Francesco Tomè, ambasciatore SICAI: "La montagna ti insegna l'essenziale"

Francesco Tomè è uno dei tre vincitori del premio dedicato agli ambasciatori del Sentiero Italia CAI per la sezione under 25. Nel 2025 ha attraversato tutte le Alpi di corsa, partendo dalla Croazia per arrivare in Liguria. Oggi questa esperienza è un documentario

L'appuntamento con Francesco Tomè per l'intervista è alle 15, ma riusciamo a sentirci tre quarti d'ora dopo. Mi chiama scusandosi per il ritardo. "Ho appena fatto il check in albergo a Cervinia, che oggi all'una di notte corro la Cervino Mattherorn Ultra Race, un trail di 70  chilometri attorno al Cervino, in coppia con il mio amico e fisioterapista Niccolò".

Modi diversi, la stessa passione

Francesco Tomè, insieme ad Anna Horodecka e Marco Nicola Pietripaoli, il 21 giugno scorso, in occasione della Giornata nazionale del SICAI – Sentiero Italia CAI – è stato nominato ambasciatore SICAI. Menzione speciale per Antonio Mansueto, per aver percorso parte del sentiero in bici. 

 

Età, obiettivi e metodi diversi con cui raggiungerli: Francesco ha 25 anni, fiorentino, è un giovane della gen Z, è grintoso e parla con la stessa fermezza con cui ha attraversato di corsa le Alpi del SICAI in 60 giorni, ed ha l'ansia di risultare antipatico; Anna è polacca, ha 50 anni, è una docente universitaria in Polonia e sta percorrendo tutto il cammino a piedi, portando in giro la sua voglia di esplorare, il desiderio di non disturbare chi trova lungo la strada e la gratitudine per gli incontri umani che la stupiscono ogni volta; Marco ha 66 anni, passi lenti ed implacabili, voce calma ed entusiasta, un desiderio di avventurarsi tra le montagne tenuto a bada nel tempo, che ora vive sul sentiero Italia creando momenti di condivisione ed esperienze che le comunità locali possono rivivere; Antonio ha 60 anni, accento inconfondibile che tradisce la sua origine pugliese, appassionato vero di montagna, al punto da utilizzare tutti gli strumenti possibili per avvicinarla, tra cui anche la bici.
 

Il CAI ha indetto quest'anno, per la prima volta, il premio ambasciatori Sentiero Italia CAI, per valorizzare l'impegno di escursionisti e cicloescursionisti nella promozione del cammino attraverso pratiche etiche e sostenibili. Secondo il regolamento, potevano candidarsi coloro che hanno percorso almeno 100 chilometri a piedi o 300 in bici, partecipando a diverse 4 categorie: sostenibilità e pratiche zero waste, inclusione sociale, qualità documentale e coinvolgimento dei giovani under 25, più una quinta sezione dedicata al cicloturismo.

Un “percorso” iniziato tre anni fa

Oggi conosciamo Francesco Tomè, che da giugno ad agosto 2025 ha corso lungo le Alpi del SICAI realizzando un documentario della sua esperienza, "Endlsess peaks". Partenza da Passo di Vrata, in Croazia, arrivo a Colle di Cadibona, in Liguria. Nel mezzo ci sono stati 2500 chilometri, 165.000 metri di dislivello, un furgone che l'ha ospitato per 60 giorni e un team di amici e parenti che l'ha supportato, passo dopo passo. 

 

Perchè hai scelto proprio il SICAI per questa esperienza?

Volevo attraversare l'arco alpino e ho pensato di tracciare una bella linea che unisse tutte le montagne. Mentre facevo ricerche, ho visto il Sentiero Italia che era una base perfetta da cui partire. Con il mio allenatore abbiamo fatto delle varianti più tecniche, quindi sono rimasto più in quota nei punti in cui il sentiero scende.

 

Dove ti sei preparato?

