Scorcio del famoso lago di Braies, si notano le barche a remi utilizzate da Terence Hill nella serie © Adrianstanica.ro, wikicommons
Terence Hill nei panni di Pietro Thiene, l'ispettore superiore forestale protagonista delle prime tre stagioni della serie televisiva © 2015 Michael 2015, wikicommons
Angelo Schena, ex presidente della Cineteca CAI ed ex componente del Comitato direttivo centrale CAI © Angelo Schena
Antonio Massena, presidente della Commissione centrale cultura del CAI © Antonio Massena
Il lago di Mosigo, dove sono state realizzate le ultime tre stagioni della serie, in Veneto © Manuelfavaro02, wikicommons
Quando le cineprese vengono spente e gli attori abbandonano il set, a concludersi è unicamente la prima delle innumerevoli fasi che danno vita a un film o a una serie tv. Il girato viene archiviato, i luoghi delle riprese sgomberati e il filmato viene montato e postprodotto. Iniziano poi il tam-tam pubblicitario e la messa in onda e, se la serie ha successo, è il turno degli spettatori, che si affezionano al luogo delle riprese e decidono di andare a visitarlo. Da mete cinematografiche a luoghi presi d’assalto, però, il passo può essere breve. Antonio Massena, presidente della Commissione centrale cultura del CAI, ha definito “un impatto violento, con un numero esagerato di persone” quello vissuto dal Lago di Braies dopo essere diventato celebre grazie alla fiction Rai Un passo dal cielo, oggi cancellata, segnando un prima e un dopo nella frequentazione dei territori toccati dalle riprese.
“Al di là della professionalità delle riprese – afferma Massena – il problema è l’immagine della montagna che ne è uscita. Una visione edulcorata, in cui la montagna diventa soprattutto un’immagine straordinaria. Chi ha seguito la serie è finito inevitabilmente per innamorarsi di quei paesaggi, soprattutto coloro che non avevano mai visto alcuni di questi luoghi”. A mancare, secondo il giornalista e direttore artistico, è stato il racconto di ciò che quei luoghi reputa rappresentino davvero: “Non c’è stata narrazione dei bisogni della montagna o dei problemi legati alla tutela dell’ambiente, al rispetto della fauna o alla gestione del territorio”, sostiene. E non è un caso che il lago di Braies, dopo le prime stagioni della serie, abbia velocemente conseguito il triste primato di simbolo dell’overtourism alpino.
Il cinema come “strumento poderoso”
Quel che è certo è che la spettacolarità delle immagini legate alla montagna, accentuate dalla trasformazione del fotogramma in movimento, rendono ancora oggi il cinema uno “strumento di comunicazione veramente poderoso”, afferma Angelo Schena. Secondo l’ex presidente della Cineteca CAI ed ex componente del Comitato direttivo centrale CAI, infatti, il cinema è in grado di mostrare a chiunque, veri appassionati di montagna e non, luoghi mai visti prima. Un filone narrativo nato molti anni fa con le prime riprese di arrampicate, traversate di ghiacciai inesplorati o spedizioni, che si è recentemente innovato a cavallo tra fiction e documentari lungo tutto l’arco alpino: “Quel che è certo è che Un passo dal cielo è stato indubbiamente un gran successo, con 8 stagioni e un numero di episodi straordinario, quasi cento, raggiungendo 4 milioni di spettatori a puntata e uno share del 23%”, aggiunge Massena.
“Sono numero importanti che, al di là della professionalità con cui sono state condotte le riprese, hanno però un rovescio di medaglia – prosegue –. La montagna è stata usata soprattutto come sfondo di grande impatto visivo per raccontare una storia che, probabilmente, avrebbe potuto svolgersi anche altrove”. Una cornice che, racconta Schena, torna spesso nella cinematografia d’alta quota, anche in altri tipi di pellicole: “Film di spedizione al K2 o all’Everest sono abbastanza ripetitivi. Si ha sempre l’arrivo al campo base, le tende, il vento e il freddo. Più belli sono quei film che ti raccontano una storia legata alla montagna e attraverso quella riescono a emozionarti, magari proprio con la montagna vista dalle persone che vivono le terre alte”, afferma, sottolineando come un altro filone cinematografico che sta prendendo sempre più piede sia quello relativo alle misure di sicurezza e prevenzione in ambiente montano, recentemente anche in Appennino.
