Indicazioni percorso di Google Maps © Giulia Zaccardelli
Check point in Afghanistan © Archivio Claudio Piani
In partenza dal Duomo di Milano © Archivio Claudio Piani
A Istanbul, Turchia © Archivio Claudio Piani
In Iran © Archivio Claudio Piani
Al campo base dell'Everest © Archivio Claudio Piani
Sull'Everest © Archivio Claudio Piani
In Afghanistan, con un benzinaio che l'ha ospitato per la notte alla sua pompa di benzina © Archivio Claudio PianiSe proviamo a chiedere a Google Maps le indicazioni per raggiungere a piedi, o in macchina, il campo base dell'Everest, a partire da piazza Duomo a Milano, non si ottiene nessun risultato. “Spiacenti, non siamo riusciti a calcolare le indicazioni per il percorso”. Forse perché non c'è una strada sola, o perché è una distanza inimmaginabile anche per le mappe di Google. E allora bisogna rivolgersi direttamente a chi ha fatto questo viaggio. In questo caso, a Claudio Piani, classe 1987, originario di Quarto Oggiaro, nella periferia nord di Milano, che il 19 febbraio 2024 è partito dalla sua città ed ha raggiunto le pendici dell'Himalaya in bici. Un viaggio durato 227 giorni, lungo circa 10.500 km attraverso i Balcani, la Turchia, l'Armenia, l'Iran, l'Afghanistan, il Pakistan, l'India e il Nepal.
Non è il primo viaggio di Claudio che, dal 2014, ha iniziato a girare il mondo in bici, a piedi, con i treni, facendo l'autostop. E non è neanche la prima volta che raggiunge l'Asia, ogni volta passando per una strada diversa.
Un sogno coltivato con cura
Come nasce l'idea di fare questo viaggio?
Era un sogno perché nei 10 anni precedenti avevo attraversato l'Asia via terra già tre volte: ho fatto la Transiberiana con i mezzi pubblici; la via della Seta meridionale in autostop e quella settentrionale in bici. Le tre vie che collegano l'Europa all'estremo oriente. E volevo fare questa quarta via passando per il sud, da Afghanistan e Pakistan e poi arrivare alle pendici dell'Himalaya. Da anni ormai viaggio in bici, mi rende totalmente autonomo, posso viaggiare dove e come voglio. E quindi ho pensato di fare da casa mia al campo base tutto con le mie gambe.
Hai una passione per l'Asia?
La prima via l'ho fatta nel 2014. Dopo aver viaggiato tanto in Europa e Nord America, volevo vedere un mondo diverso da me, senza globalizzazione, niente Coca Cola e Cristiano Ronaldo. Sono andato in Asia e ho trovato una cultura e una vita diversa dalla nostra, intere province che non hanno avuto contatti con l'occidente, e mi sono innamorato, ed è uno dei motivi per cui ci torno spesso.
Come ti sei preparato prima di partire per questo viaggio?
L'unica cosa che preparo sono i visti, anche perché in Asia servono per entrare in quasi tutti i paesi. Capisco se posso prenderli in frontiera, su internet o in ambasciata. E in base alla durata del permesso organizzo il viaggio. Ad esempio quello iraniano dura due mesi, quello afgano uno. Studio un po' il regolamento del gioco e poi gioco, tranquillamente.
“Come mi organizzo? Studio un po' il regolamento del gioco e poi gioco, tranquillamente”.
E quanto ci hai messo a studiare il regolamento del gioco stavolta?
Ho deciso di partire attorno al 10 gennaio e poi l'avventura è iniziata il 19 febbraio. Sono andato nella biblioteca del mio quartiere, ho guardato la cartina, preso due o tre numeri di telefono e poi mi sono fatto l'itinerario sul mio diario. Poi ho guardato il clima: sapevo che non potevo andare nella penisola araba d'estate perché fa caldissimo e che dovevo arrivare in Nepal a ottobre/novembre, altrimenti avrebbe fatto troppo freddo. In base a questi punti ho costruito il viaggio. Mettici pure che con la bici o a piedi sei talmente in balia del clima, degli incontri, di eventuali malanni o incidenti, che non posso organizzare già prima dove dormirò tutte le sere. Lo capisco giorno per giorno. Mi aiuta molto anche la mia esperienza in questo tipo di viaggi.
La quarta Via
Perché hai scelto come meta proprio il campo base dell'Everest?