Studio a Milano, quindi quando potevo andavo verso Como, dove ci sono le Prealpi, altrimenti in Toscana. Firenze ha il vantaggio di essere circondata da colline con un buon dislivello. Poi ci sono le Alpi Apuane, letteralmente delle piccole Alpi, con dislivelli e pendenze paragonabili alle Alpi ma di dimensioni minori. Hanno un terreno tecnico che, a volte, è più impegnativo delle Alpi stesse. Ho iniziato ad allenarmi due anni e mezzo prima. 

 

A questo proposito, pensi che farai il SICAI lungo gli Appennini?

Domanda interessante: ci ho pensato tanto e mi piacerebbe dire di aver percorso tutto il sentiero. Sugli Appennini il terreno è meno impervio quindi potrei concentrare più km in una giornata e mettermi alla prova ancora di più dal punto di vista delle distanze.
 

Come si organizza questa esperienza? 

L'organizzazione è stata un lavorone pazzesco, tanto impegnativo quanto l'allenamento. Quasi ogni notte, durante la traversata, ho dormito in un van, guidato da un numeroso gruppo di sostenitori: c'erano il mio babbo, il mio migliore amico, Niccolò il mio fisioterapista, il mio allenatore, Caterina la mia ragazza. Si è creata una bellissima squadra molto affiatata, e tra di noi c'era questo senso di portare a termine tutti insieme il progetto. La persona che è stata più tempo di tutti è stata Caterina, che mi ha accompagnato per circa 30/35 giorni. Per la parte economica, ho avuto degli sponsor che ho cercato con il mio allenatore, e loro hanno azzerato le mie spese. Ho proposto loro l'idea un anno prima, non c'è stato bisogno di costruirci un progetto attorno perché era un'idea già grande di per sè. Ci sono tanti atleti che hanno fatto cose simili, magari su altri percorsi o su altre distanze. Il progetto di attraversare tutte le Alpi di corsa è di per sè una cosa importante, e poi so che non capita tutti i giorni che sia un ragazzo di 25 anni a proporlo. E poi il Cai ha finanziato il documentario “Endless Peaks”.

 

“Quasi ogni notte, durante la traversata, ho dormito in un van, guidato da un numeroso gruppo di sostenitori: c'erano mio babbo, il mio migliore amico, Niccolò il mio fisioterapista, il mio allenatore, Caterina la mia ragazza. Si è creata una bellissima squadra molto affiatata, e tra di noi c'era questo senso di portare a termine tutti insieme il progetto”.

Perché questo titolo?

L'idea di base è che su quelle montagne avevo la sensazione di avere davanti e dietro un percorso infinito, e pensavo che un giorno dopo l'altro sarei arrivato verso quell'orizzonte. Ma ogni giorno era un orizzonte diverso e nuovo, quindi senza fine. E poi, al 60° giorno, è finito. È stata una cosa molto immersiva. 

 

Avevi qualche rituale scaramantico o un porta fortuna?

Ho portato la maglietta e il cappello Apuane libere, l'associazione che ho fondato per la salvaguardia di queste montagne dallo sfruttamento del marmo; una bandierina della pace attaccata allo zaino. Rituali non direi: l'importante era arrivare alla fine della tappa, bere tanta acqua, reintegrare, dormire il più possibile, fare stretching, e una bella colazione al mattino prima di ripartire. 
 

Quanti km facevi al giorno?

La media era 42 chilometri, quindi correvo circa 8/9 ore al giorno. 
 

Qualcun altro, a parte la tua famiglia e gli amici, sapeva della tua avventura?

In alcuni rifugi c'è stato un bellissimo calore da parte dei rifugisti che sapevano cosa stavo facendo. Poi un paio di volte dei ragazzi si sono uniti agli ultimi 5 chilometri di corsa della tappa.

Il premio SICAI

Parliamo del premio SICAI. Ti sei candidato per la categoria "Documentazione e visibilità" e sei stato spostato in quella "Coinvolgimento giovani". Ti è dispiaciuto questo cambio?

