L'esemplare di orso marsicano ferito non appena sedato da tecnici e personale del Parco © Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise
Daniela D'Amico, da 41 anni nello staff del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, attualmente responsabile Promozione e Comunicazione © Daniela D'Amico
Le medicazioni del personale specializzato del parco a Libero © Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise
Libero in allontanamento dal luogo di cattura dopo la sedazione © Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise
Un esemplare di orso bruno marsicano nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise © Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise
Lo hanno chiamato Libero dopo che il laccio che lo stava per uccidere non c’era più. Un nome simbolico, quello dato dal personale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise all’esemplare di orso marsicano catturato nella notte del 24 aprile a Civitella Roveto, un nome che racconta la sua nuova vita dopo l’intervento. Attorno al collo aveva un cavo d’acciaio che lo stava lentamente soffocando, lascito di un episodio di bracconaggio che da oltre un mese vedeva impegnati tecnici, veterinari, guardaparco e personale specializzato nel salvataggio. Il caso di Libero è accaduto a breve distanza dal rinvenimento dei 10 lupi avvelenati, in un territorio che sembra all'improvviso avere a che fare con una ostilità crescente verso i grandi carnivori.
Il salvataggio di Libero
L’esemplare, un maschio di circa 10 anni e 193 chili, si muoveva fuori dai confini del Parco, nel corridoio ecologico che collega l’area protetta ai Monti Simbruini. Lì, in seguito alla segnalazione di un cittadino e di Salviamo l’Orso e Rewilding Appennines, associazioni che si occupano della tutela dell’orso bruno marsicano e della salvaguardia della biodiversità, Libero è stato catturato. “Il laccio aveva lacerato il collo – afferma Daniela D’Amico, che da 41 anni lavora al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise –, anche i tecnici erano consapevoli che se non fosse entrato nella tube trap, sarebbe potuto morire”.
Poi, alle 2.45 del 24 aprile, l’orso è entrato in una trappola a forma di tubo all’interno della quale viene inserita un’esca che attira gli animali e impedisce loro di uscire, permettendo ai veterinari di sedarli e curarli in sicurezza. Libero, nell’ultimo mese, aveva già fatto scattare un’altra trappola senza rimanere bloccato, riuscendo oltretutto a mangiare le mele che dovevano attirarlo al suo interno.
L’intervento è durato circa un’ora, durante la quali il personale specializzato del parco ha prima addormentato l’orso e poi rimosso il laccio che, verosimilmente, gli impediva di mangiare e respirare normalmente, e subito dopo lo ha risvegliato: “È una procedura molto delicata – afferma D’Amico –, con la fauna selvatica non si ha la possibilità di fare analisi preventive sull’animale da sedare, tutto deve avvenire nel rispetto dei protocolli, con la massima attenzione e con un margine di rischio abbastanza elevato”.
“Con la fauna selvatica non si ha la possibilità di fare analisi preventive sull’animale da sedare, tutto deve avvenire nel rispetto dei protocolli, con la massima attenzione”.
Subito dopo la rimozione del cavo, l’esemplare è stato giudicato in salute ed è stato restituito alla natura. Monitorarne gli spostamenti però, non sarà semplice: “Lo controlleremo attraverso i peli che recuperiamo dagli alberi sui quali gli orsi si grattano grazie ai quali, una volta fatte le analisi genetiche, potremo capire se si tratta di Libero. Oppure, lo faremo con le fototrappole. Libero, prima di questa operazione, non era nel database del Parco, adesso lo abbiamo inserito e riusciremo a monitorarne gli spostamenti, per quanto possibile”, prosegue D'Amico.
I lacci da bracconaggio, trappole mortali
Spesso, i lacci di acciaio o nylon vengono posizionati dai bracconieri nei punti in cui gli esemplari sono obbligati a passare per spostarsi tra zone diverse oppure lungo i sentieri che frequentano abitualmente: “Le trappole vengono mimetizzate e viene messo vicino del cibo, così che gli animali vengano attratti e rimangano impigliati nei cappi scorrevoli con le zampe o con il collo”, spiega D’Amico. Così, rimangono bloccati allo stesso albero al quale è stato agganciato il laccio.
“Dover tornare a parlare di bracconaggio è drammatico e irritante”.
Un metodo che causa lacerazioni profonde a orsi, volpi, cinghiali o altre specie, causandone spesso la morte per asfissia, a causa delle lesioni che aumentano quanto più l’esemplare prova a divincolarsi nel tentativo di liberarsi, o per setticemia: “La montagna, il bosco, non sono ambienti sterili. Nelle ferite possono annidarsi parassiti e l’animale può morire”, prosegue D’Amico. In questo caso, però, Libero era riuscito a rompere il cavo che teneva ferma la trappola, installata forse per catturare un animale di taglia più piccola e, per questo, non abbastanza resistente per immobilizzare un animale come un orso. Nonostante ciò, portava comunque al collo il cappio che lo faceva respirare sempre più a fatica.
“In un momento già così duro, segnato dall'efferata strage dei lupi, dover tornare a parlare di strumenti di bracconaggio è penoso, irritante e profondamente drammatico”, afferma l’Ente Parco. Ancora una volta, infatti, anche se il salvataggio di Libero non è avvenuto all’interno dei confini del Parco, “qualcuno ha deciso di posizionare un laccio per uccidere la fauna, e questo, ovunque accada, è un fatto gravissimo: è bracconaggio”.
Il precedente nel 2017 e il peso del bracconaggio
Non è la prima volta, però, che il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise si trova a compiere un soccorso di questo tipo. Il 28 settembre 2017, nel Comune di Campoli Appennino, a 40 chilometri circa da dove è stato soccorso Libero, fu rimosso un laccio d'acciaio dal collo di una femmina di orso, Monachella. Anche in quel caso, F20 riuscì a sopravvivere.
“Mettere un laccio è un gesto da persone folli”.
Due casi a distanza di nove anni, sottolineano dal Parco, non indicano una pratica quotidiana e generalizzata, ma episodi sporadici quanto gravissimi, che rischiano di mettere a repentaglio la vita di esemplari appartenenti a una popolazione di per sé fragile: “Capita, ogni tanto, qualche fenomeno di giustizia fai-da-te, che qualcuno metta i lacci o il veleno perché gli esemplari selvatici attaccano le galline o il bestiame domestico, ma non è un fenomeno quotidiano. In larga parte la popolazione è collaborativa, purtroppo ci sono anche i gesti di persone folli che fanno molto rumore e che sono completamente insensati e illegali”, aggiunge.
Sempre all’interno del Pnalm, nell’estate del 2023, l’orsa Amarena era stata uccisa a colpi di fucile da un residente dopo che era entrata all’interno della sua proprietà, ma il processo per accertare le responsabilità dell’uomo è ancora in corso. Secondo il Rapporto Orso pubblicato annualmente dal Parco, dal 1970 ad oggi sono 22 gli esemplari uccisi a colpi di arma da fuoco nel territorio del Parco. Un dato che restituisce la fragilità della popolazione di orsi marsicani del PNALM, ancora esposta all’illegalità: “Mi sembra di essere tornata indietro di quarant’anni. Il problema di lacci e veleni è anche l’impunità: si rischia l’emulazione, e trovare i responsabili è difficilissimo. Pene certe avrebbero un effetto di deterrenza importante”, conclude D’Amico.