L'obiettivo non era la meta, ma il percorso, la quarta via per l'Oriente. L'Everest mi è venuto in mente sia per avere un finale avventuroso sia perché avevo sempre desiderato vederlo e le altre volte che mi ci sono avvicinato, non ci sono mai riuscito. Molti mi hanno chiesto perché non sono andato in cima, ma penso che nel turismo ognuno deve fare ciò che riesce. Non sarebbe stato etico che qualcuno mi portasse ossigeno, viveri, tenda, mi mettesse le corde, e questo solo per togliermi uno sfizio. Sono contrario a questo turismo di massa di montagna. Quindi sono arrivato dove riuscivo con le mie gambe.
Non sarebbe stato etico che qualcuno mi portasse ossigeno, viveri, tenda, mi mettesse le corde, e questo solo per togliermi uno sfizio. Sono arrivato dove riuscivo con le mie gambe.
Hai fatto questo viaggio in bici anche per questioni di sostenibilità ambientale?
Non ho iniziato a viaggiare in bici o a piedi con questo fine, poi negli anni mi sono interessato all'argomento. Preferisco inquinare il meno possibile. Penso che sia bello prendere un aereo per fare un weekend a Parigi o per andare a trovare lo zio a Catania, meno bello prenderlo solo perché un volo costa poco e visitare un posto verso il quale non si ha interesse. Credo che questo tipo di turismo così di basso costo, scellerato, inquini e crei problemi. E quindi viva la bici, viva i viaggi dietro casa, viva le montagne che abbiamo!
Evviva! Quindi partiamo dalla tappa finale del tuo viaggio in bici: l'Everest.
Quando sono arrivato alle pendici dell'Everest, ho lasciato la bici in una guest house dove ho pagato una piccola somma giornaliera per il deposito e ho proseguito a piedi per gli ultimi 160 km con sacco a pelo, vestiti e ramponcini.
Ti è dispiaciuto non tentare di portare la bici fino al campo base?
No, sarebbe stato uno sfizio molto egoista e presuntuoso tipico occidentale. Penso che bisogna viaggiare in punta di piedi, rompere le scatole e intaccare il meno possibile quello che si incontra. Lì ci sono persone che vivono in condizioni faticose e farmi vedere metà del tempo con la bici in spalla mentre c'è gente che trasporta i vivere per tutta la famiglia mi sembrava irrispettoso. Sta diventando un casino lassù.
“Lì ci sono persone che vivono in condizioni faticose e farmi vedere metà del tempo con la bici in spalla mentre c'è gente che trasporta i vivere per tutta la famiglia mi sembrava irrispettoso”.
Hai messo in conto che poteva accaderti qualcosa di grave?
Con un viaggio del genere certo, so che posso farmi male, anche che posso morire. Può succedere ovunque; in Iran, dove potevo schiacciarmi un dito perché lì guidano come pazzi, poteva succedere con i talebani, oppure in Nepal. Tutto è pericoloso, però bisogna anche saper fare le cose. Per esempio fino al campo base dell'Everest, a meno che non fai grandi stupidaggini, non rischi la vita e non metti in pericolo nessuno. Poi possono esserci degli imprevisti, ma appunto è imprevedibile. Bisogna andare avanti ma fermarsi e dire di no quando non ci si sente sicuri. Con la natura sai com'è, si è sempre un po' ospiti.
Tutto è pericoloso, però bisogna anche saper fare le cose. Con la natura sai com'è, si è sempre un po' ospiti.
Quanto c'hai messo a piedi a fare i 160 km finali?
Dovrei riguardare, ma secondo me in totale ci avrò messo una ventina di giorni. Non avevo fretta, mi sono goduto il percorso.
Cultura locale e globalizzazione
Dove andavi quando finivi il tuo percorso giornaliero?
Nei villaggi dei nepalesi, poi dipende dalle strutture che trovi, ma ormai l'Everest è abbastanza battuto, purtroppo. Da mangiare trovi sempre il dahl, che è il loro piatto tipico. Ma in certi punti c'è anche il messicano, e questo è lo scandalo del turismo occidentale.
Ti capivi con le persone del luogo?
Sì, con molti nepalesi abbiamo avuto belle conversazioni, soprattutto in zone dove non ci sono turisti. Abbiamo parlato di cultura, religione, montagna, mi chiedo sempre loro come ci vedono. Loro hanno questa tranquillità e pudore asiatico. Uno sherpa mi raccontava che un occidentale non voleva pagare una coca cola 3 dollari ma ovviamente più vai su più è difficile portare le cose, quindi è logico che tutto costi di più. La coca cola che è lì la porta uno yak o una persona in spalla.
