Il Casino Toscano
Cozzo del Pellegrino
Serra Dolcedorme e Serra delle Ciavole dalla Manfriana
Luca Franzese
Luca Franzese è una guida ufficiale ed esclusiva del Parco del Pollino, una vera e propria oasi di tutela ambientale tra Calabria e Basilicata. La sua conoscenza del territorio è fatta di scarpe consumate sul terreno e un contatto quotidiano con i visitatori. Per questo motivo, riteniamo che la lettera inviata alla redazione rappresenti un punto di vista da tenere in debita considerazione. Che tipo di turismo è giusto che abbia accesso al parco, ma soprattutto, in che misura e con quali modalità?
PARCO NAZIONALE DEL POLLINO, ACCESSI E SOSTENIBILITÀ
di Luca Franzese
La fotografia di ogni domenica al Pollino. Centinaia di persone imboccano i sentieri del parco: una notizia bellissima, il segno di una montagna amata e finalmente conosciuta. Il punto è che quasi tutte partono dallo stesso luogo, Colle Impiso, ormai congestionato ben oltre la sua capacità. Auto parcheggiate un po' ovunque, sentieri presi d’assalto sulle stesse poche direttrici, un solo versante consumato in modo intensivo mentre il resto del parco resta silenzioso. Sarebbe però un errore leggere tutto questo come un problema di “troppa gente”. Non è così. Il vero nodo è opposto: le porte d’accesso al Pollino sono troppo poche, e proprio per questo vengono prese d’assalto. Quando esiste un solo imbuto, anche un flusso del tutto fisiologico diventa pressione insostenibile. La crescita escursionistica è una risorsa straordinaria; lo diventa un problema solo se la si costringe a passare sempre dalla stessa cruna.
Il Casino Toscano, una soglia dimenticata
Sotto la Grande Porta, a quota 1660, là dove la Calabria e la Basilicata si toccano e il Raganello è ancora un torrente giovane, c’è un edificio di pietra che oggi quasi nessuno raggiunge: il Casino Toscano. Non è un rudere qualsiasi. È un presidio, una soglia. Posto a guardia dell’antica via che saliva verso l’alta Valle del Raganello e il valico della Grande Porta — e quel nome, Grande Porta, non è stato scelto a caso —, il Casino Toscano è la testimonianza muta di un Pollino che è stato attraversato, lavorato e abitato molto prima di diventare meta di escursioni domenicali.
La montagna del lavoro
Per capirne il valore occorre fare un passo indietro, alla montagna del lavoro. D’estate, quando i pascoli alti si aprivano, i massari portavano le mandrie su per questi versanti, tra la Principessa e i Piani di Pollino, seguendo ritmi e percorsi che si ripetevano da generazioni. Il Casino Toscano era una stazione di quel mondo: un riparo, un punto d’appoggio, un nodo lungo una rete di sentieri pastorali che teneva insieme valle e crinale. La toponomastica, qui, non mente: la Grande Porta era davvero una porta, il passaggio obbligato verso l’alta montagna. Recuperare quel rifugio, allora, non è soltanto un’operazione di buon senso escursionistico: è restituire leggibilità a una storia, riannodare il filo tra la montagna che oggi camminiamo e quella che per secoli ha sfamato le comunità ai suoi piedi.
Una frana che ha tagliato fuori un territorio vivo
Quella stessa via, oggi, è interrotta. Dopo la Falconara una frana ha tagliato la strada, e con essa ha tagliato fuori un pezzo di territorio vivo. Perché il problema non riguarda solo gli escursionisti: riguarda, prima di tutto, gli allevatori e i contadini di San Lorenzo Bellizzi, Civita e in parte di Terranova di Pollino, che da quella strada raggiungevano le proprie masserie e i propri terreni a Bellizzi. Da quando la frana ha chiuso il passaggio, per arrivare ai loro fondi sono costretti a giri assurdi — da Civita verso Masseria Fracomano — o ad arrangiarsi su piste improvvisate, aperte alla meglio per aggirare la frana. È un costo quotidiano e soprattutto di scoraggiamento. Sono persone che hanno scelto, con sacrificio, di continuare ad abitare e lavorare la montagna. Ripristinare quella viabilità è anzitutto un atto dovuto verso di loro: investire in ciò che serve davvero al territorio e a chi lo presidia. Ed è bene ricordarlo, perché qualunque ragionamento sul turismo, qui, viene dopo: viene dopo le persone che la montagna la tengono in vita tutto l’anno.
