© Della Bordella/Grasso/Mauri/Ducoli
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© Della Bordella/Grasso/Mauri/Ducoli
L'apertura di Rollercoaster sulla parete sud-est del K7 dice tanto già dal nome, che evidenzia una alternanza di emozioni in una salita che per le difficoltà tecniche e ambientali proposte ha chiesto il massimo ai quattro alpinisti della spedizione patrocinata dal CAI.
I numeri non possono raccontare tutto, anche se qualche indizio lo danno: 1600 metri per 30 tiri, M7, WI5+, A1. Una galoppata durata sei giorni, interrotta in cresta per le condizioni della neve incontrate. Ed è proprio da quel senso di precarietà costante che ha senso partire nella nostra intervista con Della Bordella, Mauri, Grasso e Ducoli, già felicemente rientrati al campo base.
È la montagna che decide
Quali condizioni ambientali avete trovato? Com'era la qualità della roccia?
Abbiamo affrontato una scalata di misto, su roccia sempre incrostata di neve, con alcuni tiri di puro ghiaccio, tra cui una goulotte perfettamente verticale di 50 metri, a 6400 metri di quota. In generale possiamo dire che la parete era estremamente sporca di neve.
La roccia era un ottimo granito, peccato averlo toccato più che altro con le picozze. Non ci sono state molte scariche per fortuna, perché la temperatura era piuttosto bassa.
La finestra meteo vi ha "costretto" a muovervi o c'era ancora margine per rimandare?
La finestra meteo era piuttosto lunga, circa otto giorni, con due giorni di tempo non perfetto in mezzo: un giorno abbiamo scalato sotto la neve. In generale non ci si può lamentare affatto di questi otto giorni...tuttavia il problema è che prima della finestra il tempo è stato brutto per più di una settimana e appena è arrivato il bel tempo c'erano almeno 50 centimetri di neve al suolo e la parete completamente incrostata...non ce lo aspettavamo!
La linea aperta era quella preventivata? Ci sono stati cambiamenti?
Il progetto era di aprire una nuova via sulla parete est del K7. In realtà, la corretta esposizione di questa parete sarebbe sud-est. Avevamo a disposizione una parete larga circa 3 chilometri e alta 2, vergine. La scelta della linea da salire era perciò estremamente ampia. La via più vicina alla nostra era quella aperta da Kennedy, Dempster e Novak sulla parete est e distava circa un chilometro dalla nostra. Abbiamo valutato diverse opzioni di linee da seguire e alla fine abbiamo scelto quella che presentava le condizioni migliori in quel momento.
Sei giorni in parete sono molti. Erano quelli che vi aspettavate? Come eravate equipaggiati?
Si, sono molti e molti di più di quelli che pensavamo. Tuttavia la scalata è stata più difficile del previsto e resa ancora più impegnativa dalle condizioni - tanta neve - che ci hanno reso più lenti del previsto. Per i bivacchi avevamo due tende ultraleggere, una portaledge gonfiabile (non comodissima) e una russian ammock, che permette di creare una piazzola per la tenda in una parete quasi verticale, con neve.
Senza sconti
Come vi siete alternati in apertura? Come avete gestito le protezioni?
Tutti abbiamo aperto alcune lunghezze della via, anche se Mirco e Giacomo hanno aperto le lunghezze chiave più difficili. Le protezioni erano talvolta molto precarie ci siamo trovati ad agganciare le picozze sulla roccia e usarle come cliff, staffandoci anche sopra. Le fessure erano tutte ghiacciate e i friend tenevano poco, abbiamo dovuto pulire molto e usare un po' di fantasia.
“Le protezioni erano talvolta molto precarie ci siamo trovati ad agganciare le picozze sulla roccia e usarle come cliff”
È stato difficile rinunciare alla vetta o non c'era margine per proseguire e la decisione è venuta quasi in automatico?
È stato molto difficile ma ci abbiamo provato fino all ultimo. Abbiamo davvero dato tutto e creduto fino in fondo di potere arrivare in cima, ma quando abbiamo visto che i rischi erano troppo alti e stavamo oltrepassando il limite, abbiamo capito che era ora di rinunciare. A Luca si è staccata un enorme cornice di neve davanti agli occhi. Sapevamo che lungo la cresta ce ne sarebbero state molto altre simili...
Come si è svolta la discesa?
La discesa si è svolta lungo la via di salita, attrezzando le calate: nella parte alta numerose su abalakov, poi tanti spuntoni e altre su chiodi e nut. Infine disarrampicando su tutta la prima parte, 700 metri circa di canali di neve a 50/60 gradi.
C'è stato un momento in parete in cui avete pensato di "girare i tacchi"?
Ci sono stati un sacco di momenti, praticamente ogni giorno, da cui il nome della via Rollercoaster, ottovolante. Quasi sempre le difficoltà ci sembravano insuperabili nelle condizioni incontrate sul momento. Ma poi, a poco a poco, abbiamo trovato la soluzione a tutto.