La tua esperienza in Nepal è stata diversa dalle altre volte?
Stavolta ho scoperto che è molto meno spirituale di quanto crediamo. Ho visto nepalesi fare i loro riti ma poi, andando a scavare e a chiedere cosa ci fosse dietro, nessuno mi sapeva rispondere. Ho percepito molta sacralità in termini di scaramanzia. È stato insegnato loro che si fa così e loro continuano a farlo.
Che altre montagne hai attraversato durante tutto il viaggio?
Himalaya, Karakorum, Hindu Kush, Alpi Carniche, Nanga Parbat, monte Ararat, qualche altra catena montuosa tra Turchia e Afghanistan ma non significative, non mi ricordo neanche il nome. Hindu Kush e Karakorum erano in Pakistan e poiché lì avevo il visto di un solo mese, non avevo tempo per attraversarle in bici, quindi l'ho lasciata a Islamabad, ho affittato una moto e le ho attraversate così. È stato bellissimo, ci ho messo 15 giorni.
Che bici hai usato per il viaggio?
Una bici che ho comprato quando vivevo in Cina nel 2018. Con questa ho viaggiato anche dal Tibet a Milano, e da Milano a Lisbona. L'avrò pagata 200€ e ci ho fatto 25/30.000 km. Si chiama Wencheng, come una principessa cinese che nel Medioevo asiatico ha sposato un re tibetano. Questo perché il mio primo viaggio dal Tibet a Milano è stato accompagnato da una raccolta fondi per bambini tibetani rifugiati in Nepal. Quindi volevo che la mia bici fosse legata a quel viaggio, a quella raccolta fondi e ad un messaggio di pace: che in passato Tibet e Cina erano amici.
"La mia bici si chiama Wencheng, come una principessa cinese che nel Medioevo asiatico ha sposato un re tibetano"
Che bagaglio avevi?
Sulla bici avevo due borse con cibo, fornelletto, tenda e sacco a pelo. Poi un borsone grande con scarpe di ricambio, attrezzi da campeggio vari e i vestiti e ancora uno zaino dove ci mettevo le cose che mi portavo dietro quando lasciavo la bici.
Dove hai dormito?
Per il 90% del viaggio ho dormito fuori. Passo per zone densamente poco popolate quindi mi capita di avere 600 km tra una città e l'altra con in mezzo niente ed è difficile trovare da dormire. Mi sistemo in tenda, di solito nei boschi, sotto i ponti o dietro le dune, che sono sicuro non mi vede nessuno. Poi mi capita molto spesso di essere ospitato: c'è gente che mi vede in strada piantare la tenda e mi invita a casa sua. Rispetto a questa cosa devi essere anche te aperto nei confronti delle persone e delle culture che incontri. Penso che il passaporto migliore sia il sorriso. Certo, quello italiano ci fa andare dappertutto nel mondo, ma se sorridi entri direttamente nel cuore delle persone. E poi dobbiamo scendere dal piedistallo dell'uomo occidentale, abbandonare la convinzione che noi siamo i migliori, che veniamo dalla parte giusta del mondo. A volte aprirsi è contraddittorio, altre è strano, a volte può sembrarci anche stupido, perché quando si ha a che fare con culture millenarie vanno rispettate e capite per entrarci in sintonia.
A volte aprirsi è contraddittorio, altre è strano, a volte può sembrarci anche stupido, perché quando si ha a che fare con culture millenarie vanno rispettate e capite per entrarci in sintonia.
Il sequestro
Però tu hai anche vissuto situazioni di rischio. Ad un certo punto sei stato sequestrato.
Sì, in Afghanistan è capitato che i talebani mi abbiano sequestrato.
Ci racconti com'è andata?
