Una esercitazione in Val di Fiemme Fiemme della guardia di finanza © Gianluca Vanzetta
Possiamo dire che molti incidenti in montagna iniziano prima del momento in cui qualcosa va evidentemente storto. Cominciano a casa: nella preparazione frettolosa di uno zaino, nella sottovalutazione del meteo, nella scelta di un itinerario non adatto alle proprie capacità o alla propria preparazione fisica. A volte iniziano proprio nell’idea, radicata, che in un modo o nell’altro, tutto andrà comunque bene.
Sperare non basta
Nell’ultima puntata di La chiamata – storie dal Soccorso Alpino, il podcast indipendente realizzato con il patrocinio del CNSAS, si affronta il tema sotteso dall’intera serie: la prevenzione.
Hope is not a good plan. La speranza non è un buon piano. Non basta sperare che il temporale arrivi più tardi, che il sentiero sia semplice, che la neve tenga, che il buio non cada troppo presto, che il telefono prenda in caso di emergenza, che la forma fisica compensi la mancanza di esperienza. In montagna la speranza può accompagnare una buona decisione, ma non può sostituirla.
Dopo sei episodi dedicati a chi risponde quando serve aiuto, La chiamata si chiude spostando il focus su chi la montagna la frequenta più o meno assiduamente - escursionisti, alpinisti, trail runner, famiglie, sciatori, curiosi della prima volta - perché la sicurezza nasce dall’adozione di comportamenti corretti prima dell’emergenza.
La puntata raccoglie così consigli, riflessioni ed esperienze maturate sul campo da chi il rischio lo incontra regolarmente. Pianificare l’itinerario, controllare bollettini e previsioni, conoscere dislivello e tempi realistici, portare equipaggiamento adeguato, sapersi orientare, comunicare a qualcuno la propria destinazione, rinunciare quando le condizioni cambiano.
Una narrazione che inganna
Continuando una riflessione aperta nella puntata precedente, quella legata alla narrazione della montagna e di ciò che in essa succede, dalle conversazioni con i soccorritori emerge chiaramente la preoccupazione che troppo spesso l’outdoor venga raccontato come esperienza senza attrito: immagini perfette, avventure semplificate e dal successo garantito. Il rischio scompare dalla narrazione, salvo riapparire nelle cronache quando accade qualche incidente.
Tutto questo si contestualizza nel tempo che abitiamo, che lo rende sempre più urgente: le montagne europee stanno cambiando rapidamente sotto la pressione della crisi climatica. Nevicate irregolari e difficili da prevedere, sentieri danneggiati da eventi estremi, instabilità delle pareti, ghiacciai sempre più fragili e stagioni meno leggibili fanno si che le esperienze passate e le abitudini consolidate non bastino più. E’ necessario aggiornare il proprio sguardo oltre che l’attrezzatura.
La puntata chiude così il cerchio della serie: dopo aver raccontato volontari, tecnici, unità cinofile, interventi complessi, impatto emotivo e comunicazione pubblica, il podcast torna alla domanda iniziale: come ridurre il bisogno di chiamare aiuto? La risposta non è eliminare il rischio, cosa impossibile in montagna come nella vita, ma imparare a gestirlo meglio.