Appennini, il riscaldamento climatico non basta a innalzare la quota del bosco

Secondo un recente studio, in Italia centrale il limite degli alberi risente ancora di una lunga storia di pascolo e disboscamento. Solo il 42% delle foreste ha effettivamente raggiunto una quota più elevata e in un caso su quattro il trend è contrario

 

Chi frequenta la montagna è abituato a riconoscere una soglia ben precisa. Salendo lungo un sentiero, infatti, arriva un punto in cui gli alberi si diradano e, lentamente, scompaiono, lasciando spazio a praterie d’alta quota, rocce sempre più affilate o ai ben noti ghiaioni dolomitici. È il limite del bosco, una delle frontiere ecologiche più evidenti del paesaggio montano che, per decenni, è stato associato soprattutto a un fattore climatico: più fa caldo, più gli alberi salgono di quota.

Eppure, due studi recentemente condotti – uno condotto su scala globale e l’altro dedicato agli Appennini italiani – raccontano una storia decisamente più complessa, fatta di un delicato intreccio tra clima e storia culturale delle montagne italiane. Su molti rilievi nel mondo, ad ogni modo, il bosco sta effettivamente salendo, anche se molto più lentamente di quanto ci si aspetterebbe, mentre in Italia la posizione della linea degli alberi continua a riflettere non soltanto il clima, ma anche l’eredità di secoli di attività condotte dalla popolazione.

Una frontiera che si muove lentamente

Anche se la linea degli alberi viene considerata uno degli indicatori più sensibili del cambiamento climatico, uno studio recentemente pubblicato sull’International Journal of Applied Earth Observation and Geoinformation ha dimostrato come, effettivamente, ci sia una correlazione tra i due fenomeni, ma anche come questa sia insufficiente a spiegare da sola la quota a partire dalla quale gli alberi iniziano a diradarsi. Secondo la ricerca, condotta su oltre 8mila dati satellitari globali ad alta risoluzione, nonostante il costante aumento delle temperature tra il 2000 e il 2020 solo il 42% dei limiti forestali ha effettivamente raggiunto una quota più elevata, mentre il 34% è rimasto stabile e il rimanente 25% è addirittura sceso. 

Un fenomeno che appare particolarmente evidente nelle Alpi europee, dove la risposta della foresta al riscaldamento climatico risulta tra le più lente osservate a livello globale. Nonostante l’innalzamento termico registrato negli ultimi decenni, infatti, la risalita del limite del bosco lungo i pendii delle Alpi centrali è avvenuto con estrema lentezza, con una velocità di soli 0,02 metri di quota l’anno. Una discrepanza dovuta, secondo gli autori, a un “disturbo antropico storico e intenso e ai suoi effetti duraturi sulla dinamica forestale”. Le Alpi, infatti, mostrano i livelli più alti di interferenza umana tra le 14 catene montuose analizzate, che compensano così il previsto spostamento verso l’alto delle linee degli alberi dovuto al surriscaldamento climatico

Per comprendere questa correlazione, dunque, gli studiosi invitano a guardare oltre il clima e a includere nell’equazione anche pascolo, incendi, taglio del bosco e sviluppo di infrastrutture. Eventi come questi, alcuni dei quali catastrofici, influenzano la distribuzione delle foreste anche a distanza di secoli o decenni, lasciando al clima la possibilità di stabilire fin dove gli alberi potrebbero arrivare, ma influenzando in modo netto la quota alla quale gli alberi si stabilizzano effettivamente. L’espansione di una foresta, sottolineano i curatori della ricerca, dipende anche da fattori come la disponibilità di semi, le caratteristiche chimico-fisiche dei suoli e l’assenza di nuovi disturbi, con la linea degli alberi che rappresenta così un vero e proprio “archivio ecologico del territorio” o, addirittura, del versante.

Il paradosso degli Appennini

E se, nelle Alpi europee, l’influenza della storia umana emerge osservando il rallentamento della risalita del bosco, negli Appennini questa eredità diventa ancora più evidente. Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Ecology and Evolution ha ottenuto un risultato che, a prima vista, sembra contraddire le stesse regole climatiche che governano il limite degli alberi. Gli autori della ricerca, infatti, non hanno confrontato l’andamento di una singola linea di alberi nel tempo, ma hanno paragonato le quote degli alberi presenti sui versanti di 302 cime degli Appennini e di 294 cime delle Alpi meridionali della Nuova Zelanda: “Pur avendo seguito traiettorie biogeografiche simili – affermano i curatori del paper – le due catene montuose presentano una profonda differenza nella loro storia di utilizzo da parte dell’uomo”. 

Il confronto con la Nuova Zelanda

In Nuova Zelanda, dove l’impatto antropico è stato decisamente più limitato nei secoli rispetto agli appennini, il faggio australe (Nothofagus) raggiunge quote più elevate sui versanti rivolti verso l’equatore, quindi più caldi, proprio come previsto dai modelli climatici. Negli Appennini, invece, accade esattamente l’opposto, con gli alberi di faggio (Fagus sylvatica) che raggiungono quote maggiori sui versanti settentrionali, più freddi e aspri, e non su quelli storicamente più sfruttati dall’uomo, che presentano invece limiti forestali più bassi. Una convergenza di dati che, secondo gli autori, supporta la teoria secondo la quale a influenzare la quota raggiunta dagli alberi non è solo l’innalzamento delle temperature. A guidare questo cambiamento, che nel caso delle Alpi potrebbe addirittura venire definito un assestamento, sarebbe infatti un complesso intreccio di fattori topoclimatici, cioè il clima di un ambiente molto specifico come, ad esempio, uno specifico versante montano, e di lasciti secolari delle attività umane come pascolo, incendi e disboscamento.

Sia negli Appennini sia nelle Alpi meridionali della Nuova Zelanda, infatti, i faggi che popolano il limite del bosco affrontano temperature annue molto simili, confermando così l’esistenza di una soglia climatica comune alla crescita degli alberi in quota. Le differenze emergono, però, osservando le temperature estive, con il 95% delle linee degli alberi neozelandesi situate in zone in cui il mese più caldo tocca temperature tra i 9,7 e 13,2 °C. Negli Appennini, invece, la stessa percentuale di linee ricade in zone in cui il mese più caldo registra temperature tra 13,1 e 16,8 °C. Il limite del bosco appenninico, dunque, si troverebbe oggi in condizioni climatiche molto più calde rispetto a quelle che ne limiterebbero l’espansione, rafforzano ancora una volta la teoria secondo la quale il bosco sarebbe stato spinto – nei decenni – centinaia di metri più in basso rispetto al suo potenziale climatico.