Cosa resta alle Dolomiti dopo Un passo dal cielo
Nei luoghi toccati dalla serie tv, inoltre, il boom di presenze non è mai stato costante lungo l'arco dell'anno, ma ha portato a "un sovraccarico limitato nel tempo. La maggior parte delle persone che hanno frequentato questi luoghi lo hanno fatto mordi e fuggi – afferma Massena –. E lo hanno fatto anche limitatamente ad alcune stagioni, perché a Braies, a ottobre o novembre, non c’è quasi nessuno”. Per questo, secondo il presidente della Commissione centrale cultura del CAI, il vero lavoro comincia proprio ora che le telecamere se ne sono andate: "Bisognerebbe favorire una conoscenza della montagna dal punto di vista turistico ed escursionistico in grado di soddisfare i 365 giorni dell'anno, durante tutte le stagioni, non solo quelle di forza", spiega Massena, che indica nelle amministrazioni comunali e nei cittadini stessi i soggetti chiamati a raccogliere l'eredità della produzione.
"Oggi sono solo due le stagioni di punta, con l’estate che è diventata la stagione del turismo e dell’escursionismo – prosegue –. E non parlo dell’alpinismo, ma del turismo di massa, della trasmigrazione dal mare alla montagna avvenuta grazie a questa e ad altre serie tv. Chi amministra quei territori dovrebbe fare da volano per l'utilizzo delle positività che queste produzioni hanno sviluppato nel collettivo, per far emergere quello che con la fiction non si è visto. Penso a un bosco secolare, la fauna che lo popola o la storia di un lago”, aggiunge, rimarcando la necessità di integrare la narrazione audiovisiva con tutto ciò che la macchina da presa ha lasciato fuori campo.
Per ottenere questo tipo di risultato, sottolinea Massena, occorrerebbe sovrappore uno strato di fiction sopra a uno di narrazione della montagna più autentica e non secondaria. Uno sforzo duplice, che dovrebbe essere compiuto dagli sceneggiatori e da chi, dopo la fine delle riprese, fruisce della realizzazione della fiction: “Lo sceneggiatore, così facendo, restituisce una storia più vera e legata alle radici di quel luogo, facendo capire ai turisti che la montagna non è solo Braies. Poi, il compito di chi raccoglie l’eredità della serie è far capire che la montagna è tanto altro dal punto di vista di tradizioni, memoria e ambiente”, suggerisce.
Il nodo dello stop alle riprese
Oltre al nodo relativo alle conseguenze, positive e negative, della serie tv, la voce che si è levata dai territori dopo lo stop alle riprese per mancanza di fondi è stata prevalentemente di dispiacere. A fare chiarezza sul mancato avvio delle registrazioni per la nona stagione è la Veneto Film Commission: "La Regione, a cui fa capo il bando di finanziamento, non ha mai erogato contributi per Un passo dal cielo perché non è mai stata fatta domanda, poiché per motivi burocratici non sarebbe stato possibile". Il sostegno della Regione, chiariscono, si è limitato al piano logistico e produttivo, con la mancanza di fondi “che va ben al di là dei fondi regionali […] se è stata fatta questa scelta, vuol dire che strategicamente, per la Rai, non è più un prodotto che conviene”, spiegano dagli uffici.
Resta però aperta la porta per un'eventuale collaborazione futura, “come con chiunque abbia lavorato in Veneto lasciando solo buone impressioni”, affermano, data la collaborazione, quella con Lux Vide, priva di problematiche di sorta durante le stagioni girate in Cadore. La casa cinematografica, contattata, non ha rilasciato dichiarazioni. Ma che si tratti di Un passo dal cielo o di una nuova produzione, il nodo resta lo stesso indicato da Massena e Schena, cioè usare la macchina da presa non per raccontare unicamente l'immagine della montagna, ma per iniziare a restituire allo spettatore anche ciò che va oltre la scenografia.