il modo in cui sta lavorando.

Un linguaggio fatto di gesti

Il cane capisce quando sta per iniziare un intervento?

Capisce che sta per accadere qualcosa di diverso. La passeggiata quotidiana ha determinate abitudini: si mette il guinzaglio e si esce. L’esercitazione e l’intervento, invece, hanno altri rituali.

Ogni conduttore sviluppa una propria sequenza: il collare, l’imbrago, la preparazione dell’attrezzatura, alcune parole, un gesto o un momento trascorso accanto al cane prima della partenza. Possono sembrare dettagli insignificanti, ma per il cane diventano segnali precisi. Comprende che non si sta uscendo semplicemente per passeggiare e che è arrivato il momento di concentrarsi. Si crea quasi un dialogo. Il cane certamente non comprende ogni parola pronunciata dal conduttore, ma riconosce il tono, la postura, la sequenza dei gesti e il contesto. Sa distinguere il momento del gioco da quello del lavoro.

È un rapporto diverso da quello che normalmente si costruisce con un cane di famiglia. Più intimo, più profondo. Cane e conduttore imparano a comprendersi attraverso segnali che, per una persona estranea, possono risultare quasi invisibili.

Il premio nascosto nell’astuccio

Qual è il premio preferito?

Nella ricerca molecolare lavoriamo soprattutto con il cibo. Può essere consegnato direttamente oppure inserito in quello che chiamiamo “astuccio”, un oggetto simile a un piccolo salamotto. Al termine dell’esercizio il cane riceve l’astuccio, mangia la ricompensa contenuta al suo interno e poi può giocare insieme al conduttore. In questo modo cibo, gioco e relazione si uniscono in un’unica gratificazione. Per il cane l’attività conserva quindi una dimensione ludica, ma impara anche a riconoscere perfettamente il momento in cui gli viene richiesto di lavorare. In fondo non chiede molto: una ricompensa, il gioco e la soddisfazione condivisa con la persona con cui ha costruito il proprio rapporto.

 

Piergiorgio, Penny e Manuela

La storia cinofila di Stefano Macciò passa anche attraverso tre nomi non propriamente comuni per dei cani. Il primo è Piergiorgio, diventato operativo nel 2010, durante i primi anni del progetto dedicato alle unità cinofile molecolari. È stato uno dei primi due cani operativi del Soccorso Alpino in questa specialità e ha accompagnato Stefano per diversi anni di attività. Poi è arrivata Penny, una Bloodhound che ha lavorato fino a tredici anni. Da pochi giorni ha lasciato definitivamente il servizio operativo per raggiunti limiti di età e per alcuni problemi fisici. Il suo nuovo incarico è decisamente meno impegnativo: adesso si gode il divano al cento per cento. Dopo tanti anni di lavoro, se lo è meritato. Infine c’è Manuela, la più giovane. Ha quasi due anni ed è nella fase conclusiva della formazione. Con lei Stefano continua il percorso quotidiano fatto di esercizi, tracce, errori da comprendere e piccoli progressi da consolidare.

Tre cani, tre fasi diverse della stessa esperienza: Piergiorgio appartiene alla storia iniziale del progetto, Penny ha appena concluso la propria carriera e Manuela rappresenta il futuro.

Molto più di un naso

Visto dall’esterno, il lavoro di un cane molecolare sembra racchiuso tutto nel suo olfatto. Gli viene presentato un oggetto, abbassa il naso e comincia a seguire una direzione che soltanto lui riesce a percepire

Ma il naso, da solo, non basta. Servono una formazione lunga, la capacità di lavorare in città e in montagna, la disponibilità ad affrontare ore di viaggio, l’equilibrio fisico e mentale e un conduttore capace di ascoltare senza condizionare. La lunghina che li unisce è forse l’immagine più efficace di questo rapporto. Da una parte c’è il cane, che legge una traccia invisibile e prova a distinguerla tra migliaia di odori. Dall’altra c’è il cinofilo, che deve accompagnarlo senza indicargli una strada costruita dalle proprie convinzioni. In mezzo c’è un linguaggio condiviso, fatto di tensioni quasi impercettibili, cambiamenti di passo, posture, gesti, rituali e fiducia.

Il cane molecolare non sa chi stanno cercando le squadre. Non conosce il nome della persona, la sua storia o le ragioni per cui si è allontanata. Conosce però il suo odore. E, quando tutto funziona, è capace di seguirlo proprio là dove per l’uomo non sembra esserci più alcuna traccia.