Virus zombie nel permafrost, l’esperto: “Il vero problema è il rilascio di metano e CO2”

Secondo Donato Giovannelli, professore ordinario di microbiologia presso l'università Federico II di Napoli, il rischio di risvegliare patogeni dormienti è estremamente ridotto, ma la liberazione di batteri che causano l’aumento di gas serra invece "non è solo possibile, è già in corso”. "Preoccupa di più il ruolo del carbonio".

 

Non sono i ‘virus zombie’ a dover far paura, ma il carbonio che il permafrost tiene prigioniero da millenni. È questa la posizione di Donato Giovannelli, professore ordinario di microbiologia presso l'università di Napoli Federico II e ricercatore associato al CNR, su uno dei temi più dibattuti quando si parla di permafrost. Il riscaldamento climatico, infatti, sta velocizzando il riscaldamento o il disgelo di terreni o rocce che, da definizione, presentano una temperatura minore o uguale a 0 °C per almeno due anni consecutivi, con o senza la presenza di ghiaccio. Ma, secondo il microbiologo specializzato in microbiologia degli ambienti estremi, il pericolo principale legato a questo tipo di scioglimenti non è la possibile diffusione di virus millenari, un’ipotesi recentemente trattata anche da Gianni Rezza, medico ed epidemiologo, ma le quantità di metano che i batteri presenti in queste zone possono rilasciare una volta scongelati.

Sul possibile avvento di patogeni dormienti, infatti, lo stesso Rezza, professore straordinario di igiene e sanità pubblica presso l'università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha mantenuto un margine di sicurezza, dichiarato ad Adnkronos che “dal punto di vista scientifico, però, non possiamo escludere del tutto che un virus ibernato possa in qualche misura tornare vitale, replicarsi, infettare animali o anche l'uomo. È una possibilità. Quanto probabile nessuno lo sa, allo stato attuale delle conoscenze”. Ben diversa, invece, è la probabilità che vengano rilasciate ingenti quantità di gas serra in atmosfera nel prossimo futuro, che Giovannelli stima in miliardi di tonnellate di carbonio: “Nel nostro ambiente l'Artico viene chiamato ‘Il gigante addormentato del carbonio’. I flussi di carbonio che abbiamo immesso in atmosfera come specie umana stanno accelerando lo scioglimento dei poli, i quali rilasceranno tantissimo carbonio in più a causa dei batteri”, afferma.

Un meccanismo semplice quanto pericoloso

Il parallelismo sul funzionamento di questo effetto a catena, spiega Giovannelli, è semplice quanto pericoloso: “Il tutto funziona un po' come un freezer. Se vai via per l'estate lasciando il cibo congelato nel freezer di casa, quando torni tutto il cibo è ancora congelato. Però, se il freezer si rompe e si scalda, oppure se manca la corrente, le temperature salgono. Cominciano a crescere batteri sul cibo congelato e quando torni a casa c'è un odore incredibilmente sgradevole. Ecco, quelli sono tutti i gas che i batteri hanno creato mangiando il cibo che prima era congelato. Avviene la stessa cosa col permafrost, con i suoli periglaciali: quando si scongelano, i batteri si svegliano e cominciano a mangiare tutto il carbonio che c'è, producendo tra i vari gas anche CO2 e metano, che sono gas serra”, descrive.

A dare la misura di questo problema sono i numeri. Nel permafrost artico sono intrappolati, secondo le stime di NOAA e della letteratura scientifica internazionale, circa 1500 miliardi di tonnellate di carbonio organico, quasi il doppio di quanto oggi presente nell'intera atmosfera terrestre, accumulato in migliaia di anni da piante e materia organica mai completamente decomposta. Un processo che, secondo diversi studi, una volta innescato su larga scala rischierebbe di proseguire da solo anche a fronte di una drastica riduzione delle emissioni prodotte dall'uomo. 

Due rischi che convivono, ma con probabilità diverse

Lo stesso Giovannelli, però, non minimizza l’ipotesi sollevata da Rezza e relativa alla possibile diffusione di nuovi patogeni: “Sono entrambi rischi da considerare. Quello del risveglio di virus zombie che scateneranno una nuova pandemia è possibile, ma molto poco probabile. Dall’altro lato, il risveglio di batteri che causano l’aumento di gas serra non è solo possibile ma probabile, ed è già in corso”, chiarisce il microbiologo. Una posizione condivisa anche da Rezza che, nell’intervista, non parla di un rischio quantificabile né immediato: “Non è ovviamente un allarme. Non possiamo dire: si scioglie il permafrost, allora l'umanità è in pericolo. Sarebbe irragionevole e irresponsabile. È un'ipotesi da studiare, ma che non è campata in aria”, ha affermato l’epidemiologo.

In merito al permafrost italiano, dal punto di vista epidemiologico, lo scenario è estremamente circoscritto: “Se proprio vogliamo cercare una probabilità, è che qualcuno impegnato nelle trincee della Prima guerra mondiale e venuto a contatto con la spagnola sia morto e rimasto congelato. Non penso, però, che nelle nostre zone ci fossero focolai poi rimasti intrappolati nel ghiaccio”, afferma Giovannelli, sottolineando come il caso di antrace legato allo scongelamento di una renna in Siberia sia ben diverso: “In quel caso qualcuno ha interagito con la carcassa, sepolta dopo che in quella zona si era verificata proprio un’epidemia di antrace, andando a toccarla. Non ci sono notizie di casi frequenti di questo tipo, è tutto molto più teorico che altro”, rassicura il microbiologo. 

Anche nel caso di soldati o animali colpiti da spagnola e rimasti sepolti nei ghiacciai italiani, infatti, Giovannelli sottolinea come occorrerebbe entrare in contatto esattamente con il corpo di un militare o di una persona morta di spagnola e rimasta congelata fino ad oggi: “In questo caso il rischio è concreto, ma estremamente limitato allo scongelamento di persone o animali che hanno avuto proprio questo tipo di infezione. Quando si parla di risveglio di virus o batteri in zone colpite da scongelamento del permafrost a causa del cambiamento climatico, invece, c’è la percezione che in ogni metro quadro di suolo si possano annidare patogeni pericolosi. Ma ciò che ci dovrebbe terrorizzare è la quantità di CO2 e metano che i batteri dormienti rilasciano […] dato che il cambiamento climatico sta già facendo disastri sulle nostre Alpi”, conclude.