Una porta orientale per il Parco
Ed è qui che il Casino Toscano torna al centro, ma in una veste precisa, che è bene chiarire per non essere fraintesi. L’idea non è asfaltare un’altra via per portare le automobili in quota. Tutt’altro. La strada della Falconara va messa in sicurezza e ripristinata fino a un punto di sosta ragionevole — penso la Masseria Rovitti —, che serva insieme agli agricoltori/allevatori e a chi vuole camminare. Da lì in poi si sale a piedi. Il Casino Toscano diventa così la porta orientale del Parco: un bivacco recuperato e reso sicuro, raggiungibile mezzoretta di cammino, da cui aprire gli itinerari verso le cime di Serra delle Ciavole e Serra di Crispo, oltre i duemila metri, e verso i Pini loricati del Giardino degli Dei. È una formula che tiene insieme due esigenze spesso presentate come opposte: si amplia l’accesso, ma lo si fa restando dentro la grammatica di un parco nazionale, dove l’impatto deve essere sempre misurato. Si lascia l’auto a valle, si entra nel cuore della montagna con il passo, non con il motore.
Diversificare e distribuire, non moltiplicare
Questa, del resto, è la chiave dell’intera questione: diversificare e distribuire, non moltiplicare. Il Casino Toscano non è l’unica porta dimenticata. Valle Piana sotto il Dolcedorme, Colle Marcione e Piano di Ratto per la Fagosa e la Manfriana, Piano di Novacco per i Monti d’Orsomarso — per citarne solo alcune — sono alternative incredibili e oggi di fatto turisticamente inaccessibili, ciascuna capace di aprire un pezzo diverso del Parco. Individuarle, valorizzarle, dotarle di segnaletica e di una rete sentieristica curata significa offrire ai visitatori più modi di conoscere il Pollino e, allo stesso tempo, alleggerire la pressione su Colle Impiso, restituendogli respiro. Distribuire i flussi sul territorio è l’unico modo per rendere davvero sostenibile — turisticamente e naturalisticamente — una frequentazione in crescita. Significa far vivere il Parco nella sua interezza, e non logorarne un solo versante.
Serve una governance condivisa
Perché questo non resti un auspicio, però, serve un metodo. L’Ente Parco con il suo Commissario Lirangi, anzitutto, deve farsi regista, così come ha iniziato a fare, di un percorso per fasi: il recupero del Casino Toscano come bivacco non gestito ma sicuro con la messa in sicurezza della strada della Falconara, l’allestimento della segnaletica e dei sentieri di collegamento. Il percorso è iniziato e già diversi incontri sono avvenuti, ma tutto questo non può essere un atto solitario: chiama in causa i Comuni, le sezioni CAI del territorio, le guide, gli allevatori e gli operatori locali, in una governance condivisa in cui ciascuno porti competenza e responsabilità. Quanto alle risorse esistono linee dedicate ai parchi nazionali, alle aree interne e alla viabilità rurale di servizio alle aziende agricole, credo che le Regioni Calabria e Basilicata debbano giocare necessariamente un ruolo primario e fondamentale.
Che futuro vogliamo per il Pollino?
Il Casino Toscano, in fondo, ci pone una domanda semplice. Vogliamo un Pollino conosciuto da un sola porta di ingresso, sempre più affollato e sempre più stanco, oppure un Parco con molte porte, ciascuna che si apre con il passo lento di chi sa dove sta entrando? La porta orientale è lì, sotto la Grande Porta, ad aspettare, come le altre che abbiamo citato. Riaprirle — con misura, restituendola prima a chi quella montagna la abita — non è soltanto recuperare una pietra antica. Il Parco del Pollino non è solo il Pino Loricato, ma è tanto altro! Tocca a noi scegliere che tipo di futuro vogliamo per la montagna più alta e grande del Sud.