“Quasi sempre le difficoltà ci sembravano insuperabili nelle condizioni incontrate sul momento. Ma poi, a poco a poco, abbiamo trovato la soluzione a tutto”
Oltre l'immaginabile
Imprevisti?
Matteo: Quando ho visto la parete in quelle condizioni ho subito pensato "qui siamo nella me**a, questa parete è inscalabile. Troppo sporca, ci mettiamo nei casini".
Giacomo: I bivacchi erano allucinanti, a volte ci siamo trovati a scavare nel ghiaccio per più di tre ore per poter piazzare una scomoda tenda.
Mirco: Le condizioni della neve nella parte alta erano assurde, molto particolari, c'era neve fresca sopra ghiaccio vivo ed era tutto instabile.
Luca: Le cornici in cresta me le ricorderò a lungo, non mi sarei mai aspettato mi crollasse tutto davanti agli occhi.
“Le condizioni della neve nella parte alta erano assurde, c'era neve fresca sopra ghiaccio vivo ed era tutto instabile”. Mirco Grasso
Domanda a Luca: ti saresti mai immaginato due anni fa di poterti trovare a festeggiare una salita del genere? C'è qualcosa nell'esperienza con l'Eagle Team che nello specifico ti sei ritrovato come bagaglio acquisito?
Non mi sarei mai aspettato alcuni anni fa di intraprendere una spedizione simile e con dei compagni così forti e motivati, in un ambiente così severo. Indubbiamente il rapporto con Matteo è figlio dell'esperienza con l'Eagle Team e senza di essa non avrei affinato alcune competenze nella scalata artificiale e nella gestione di uscite di più giorni in ambiente.
Domanda a Giacomo: porti a casa una grande "prima" internazionale. Questa cosa ti ripaga per qualche spedizione non fortunata?
In tutti progetti degli ultimi anni la probabilità di successo è sempre stata bassa, ma ognuno di questi viaggi ne valeva la pena. Raggiungere la cima è la pacca sulla spalla che dice "avanti così". Ma la realtà è che per me l'importante e confrontarmi e provare a dare il massimo, se manca questo allora è un fallimento. In più il ognuno di questi viaggi non avrei mai scambiato la mia posizione, anche se mangiato dall'illusione di tentare, con altro. A ogni modo questi viaggi sono la cosa più bella della mia vita, per ora e non sentivo la pressione dell'ultima cartuccia, quindi ero qui per imparare e mettere in pratica quel che sapevo. Questo mi ha permesso di rilasciare un po' di pressione e aspettativa. Per quanto riguarda il K7, è quello che per me rappresenta l'andare in montagna più bello: montagne alte, isolate, ghiacciate e bellissime. Scalare e dare il massimo qui mi rende orgoglioso. È mancata la cima e un filo ci soffro, ma è comunque la cosa più difficile che abbia mai fatto e non posso che essere felice e prendermi questa "pacca sulla spalla".
"Il K7 per me rappresenta l'andare in montagna più bello: montagne alte, isolate, ghiacciate e bellissime. Scalare e dare il massimo qui mi rende orgoglioso". Giacomo Mauri
Domanda a Mirco: questa cordata era un mix tutto da sperimentare in una situazione così lunga e stressante. Dal punto di vista del morale chi era l'elemento più abile a sdrammatizzare?
Questa spedizione alla fine penso si sia rivelata per tutti abbastanza diversa da quello che ci aspettavamo: tutti pensavamo di scalare di più su roccia e probabilmente in generale di avere meno a che fare con la neve e con le brutte condizioni della parete. Non abbiamo mai indossato le scarpette da arrampicata (*!#@), la parete era sempre chiaramente fuori condizioni, spesso eravamo costretti ad aspettare fermi in tenda le giuste condizioni della neve e questo effettivamente ha portato al team un po' di stress.
Per come sono fatto, anche quando le cose vanno male tendo sempre ad auto convincermi che stia andando tutto bene, tirando fuori piccole cose positive o in generale tendo a pensare che tutto sia sempre possibile e di conseguenza tendo a trasferire queste mie sensazioni anche al resto del team.
Sono convinto che rimanere positivi sia sempre un bene, ma mi rendo conto che un eccesso di positività a volte potrebbe risultare pericoloso, quindi è bene che ci sia qualcuno che mi tenga imbrigliato. Sicuramente questo è stato il compromesso perfetto per tornare a casa ancora più amici di prima, con una nuova via pazzesca in tasca e soprattutto senza mai esporsi troppo a pericoli oggettivi.
Domanda a Matteo: nonostante la tua grandissima esperienza, c'è stato qualcosa che ti ha fatto dire "questo non lo avevo ancora visto"?
Si, non pensavo che una parete del genere fosse scalabile nelle condizioni in cui l'abbiamo trovata noi. Devo dire che il fatto di avere dei compagni cosi determinati, forti e positivi mi ha davvero sorpreso. Mi sono trovato davvero "trainato" dallo spirito e dalla forza dei miei compagni e li devo davvero ringraziare per questo. Dal punto di vista tecnico, superare certe difficoltà a una quota ben oltre i 6000 metri è stato anche per me qualcosa di nuovo.