Scavando la truna sul Monte Thabor, 3.178 m, Francia © Terrealte_outdoor_experience
Salita Monte Thabor, 3.178 m, Francia © Terrealte_outdoor_experience
Trune sul Monte Thabor, 3.178 m, Francia © Terrealte_outdoor_experience
Notte in truna sul Monte Thabor, 3.178 m, Francia © Terrealte_outdoor_experience
Andrea Biassoni © Andrea BiassoniSpesso l’idea di avventura viene associata a mete lontane, itinerari complessi e scenari esotici. Eppure le Alpi continuano a offrire spazi autentici dove vivere esperienze intense riscoprendo un rapporto diretto con l’ambiente. È accaduto per esempio sul Mont Thabor, vetta di 3.178 metri al confine tra Italia e Francia, dove Andrea Biassoni ha organizzato una salita con bivacco in truna, un modo essenziale per vivere la montagna. Biassoni, Accompagnatore del Collegio Guide Alpine della Lombardia e fondatore di Terre Alte Outdoor Experience, ci racconta come cambiare prospettiva sia spesso l’unico passo necessario per riscoprire l’avventura vicino a casa.
Dipende da dove parti
Il Thabor si trova nelle Alpi Cozie, tra la Savoia francese e la zona di Bardonecchia (Valle Stretta), vicino al confine con l’Italia. L’idea, sulla carta, è semplice: salire questa montagna di oltre 3000 metri nel corso di un weekend primaverile. La presenza di neve, l’assenza di punti d’appoggio e lo sviluppo della salita rendono impossibile affrontarla in giornata, e tutto si trasforma in una piccola esperienza di autonomia con un bivacco in truna a 2500 metri. Scelte e competenze che riportano a una dimensione più essenziale e consapevole dell’andare in montagna.
In un’epoca in cui tutto sembra facilmente accessibile, complice la comunicazione social, riscoprire le montagne di casa come spazio di esplorazione rappresenta forse una delle sfide più interessanti. Non si tratta di cercare l’estremo, ma di ritrovare una dimensione più autentica dell’andar per monti.
Andrea, partiamo proprio dalla salita al Monte Thabor, in Francia nel weekend pasquale. È frutto di questo tipo di riflessione?
Sì, parliamo di una salita a oltre 3000 metri, con circa 40 km di sviluppo e quasi 2000 metri di dislivello, in condizioni ancora pienamente invernali e senza punti d’appoggio. Nulla di particolarmente spettacolare, ma abbiamo bivaccato in quota, costruendo una truna nella neve. E’ bastato a cambiare la prospettiva: non stai semplicemente andando da un punto A a un punto B, ma entri davvero nell’ambiente, ti adatti, lo vivi. La montagna, per le persone con cui eravamo, da ambiente attraversato è tornata ad essere luogo vissuto, dove c’è ancora spazio per un’avventura autentica.
Quanto conta oggi questo approccio, più esplorativo e meno “preconfezionato”?
Secondo noi è fondamentale, ma oggi poco diffuso. Sempre più spesso vediamo persone che cercano itinerari già definiti, chiedono tracce GPS pensando che bastino quelle. È cambiato proprio il modo di avvicinarsi alla montagna: una volta c’era più disponibilità ad accettare l’incertezza, e ricerca di competenza per affrontarla. Oggi il rischio è che si perda una parte importante dell’esperienza, quella legata alla capacità di leggere e comprendere l’ambiente.
“Le montagne che pensiamo di conoscere possono ancora sorprenderci. Perché l’avventura non è necessariamente altrove. Spesso è già lì. Basta accorgersene”. Andrea BIassoni
Qui entra in gioco anche la formazione.