Ti dico: da una parte ben venga che sono reputato ancora giovane! Dall'altra ho fatto un documentario su questa esperienza quindi mi sarebbe piaciuto ricevere il premio per l'altra categoria, ma va benissimo così. Sono contento che il Cai mi abbia dato questo riconoscimento. 

 

A proposito del documentario, pensi che il cinema sia un linguaggio efficace per parlare di montagna?

Io ne sono molto convinto, sì. Sono per il cinema, non per il contenuto social che, una volta visto, sparisce e dopo 10 minuti non te ne ricordi più. L'idea di costruire un documentario, andare al cinema, prendersi una o due ore di tempo per guardarlo, incontrare l'atleta e il regista, questo sì che ti lascia qualcosa di più profondo. 

 

“L'idea di costruire un documentario, andare al cinema, prendersi una o due ore di tempo per guardarlo, incontrare l'atleta e il regista, questo sì che ti lascia qualcosa di più profondo”. 

Cosa stavi facendo quando hai saputo di aver vinto il premio?

Ero a casa a studiare Pasolini, mi è arrivata la notifica dell'email sul pc, l'ho aperta e lì mi comunicavano di essere stato selezionato. 

La passione per la montagna e i primi passi nel Cai

Come nasce la tua passione per la montagna?

I miei mi ci hanno portato sempre, sin da quando ero molto piccolo, a fare camminate e piccole escursioni. A 13 anni mi sono iscritto al CAI giovanile di Firenze e lì ho conosciuto diversi accompagnatori: due Alessandri, Andrea, Fabio, la Flavia, che mi hanno portato a conoscere l'alta quota, i ghiacciai, le ferrate, poi l'arrampicata vera e propria. C'è stato un momento in cui ho detto "la montagna è una cosa veramente spettacolare, voglio continuare a viverla in modo più profondo, andando anche alla ricerca delle difficoltà e di una parte più interiore di me". 
 

"La montagna è una cosa veramente spettacolare, voglio continuare a viverla in modo più profondo, andando anche alla ricerca delle difficoltà e di una parte più interiore di me". 

Hai condiviso questa esperienza con i tuoi accompagnatori del CAI?

Sì, anche perché due o tre volte sono passato per i punti in cui eravamo stati insieme negli anni passati, ad esempio al rifugio Vajolet, al Catinaccio, sulle Dolomiti. Mi ricordo bene quando ci sono stato, nel 2014 ci ho fatto la prima ferrata della mia vita, e ripassarci è stato emozionante. 
 

Ti è piaciuto attraversare il sentiero Italia?

Sì e secondo me la cosa bella è che non devi farlo tutto, puoi camminare anche solo per un pezzo, ma sai che c'è un percorso che collega tutta l'Italia. In questo modo puoi viverlo e percorrerlo come meglio preferisci, in base alle capacità. 

 

Che effetto ti fa essere ambasciatore SICAI?

Sono molto contento e vorrei poter completare tutto il sentiero. A quel punto mi sentirei davvero ambasciatore.
 

Conosci la storia dei luoghi che hai percorso?

Di alcuni sì, ma non di tutti. Il mio progetto era correre, quindi tanti punti li ho superati in velocità, ma ho assorbito le bellissime energie e i paesaggi che vedevo.

 

“Mi piace coprire una grande distanza correndo leggero, con l'essenziale”. 
 

Sui giornali si mette molto l'accento sul lato performativo della tua esperienza. Ci sono altri aspetti che vorresti emergessero?

Il progetto è performativo, quindi per me è importante che si parli di dati, di km, di tempo, di percorsi, di dislivelli. Ma è importante anche lo spirito con cui si affronta l'avventura, quello che la montagna può insegnare. Secondo me il bello della corsa in montagna è che ti porta all'essenziale: parti e con te hai uno zaino con un po' d'acqua, qualcosa da mangiare, una maglietta per coprirti se piove, il telo termico, il GPS, gli occhiali da sole e basta. Non hai bisogno di altro. Ti riporta questa semplicità che si è persa vivendo in città, avendo sempre tutto a disposizione. E mi piace coprire una grande distanza correndo leggero, con l'essenziale.