La linea di Kairos © IG Simon Gietl
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Alcune linee vengono ripetute decine di volte ogni anno, altre se ne stanno lì sulle pareti, aspettando pazientemente il momento in cui verranno scalate. Kairos, la nuova linea aperta da Simon Gietl sulla parete ovest della Lavarela de Fora in Alta Badia, sembra appartenere alla seconda categoria. Una muraglia apparentemente impenetrabile, nascosta da un lungo avvicinamento, al momento opportuno è diventata terreno fertile per l'apertura di una via di 300 metri, salita dal basso in quattro giorni di lavoro in puro stile alpino, senza l'utilizzo del trapano. Nei primi due Gietl si è legato con Davide Prandini, nelle successive due giornate con Martin Niederkofler.
Abbiamo intervistato Simon Gietl, alpinista altoatesino conosciuto per numerose prime salite in stile pulito in Dolomiti e per spedizioni all'estero, per farci raccontare la storia della via, il significato del suo nome e il rapporto tra esplorazione, rischio e alpinismo.
Al momento opportuno
Da dove nasce la linea Kairos?
Un amico tempo fa mi disse che su quella parete isolata era nascosta una king line, una linea perfetta ma che secondo lui sarebbe stata impossibile da scalare senza spit. Quando ho visto le fotografie ho capito subito cosa intendesse e, allo stesso tempo, ho sentito il desiderio di scoprire se fosse davvero così.
Quando siamo arrivati sotto la parete sembrava una fortezza impenetrabile, ma la motivazione era incrollabile. Più volte ho dovuto spingermi al limite, sia dal punto di vista tecnico sia mentale. Festeggiavamo ogni tiro completato, ma sapevamo che il successo sarebbe arrivato solo una volta raggiunta la cima. Fino agli ultimi venti metri non eravamo affatto sicuri di riuscirci.
Perché avete scelto il nome Kairos?
Da molti anni osservavo questa parete dal fondovalle e pensavo che sarebbe stato bello aprire una nuova via, ma il lungo e complicato avvicinamento mi faceva sempre rimandare il progetto.
Quest'anno, dopo aver dovuto rinviare all'ultimo momento una spedizione, mi sono ritrovato con un sacco di energie da spendere e ho ripensato a quella montagna. Ho approfondito la possibilità e improvvisamente è stato tutto chiaro: era arrivata l'ora perfetta. Da qui il nome Kairos, che in greco indica appunto il momento opportuno, quello da non lasciar fuggire.
Puro stile alpino
Avete aperto la via dal basso e senza trapano. Quanto conta ancora questo stile? E come vivi il rapporto con il rischio?
Come per tutte le mie prime salite nelle Dolomiti, siamo partiti dal basso senza utilizzare il trapano. Per me è proprio questo l'aspetto più bello dell'apertura di una via. L'emozione più grande nasce dal non sapere se quello che stai tentando sia davvero possibile.
Ogni apertura diventa così un'avventura molto intensa, nella quale sei tu a decidere fin dove spingerti: nessuno sceglie al posto tuo se andare a sinistra, a destra o dritto.
Mi considero una persona molto prudente e rifletto sempre con attenzione su quello che faccio. Cerco di assumermi il minor rischio possibile, anche se eliminarlo del tutto è impossibile. Una cosa, però, è fondamentale: non voglio mai tradire la fiducia che il mio compagno ripone in me e faccio sempre tutto il possibile perché sia al sicuro.
Qual è stato il momento più difficile dell'apertura?
Il cuore della via è senza dubbio la sezione centrale. Lì siamo arrivati davvero vicini al nostro limite, sia per la difficoltà sia per l'esposizione.
Dopo diversi voli siamo riusciti a trovare la soluzione. Ci siamo sostenuti e motivati a vicenda e quando il terreno ha iniziato a diventare un po' più facile è stata una liberazione.
Dove si colloca Kairos nel tuo percorso alpinistico?
Ho avuto la fortuna di aprire molte vie meravigliose e per questo sono profondamente grato. È sempre un privilegio poter scalare in un luogo dove nessuno è mai passato prima.
Non mi piace confrontare le vie tra loro, perché ognuna è unica. Devo dire però che Kairos occupava un posto speciale nella mia vita già da molti anni, anche se non me ne ero mai accorto. D'ora in poi, ogni volta che guarderò quella parete, lo farò con un sorriso, ricordando questi giorni così intensi.
L'esplorazione dietro casa
Le Dolomiti sono tra le montagne più esplorate del mondo, eppure continuano a offrire possibilità. Che cosa possono ancora insegnare? Cosa significa esplorazione per te?
Da una parte sono montagne molto frequentate e facilmente accessibili, dall'altra conservano ancora angoli completamente selvaggi. Questa parete ne è la dimostrazione. A dire il vero mi sorprende che una linea del genere sia rimasta inviolata fino al 2026.
Per me non conta se una montagna è famosa oppure se l'avvicinamento è lungo e faticoso. Se vedo una linea che mi ispira, mi entusiasmo fin dal primo momento.
Hai già reso noto che il prossimo obiettivo è la salita in libera di Kairos. Credi che possa diventare una via molto ripetuta?
Il mio obiettivo principale adesso è salire la via in libera, possibilmente in giornata, e chiudere il cerchio. Riuscirci significherebbe moltissimo per me, anche se oggi la motivazione è soprattutto quella della sfida atletica.
Non credo che Kairos diventerà una via per il grande pubblico, viste la difficoltà e l'ingaggio, e questo lo sapevamo fin dall'inizio. Sono però certo che qualcuno andrà a ripeterla e non vedo l'ora di sentire le sue impressioni.
Cosa ti resta, oggi, di questa esperienza?
È un insieme di emozioni: sollievo, gioia, soddisfazione e una profonda gratitudine per questa salita. Ma soprattutto sono felice di poter condividere avventure come questa con amici così speciali, per me è questa la parte più importante e quella per cui mi sento di ringraziare ancora una volta.