Sì, ed è un aspetto centrale. Non solo dal punto di vista tecnico, ma proprio come costruzione di esperienza. Noi siamo cresciuti andando in montagna con il gruppo della sezione CAI più vicina o semplicemente con persone più esperte. C’era un percorso graduale: imparavi a orientarti, a muoverti, a gestire l’imprevisto. Era una vera gavetta. Oggi invece spesso si vuole accelerare: dopo poche uscite si punta già a obiettivi più impegnativi, tanto trovi l’itinerario e le foto sui social. Ma la montagna è un ambiente complesso, richiede tempo e attenzione. L’esperienza non si può comprimere.
Il periodo post-Covid ha contribuito a questo cambiamento?
Sì. Da un lato è stato molto positivo: tante persone, anche giovani, si sono avvicinate alla montagna. Dall’altro però si è vista una certa fretta di arrivare all’obiettivo. Spesso si guarda il risultato finale — la cima, il panorama, la foto — senza considerare davvero cosa serve per arrivarci. Manca, in alcuni casi, la percezione del percorso: fisico, tecnico ma anche mentale.
Il vostro lavoro si inserisce in questa direzione?
Direi di sì, anche se non in modo esplicitamente “didattico”. Siamo una società di guide alpine e accompagnatori, cerchiamo di proporre sempre un modo diverso di stare in montagna. Le nostre attività includono anche itinerari poco conosciuti, fuori dai percorsi più battuti. Non per forza difficili, ma che richiedono attenzione, capacità di osservazione, adattamento.L’idea è riportare al centro non solo la meta, ma il modo in cui ci si muove.
Anche a livello personale cercate ancora questa dimensione di scoperta?
Sì, è una parte fondamentale del nostro andar per monti. Anche se lavoriamo molto e il tempo è poco, la curiosità di esplorare resta. Non è l’unico modo di vivere la montagna, ovviamente. Ci sono tante modalità diverse, tutte legittime. Però per noi quella dimensione di ricerca — anche minima, anche vicino a casa — è ancora molto importante. Spesso basta uscire di poco dai percorsi più frequentati per ritrovarsi in un ambiente completamente diverso.
L'importanza dello sguardo “giusto”
Quindi l’avventura è più una questione di sguardo che di luogo?
Esattamente. Non è necessario cercare qualcosa di estremo o lontano. Anche una cima poco frequentata o un itinerario semplice, se affrontato con autonomia e consapevolezza, può diventare un’esperienza intensa. Il punto è uscire dalla logica del “consumo” della montagna e tornare a viverla come spazio da interpretare.
C’è anche un tema di sicurezza in tutto questo?
Sì, inevitabilmente. Esperienza e consapevolezza sono fondamentali. Affidarsi solo a strumenti come il GPS, senza avere basi di orientamento o senza conoscere l’ambiente, può essere limitante. Basta poco — un imprevisto, un cambiamento di condizioni — per trovarsi in difficoltà. Recuperare alcune competenze di base non è un ritorno al passato, ma una necessità.
La vostra “sede” è in Valsassina: un territorio con grande potenziale, ma ancora poco strutturato dal punto di vista turistico. Come lo vedete?
È un territorio che ha tantissimo, ma che fatica a esprimersi in modo coordinato. La montagna c’è, gli spazi anche, la vicinanza a Milano e al lago è un valore enorme. Quello che manca, spesso, è una visione condivisa. Le iniziative esistono, ma sono frammentate, poco collegate tra loro. E questo rende difficile per chi arriva orientarsi: se non conosci già il posto o qualcuno che ci lavora, non è così immediato capire cosa fare. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo provato anche a collaborare con alcuni comuni ed enti locali per proporre attività appetibili e accessibili, e la risposta è stata molto positiva.
Se dovessi sintetizzare la vostra visione?
Non si tratta di fare di più o di andare più lontano, ma di cambiare approccio. Rallentare, osservare, accettare una parte di incertezza. E riscoprire che anche le montagne che pensiamo di conoscere possono ancora sorprenderci. Perché, alla fine, l’avventura non è necessariamente altrove. Spesso è già lì. Basta accorgersene.