'Bambi', la stagione dei cuccioli: impariamo a conoscerli meglio

Un po’ per simpatia, un po’ per innocente ignoranza, ma i piccoli degli Ungulati che abitano le terre alte vengono quasi sempre chiamati “Bambi”. Proviamo a identificarli davvero e a capire come osservarli senza turbare un delicato equilibrio

È una scena a cui in tanti abbiamo assistito. A volte addirittura ne siamo stati artefici o complici. È quella che mette faccia a faccia i bambini, noi adulti e un non ben noto rappresentante degli Ungulati che popolano le nostre montagne e i nostri boschi. “Guarda guarda, un Bambi!”, è questa la frase di rito che esce dalla bocca dei bipedi umani, grandi o piccoli che siano. Succede perché l’ormai leggendario personaggio dei cartoni animati incarna alla perfezione qualsiasi bestiola a quattro zampe del bosco, ma anche perché quasi mai gli accompagnatori sono in grado di sapere di cosa effettivamente si tratti. Camoscio e capriolo, due animali molto differenti tra loro ma perennemente confusi fra loro, forse per assonanza fonica. Ammettiamolo, c’è un’ignoranza di fondo che ci segue anche in montagna, quando abbiamo a che fare con il mondo animale. Il pensiero di fondo è che saperne di fauna selvatica non porta benefici concreti nella nostra vita, ecco quindi che raramente smuoveremo quella pigrizia di fondo che ci attanaglia nel dover aprire un buon libro e documentarci.

 

Un cartoon che ha fatto la storia

Bambi: un nome che ogni bambino conosce, uno dei personaggi più noti fra quelli che da decenni animano i film di quel genio che corrisponde (al presente, perché le sue opere sono immortali) al nome di Walt Disney. Nel suo film di animazione del 1942, diretto da David Hand, Bambi era un cervo dalla coda bianca (Odocoileus virginianus), mentre, nel romanzo originale del 1923 (Eine Lebensgeschichte aus dem Walde, letteralmente: "Bambi: Una vita nei boschi") dell’ungherese Felix Salten, era un capriolo. Vuoi vedere che manco Disney aveva le idee chiare? In realtà egli lo trasformò in un animale noto a tutti gli americani e, in effetti, tutti noi lo ricordiamo con le macchie bianche tipiche dei giovani cervi.

 

Vediamo se riusciamo a riconoscerli

Di chi parliamo? Cervo (europeo e sardo), daino, capriolo, camoscio (alpino e appenninico), stambecco e muflone: sono questi gli Ungulati appartenenti all’ordine degli Artiodattili (che hanno numero pari di dita su ogni arto) che scorazzano fra colline, montagne, boschi e praterie del Belpaese che non sempre vengono riconosciuti e identificati. Va sottolineato, per dovere di cronaca, che quando sono cuccioli non sempre è facile capire “di chi si tratta”, anche se l’ambiente di avvistamento ci può dare enormi indizi identificativi.

Sono due le famiglie. Cervi, daini e caprioli sono Cervidi e i maschi portano dei palchi (da non confondere con le corna) che cadono prima dell’inverno per ricrescere in primavera. Camosci, stambecchi e mufloni sono invece Bovidi e le loro sono “vere” corna ossee rivestite da un astuccio di cheratina.

Un cervo maschio adulto © Lorenzo Comunian

Quelli che possono creare più confusione sono senz’altro i Cervidi, in particolar modo se parliamo di femmine, individui immaturi e cuccioli. I maschi adulti sono decisamente più semplici da inquadrare, con i cervi che raggiungono dimensioni ragguardevoli (altezza al garrese anche di 150 cm, peso fino a 250 kg) e palchi articolati, i caprioli alti 75 cm al garrese, pesanti non più di 35 kg e dotati di palchi ridotti generalmente a 3 punte, e i daini che arrivano a 100 cm di altezza e 80 kg di peso e portano dei palchi larghi, a pala. Se vogliamo aggiungere indizi, utili se individuiamo a stento esemplari in movimento fra gli alberi, possiamo ricordare che i caprioli hanno una macchia bianca posteriore (definita specchio anale), mentre i daini hanno un manto più chiaro e maculato in estate. Anche l’ambiente fa la selezione, i daini infatti prediligono boschi di latifoglie evitando, ove possibile, ambienti più in quota dove permane la neve.

Le femmine di cervo, notevolmente più piccole del maschio, se scorte nella visuale mossa bosco potrebbero essere confuse con i caprioli, ma ricordiamoci che stanno in branco e non recano la macchia bianca posteriore. Le femmine del daino invece esibiscono un manto maculato, come quello dei maschi.

Le difficoltà maggiori vengono a galla quand’è da identificare i Bambi… ops, i cuccioli! Mettiamo subito le carte in chiaro, non è semplice riconoscerli, anche perché se ne stanno accovacciati e fermi nel caso in cui la mamma si allontani momentaneamente per cercare cibo. I cervi (cerbiatti, nome che in questo caso possiamo usare) generalmente, fin da piccoli, sono più robusti, seguiti in ordine dai daini e dai più esili caprioli. Hanno tutti un manto maculato, quello dei daini è già più chiaro, come poi negli adulti. Le macchie li aiutano nel mimetismo, l’arma principale che hanno per difendersi dai predatori.

Un giovane daino © Pixabay

I Bovidi presentano minori difficoltà di identificazione, essendo morfologicamente e cromaticamente piuttosto diversi l’uno dall’altro. I camosci sono inconfondibili, sia da adulti che da cuccioli, con la loro caratteristica mascherina facciale bianca e le corna a uncino. Stanno generalmente in alto, fra le rocce e le praterie, scendono nel bosco nella stagione invernale quando il cibo scarseggia. Gli stambecchi, usando un gergo poco scientifico ma pratico, assomigliano a delle grosse capre col manto grigio o marrone chiaro. Le grandi corna con anelli di crescita evidenti in questo caso fanno la differenza, rendendo tali simbolici abitanti degli ambienti rocciosi, praticamente inconfondibili. Infine i mufloni, reintrodotti in passato per scopi venatori in molte zone d’Italia, anche loro facilmente identificabili grazie alle corna che tendono a spiralizzarsi nel corso della crescita. I loro cuccioli assomigliano a degli agnellini.

Cucciolo di stambecco ancora privo di corna © Pixabay

 

Un “messaggio di salvezza”

Esiste un errore di base, piuttosto comune, che dobbiamo evitare se abbiamo a cura la sorte dei vari “Bambi” di cui abbiamo parlato. Un cucciolo solo, immobile sull’erba è una cosa normale, non lo dobbiamo salvare! Non dobbiamo fare nulla, se non allontanarci lentamente. La mamma non lo ha abbandonato, si è semplicemente allontanata alla ricerca di cibo o per spostare le attenzioni di eventuali predatori. Tornerà per allattarlo. Lui sa, per istinto innato, che dovrà stare immobile, confondendosi con le sterpaglie. L’evoluzione naturale lo ha dotato di un altro “mantello d’invisibilità”, quello che impedisce di stuzzicare il naso e l’appetito dei predatori: è inodore. Se lo tocchiamo la madre capterà il nostro odore e probabilmente lo abbandonerà.

Ecco quindi che un cucciolo va lasciato dov’è, va ignorato, va rispettato. Solo così lo salveremo per davvero.

Altre informazioni si possono trovare su https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/appunti-di-natura-la-stagione-delle-nascite/

Un cucciolo di camoscio si confonde nella vegetazione © Lorenzo Comunian