Valsavarenche e Parco, i residenti spiegano le ragioni di un malessere

L’ex sindaco Adriano Chabod “Siamo meno di cento residenti fissi, grazie alla raccolta firme se ne parla di nuovo”. Gli addetti ai lavori mettono in guardia sui rischi. Gavazza: "Diatriba storica, un insuccesso non trovare una soluzione". Bassano: "Valutare la compensazione"

 

Dopo la proposta avanzata dal Comune di Valsavarenche di arrivare a una modifica dei confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso e il dibattito che ha dato seguito alla pubblicazione della lettera inviataci da un lettore, abbiamo deciso di ascoltare direttamente chi vive e/o lavora in Valsavarenche, con l'obiettivo è capire qual è oggi il sentimento prevalente nella comunità. Dalle testimonianze dei cittadini che hanno scelto di raccontare la loro esperienza emerge un orientamento favorevole alla richiesta di ripristino dei confini, pur con sfumature e motivazioni diverse. Le più ricorrenti riguardano gli aspetti burocratici e, soprattutto, quelli edilizi, indicati da molti come il principale nodo della questione. Riportiamo di seguito alcuni dei contributi più rilevanti.

Le opinioni di popolazione e lavoratori della valle

Chi non ha a che fare con le esperienze edilizie non conosce bene la vicenda”, afferma Adriano Chabod, residente, per 15 anni sindaco di Valsavarenche tra gli anni Settanta e Novanta, raccontando delle denunce e delle problematiche avute in seguito all’istituzione dello speciale nulla osta del Parco: “Nel 2000 ho fatto richiesta per estendere una soletta a protezione della porta di una legnaia. Mi è stata approvata dal Comune e rifiutata dal Parco, quindi non l’ho potuta fare”, ricorda. Quando, in ambito edile, il giudizio dei due enti è difforme, a prevalere è quello dell’area protetta nonostante il piano regolatore comunale sia stato approvato anche dall’Ente Parco.

Il nostro piano regolatore, in ogni caso, è approvato dalla natura – aggiunge un altro cittadino –. Se costruisci un metro più a monte una valanga ti porta via tutto, se lo fai un metro a valle, lo fa la prossima piena del fiume”, rispondendo così alle critiche di chi vede nella proposta un possibile scivolo per future e impattanti opere edilizie. Preferisce rimanere anonimo “per evitare possibili ritorsioni”, afferma, a causa del clima che c’è in paese, e che per praticità chiameremo Jean. “Gli abitanti che hanno rimesso a posto le case prima, penso a una parente, hanno avuto discussioni col Parco. Oggi è difficile anche solo trovare qualcuno che abbia voglia di infilarsi in queste cose, è così piccola Valsavara che rischi di inimicarti chi vive lì tutto l’anno, i problemi riguardano i residenti”, afferma invece una commerciante, raggiunta telefonicamente, che non vive in valle ma ci lavora: “Durante una ristrutturazione il Comune non mi ha dato un’agibilità per un immobile, l’ho accettato malvolentieri, il Parco mi ha detto di conservare le caratteristiche delle case antiche di Valsavara e di non modificare quello che c’era già”.

Negli anni, ricorda l’ex primo cittadino Chabod, la popolazione residente della Valsavarenche è più che dimezzata, e oggi vivono stabilmente nel fondovalle meno di cento abitanti sui duecento circa censiti dal Comune. Tra loro, la raccolta firme promossa lo scorso anno da Claudio Vicari ha avuto un risultato quasi plebiscitario: “Siamo tra l’80% e il 90% di firmatari tra la popolazione residente”, confermano lo stesso assessore e l’attuale Presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Mauro Durbano, che ha espresso parole nette nei confronti dell’iniziativa, dichiarando che “il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito”. In passato, Durbano è divenuto popolare sulla stampa locale per una sua frase giudicata esemplificativa del mutato atteggiamento del Parco: “La tutela della biodiversità non si fa nei centri abitati”, da alcuni giudicata troppo semplicistica.

Il timore di una minore tutela della biodiversità

In realtà la mia frase era un po’ più articolata – aggiunge Durbano – ma talvolta è necessario anche fare una sintesi [ironizza, ndr]. Ciò che sostengo, è che la biodiversità non si tuteli chiedendo ai cittadini un’autorizzazione e una spesa in più per cambiare una ringhiera su un balcone del fondovalle e inchiodando le pratiche edilizie. Non si tratta di nuove costruzioni, ma di facilitare la vita a chi decise, coraggiosamente, di restare sul territorio”. 