Era l'imbrunire e avevo superato Jalalabad, che è l'ultima città afghana verso il Pakistan, da circa una ventina di chilometri. Quel giorno c'erano 40 gradi e avevo pedalato già 174 km, che per me era un record, e volevo continuare, ma all'ultimo posto di blocco un talebano mi ha fermato. Normalmente dò il passaporto e proseguo, ma quel giorno mi ha detto di aspettare che sarebbe venuto il comandante a dirmi cosa fare. Mi sono un po' arrabbiato perché volevo pedalare ancora, e poi era buio e dovevo trovare un posto dove dormire. Quando mi hanno fermato, un sacco di gente è venuta a vedere cosa stesse succedendo, anche perché lì non hanno mai visto gli occidentali. E mi sono ritrovato con 200 persone attorno e questa cosa mi ha messo a disagio. Ho iniziato a stare male e non so come ho fatto a non svenire. I talebani mi hanno portato in una torretta di guardia e mi hanno dato un secchio d'acqua, ma poi sono arrivati in 40 con il comandante. Mi hanno tolto il telefono e il passaporto, hanno controllato che non avessi il gps, mi hanno portato nel deserto e caricato su una macchina. Lì mi hanno bendato e l'ultima cosa che ricordo sono due pistole legate al sedile davanti che mi sbattevano sulle ginocchia. È stato spaventoso. Mi hanno portato alla loro base promettendomi di rilasciarmi la mattina dopo.
È successo?
Non subito. Mi hanno interrogato in 10/15 persone: loro hanno più o meno paura che tu sia una spia, un giornalista, un politico, un militare. Comunque mi hanno chiesto se fossi musulmano e io ho detto che mi stavo convertendo. Avevo la barba lunga, un Corano nello zaino, poi erano 4/5 mesi che stavo in un paese islamico, quindi avevo imparato qualcosa sulla loro religione.
È vero che ti stavi convertendo?
No, ma avevo già pensato che, se mi avessero rapito, avrei dovuto raccontare quella storia.
E dopo questo ti hanno rilasciato?
Mi hanno rilasciato alle 14.00, dalle 17.00 del giorno prima che ero stato preso. Mi hanno restituito bici e bagagli, non me li hanno neanche controllati. Comunque poi i talebani che mi hanno sequestrato si sono presi il mio numero di Whatsapp e ogni tanto mi scrivono.
In che senso?
Qualche mese fa uno di loro mi ha inviato il suo cv chiedendomi di aiutarlo a trovare lavoro in Italia perché voleva venire qui. Loro non desiderano fare male. Sono persone cresciute tra le armi, in mezzo alle guerre. Hanno sicuramente modi di fare per noi inconcepibili, ma bisogna provare, in qualche modo, a capirli.
Prima raccontavi che il sorriso è il passaporto migliore, ma in queste circostanze come si sopravvive?
La sera prima dell'interrogatorio avevo parlato con le persone che mi hanno sequestrato, su 40 uno conosceva l'inglese e comunicavo con lui che traduceva a tutti. Lì mi sono mostrato interessato: ho chiesto quanto prendevano al mese, quali fossero i loro orari di lavoro, se avevano studiato. Domande che a me servono per capire chi ho davanti e che servono anche a loro per capire che non sono arrivato qui con la spocchia americana, che non voglio spiegare loro il mondo, ma sono curioso di capire chi sono. Loro sono persone generose, arrivano dalle montagne che confinano con il Pakistan, hanno 20 anni, sono poveri, ricevono 120 dollari al mese e un fucile e devono fare i talebani. Ma restano sempre dei ragazzi di 20 anni e questo va capito.
E quando ti hanno rilasciato?
Mi hanno riportato a Jalalabad, e mi hanno lasciato a un ufficio. Erano le 2 del pomeriggio e ho cercato direttamente un albergo, ero parecchio scosso e avevo bisogno di sdraiarmi.
Che esperienza incredibile! Ma torniamo a noi. Hai viaggiato da solo?
Ho viaggiato sempre da solo per 9 mesi. Da Istanbul a Kathmandu, in 6 mesi di viaggio, ho incontrato 20 occidentali e nessuno di loro era in bici. Solo 20 persone che parlavano inglese bene, che avevano accesso al mio umorismo, con cui potevo parlare di cose politiche. A livello introspettivo non è uno scherzo non avere conversazioni profonde con qualcuno. Come anche non parlare neanche con una donna nei 3/4 mesi in cui sono stato tra Iran, Pakistan e Afghanistan. Ma è anche una parte preziosa del viaggio.
Avevi già vissuto una situazione simile?
Quando ho fatto Tibet/Milano forse ho viaggiato in tratti ancora più isolati e remoti, quindi mi era già capitato di non vedere facce bianche per mesi.
Riuscivi a sentire le persone che erano a casa?
Durante questo viaggio ho comprato le sim perché me l'ha chiesto mia madre; nei viaggi precedenti non lo facevo. Quando trovavo internet scrivevo ai miei genitori su wa che ero vivo oppure guardavo le notizie sull'Inter.
C'è stato un momento in cui hai pensato basta, mollo tutto e torno a casa?
No, mai, quello non mi è mai successo.
E il contrario?
Ho pensato di tornare in tutti i posti. Sai, io viaggio da solo e mi dico sempre "Qui ci tornerò con mia moglie, i miei figli o chi ci sarà". E quindi in ogni posto in cui vado ho questa sensazione che tornerò. E già ora sono tornato in molti posti in cui sono andate, anche in posti remoti.
Ci torneresti anche per trasferirti e viverci o solo in viaggio?
Ci vivrei per alcuni periodi. Ho vissuto un anno in Cina, in Svizzera, in Australia. Penso che vivere per un anno in un posto te lo fa conoscere meglio e te lo godi. Vivere tutta la vita non lo so, ho la mia famiglia, la mia casa, i miei amici. Mi piace esplorare il mondo ma poi ho una fortissima connessione con le mie radici, sento sempre che voglio tornare qui.
Mi piace esplorare il mondo ma poi ho una fortissima connessione con le mie radici, sento sempre che voglio tornare qui.
Quanto hai speso per questo viaggio?
Penso circa 14€ al giorno per nove mesi. Considerando il cibo, il dormire, la manutenzione della bici, i visti, i permessi, i pernotti.
Che lavoro hai fatto per partire?
Per questo viaggio nello specifico ho fatto 6 mesi il pastore in Svizzera, il contadino in una fattoria biologica a nord di Berna dove avevamo 25 mucche da carne, poi lamponi, more, fichi, mele, pere, noci. Poi ho usato i soldi dei miei 4 libri. Ho strutturato le mie finanze in modo da avere sempre un cuscinetto di emergenza, perché per vivere così ci vogliono responsabilità, organizzazione. Non è sufficiente dire "mollo tutto e parto, basta il coraggio". Sì, il coraggio serve, anche se il coraggio è altro. Io ho mollato tutto 10 anni fa, avevo il mio budget e mi ero detto che se qualcosa andava male potevo tornare in Italia, stando un periodo senza lavorare mentre cercavo altro. Poi negli anni ho alternato viaggi di 6 mesi/un anno in nazioni dove spendo poco a periodi di lavoro di 6 mesi/un anno in luoghi dove guadagno più soldi possibile il più in fretta possibile, in modo da avere sempre quel cuscinetto che ti dicevo. Quindi ho una base abbastanza solida.
Per vivere così ci vogliono responsabilità, organizzazione.
Hai avuto problemi fisici durante il viaggio?
No, ma subito dopo l'Everest sono tornato a Kathmandu e lì mi si è bloccata la schiena. In tutti i miei viaggi non mi sono mai ammalato perché il mio cervello sapeva che ammalarsi sarebbe stato un problema così grande che non me lo potevo permettere.
Hai mai pensato che anche la psicoterapia potesse essere un'alternativa a questi viaggi?
L'ho scritto anche nel mio ultimo libro: le sedute di psicoterapia più belle della mia vita le ho fatte nel deserto con me stesso, quando accendevo il fuoco, guardavo le stelle e iniziavo a parlare ad alta voce. Sono momenti in cui non c'è nessuno che ti ascolta e dici veramente quello che pensi, e poi il cervello non filtra quello che dici e le parole escono dal cuore perché sei solo da settimane. Hai la necessità di capirti, di ascoltarti, di accettarti perché, appunto, sei da solo. E, guarda, dopo 10 anni in giro, forse il viaggio più bello è stato quello interiore.
Quindi proprio le comodità – tipo stare seduto o steso su un lettino a fare terapia – non ti piacciono!
Guarda te la godi di più quando poi la trovi. Ho fatto dei pezzi di viaggio dove ho dormito per strada per 8 giorni senza lavarmi e ti assicuro che farmi una doccia al nono giorno vale tanto. È una cosa che non dai più per scontata.
Comitato d'accoglienza al ritorno?
I primi tempi sì, quando ho fatto Tibet Milano in bicicletta addirittura il mio quartiere ha organizzato una festa, mi hanno aspettato tutti, mia madre ha fatto le lasagne. Adesso è così normale questa cosa che stavolta sono arrivato a casa e mia madre mi ha detto che bisognava portare giù il cane. Io ho pensato “Sono stato via 9 mesi, mi hanno preso i talebani, sono stato sull'Himalaya e mia madre mi dice di portare giù il cane". E vabbè, ho portato giù il cane.
Anche a lui eri mancato, forse voleva l'esclusiva per stare con te!
Ormai è così normale che parto e rientro…che non c'è niente da festeggiare.