Ma è proprio per alcune di queste persone che lavorano e/o vivono sul territorio che la tutela della biodiversità rimane una prerogativa, anche a scapito di possibili facilitazioni in altri ambiti come, ad esempio, quello delle costruzioni: “Per me che vivo e abito qui il Parco è una risorsa in fin dei conti, per quanto abbiamo avuto un passato di scontri […] io sono molto animalista”, racconta la titolare di un’attività gastronomica del fondovalle, che aggiunge: “Invece che avere a che fare con un solo ente qua abbiamo sempre avuto a che fare con due enti che magari non si trovavano d’accordo, per qualcuno può essere stato limitante, ma personalmente non ho mai avuto problemi”.

Una posizione condivisa anche dalla presidente dell’organo di Tutela Ambiente Montano del CAI, Mariagrazia Gavazza, che ritiene come un possibile arretramento dei confini delle aree protette nazionali, pur compensato da altri ingressi come nel caso del Gran Paradiso, sia “una sconfitta in un periodo critico per la biodiversità, con gli abitanti che dovrebbero osservare la presenza del Parco come un’opportunità accettando anche qualche limite”, ma anche un “insuccesso dovuto al fatto che, fino a oggi, i due enti non sono riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica. Il rischio – aggiunge – è che in un periodo in cui ci viene chiesto anche dall’Unione Europea di aumentare le aree tutelate, procedure come questa possano incentivare alcuni Comuni a procedere con la ridefinizione dei confini in altri Parchi Nazionali”.

“È un insuccesso che, fino a oggi, i due enti non siano riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica". Mariagrazia Gavazza

A conciliare le posizioni e i timori legati al possibile declino della biodiversità è Mauro Bassano, ex direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso e veterinario, nonché esperto delle aree naturali coinvolte nel dibattito: “Con l’approvazione della proposta il rischio principale è la possibilità di perdere continuità nel monitoraggio delle specie che attraversano il fondovalle, ma è un qualcosa che si può evitare con un accordo tra Parco e Regione”. Mentre, in merito alla minaccia paventata da alcuni ambientalisti di una rottura della continuità naturalistica degli habitat, afferma: “Se si andasse nella direzione di una compensazione dei territori rendendo il fondovalle zona attigua, in termini conservazionistici cambierebbe poco […] è una cosa da valutare con attenzione, confido che la regione abbia la dovuta sensibilità, ma dal punto di vista della protezione non sarei preoccupato”.

La doppia autorizzazione e il nodo dell’edilizia: un vincolo atavico

Ad ogni modo, la posizione preponderante tra i sostenitori della proposta, incluso Vicari, è che non si verificherebbe alcuno scempio alla natura che, anzi, è sempre stata tutelata dagli abitanti della valle: “Negli anni della cementificazione di Cervinia la Valsava non era Parco. Se avessimo voluto, avremmo potuto fare la stessa cosa, ma abbiamo conservato la valle anche senza supervisori”, afferma Jean, che aveva in precedenza illustrato la teoria del “Piano regolatore naturale” al quale è sottoposto la vallata, nel ribadire la sua contrarietà alle critiche relative a una possibile edificazione incontrollata nella valle. 

In linea con la posizione di Jean è un altro ex sindaco di Valsavarenche, Giuseppe Dupont, titolare di una storica attività ricettiva del fondovalle: “La notizia della richiesta non è niente di nuovo alla luce del sole, è ciò che la popolazione di Valsavarenche chiede da una vita. Ho fatto vent’anni il consigliere del Parco e per dieci anni il vicepresidente, non è questione di essere favorevoli o contrari. Semplicemente, una zona protetta antropizzata non sta in piedi”. Ma il nodo sottolineato da Jean non risiede esclusivamente nell’eventualità di un parere contrario del Parco rispetto a quello del Comune, ma anche nelle tempistiche delle risposte: “Ogni risposta del Parco richiede minimo 60 giorni, per poi sentirsi chiedere ancora un documento e attendere altri 60 giorni o vedere una proroga di 30 […] un’altra volta mia hanno dato pochi mesi di tempo, in pieno inverno e a duemila metri, per eseguire un lavoro al tetto con la neve, mi è sembrata una presa in giro”, sottolinea.

"Sarebbe meglio che per prevenire opere impattanti sugli ecosistemi le competenze rimanessero al Parco su tutto il territorio" Mauro Bassano

Una proposta conciliante, per contrari evitare in futuro questo tipo di inconvenienti nel caso in cui venisse approvata la ridefinizione dei confini e, di conseguenza, l’esclusione del centro abitato dal Parco, arriva da Bassano: “Sarebbe meglio, in generale, che per prevenire opere impattanti sugli ecosistemi le competenze rimanessero al Parco su tutto il territorio. In questo caso, però, è una possibilità che può venire mitigata o annullata da accordi chiari e preventivi […] le criticità emergono quando si interrompe il dialogo, poi c’è la questione generale dell’interazione politica che è sempre una variabile […] dipende tutto da come verranno redatti gli accordi con la Regione sui vincoli dell’area contigua […] in generale, avrei preferito la possibilità di una revisione del Piano del Parco più coraggiosa”, conclude l’ex direttore del Parco.