Simone Moro e Nirmal Purja nel 2019
Nirmal Purja © Facebook Nirmal Purja
Nirmal Purja © N. Purja
Nirmal Purja in cima al K2 d'inverno © Facebook Nirmal Purja
Simone Moro con uno dei suoi elicotteri © Simone Moro
In questi giorni tutto il mondo alpinistico - e non solo- ha espresso il proprio cordoglio per la perdita di Nirmal Purja: è un lutto che ha lo stampo istituzionale espresso dal primo ministro nepalese Balendra Shah, così come quello comunicato dal William, principe del Galles (Purja aveva prestato servizio militare nell'esercito britannico). Ovviamente, anche l'universo della montagna ha esplicitato il proprio tributo, a partire da Reinhold Messner per arrivare fino ai suoi più stretti collaboratori nepalesi.
Silenzio social invece per Simone Moro, che conosceva molto bene Nirmal Purja e ha preferito evitare commenti della prima ora, ma che ora ha acconsentito a raccontarci qualcosa di più riguardo a una figura ben conosciuta a livello mondiale per i traguardi raggiunti, ma di cui finora è stato difficile intravedere il carattere, almeno per il grande pubblico. Così come è difficile, dall'Italia, percepire la portata dei cambiamenti portati in patria e nel mondo alpinistico da un uomo che era un forte atleta e un brillante imprenditore. "Ho preferito passare per quello poco sensibile e non dire niente subito, volutamente, proprio per rispetto del momento vissuto dalla famiglia, dalla figlia. Ma conoscevo Nims fin dai tempi in cui non era ancora famoso".
“Volutamente non ho detto o scritto niente nelle prime ore, per rispetto del momento vissuto dalla famiglia e della nostra vera amicizia”. Simone Moro
Un'amicizia tra animi affini
Che tipo di rapporto era il vostro?
La nostra era una vera amicizia. L'ho conosciuto quando ha iniziato la sua rincorsa ai 14 ottomila in 189 giorni, ero andato a prenderlo in elicottero e l'ho incontrato una prima volta, ma di lì in poi ci siamo visti spesso. Lui a Kathmandu aveva una stanza tutta sua, all'hotel Marriott, capitava di incorciarsi. Ma poi, anche quando veniva in Italia, ci incontravamo, talvolta in momenti di relax: ricordo una volta a Canazei per il Trento Film Festival, quando siamo andati insieme a fare il bagno alla spa dell'hotel. Un'altra volta siamo andati insieme a Venezia. È diventato in tempo brevissimo una celebrità a livello planetario, ma il nostro rapporto era a un livello diverso.
“È diventato in tempo brevissimo una celebrità a livello planetario, ma il nostro rapporto era a un livello diverso”.
Sei stato una sorta di esempio per lui a inizio carriera?
Mi stimava molto e penso di averlo influenzato in diverse decisioni imprenditoriali. Era diventato il ceo della Mustang Helicopters e voleva investire subito parecchio, ma gli avevo consigliato prudenza. Voleva che lavorassi con lui, ma io avevo altri progetti. Però parlai con il suo manager, cercai di fargli capire che certi investimenti erano un po' prematuri. Mi ha ringraziato all'infinito.
Sei diventato una sorta di zio?
Sì, ho fatto lo zio, anche perché sono stato educato a togliermi il cappello di fronte alle persone che sanno fare bene e il suo arrivo non mi ha tolto nulla, anzi, ha contribuito a fare uscire l'alpinismo da una certa nicchia: ha dato una mano a tutti e mi dispiace che ci sia chi non lo ha capito. È stato molto criticato, anche da qualcuno che oggi ci tiene a ricordarlo con affetto. Ma a me non è mai piaciuto chi per invidia sente il bisogno di criticare chi ha successo, chi ha paura di finire in ombra perché arriva qualcuno di bravo. D'altronde anche io sono stato sotto tiro. Aveva una certa irruenza nel parlare dei propri traguardi: mi ero permesso di ricordargli che, anche nella comunicazione, era importante non raccontare le sue imprese al singolare, ma dare merito alla squadra. Perché sapevo che lui in realtà lo faceva già nel privato, ma a volte chi faceva comunicazione per lui metteva molta enfasi sulla sua figura.
"Non mi è mai piaciuto chi per invidia sente il bisogno di criticare chi ha successo"
Un cambio epocale
È esagerato affermare che ha cambiato l'Himalaya, che c'è un prima e un dopo il suo arrivo?
No, non lo è, lui non ha cambiato l'Himalaya, ma l'alpinismo himalayano sicuramente. Nims ha avuto diversi meriti: ha sempre riconosciuto il merito degli sherpa, ha dato loro dignità, ha aiutato una intera generazione di nepalesi a costruirsi un lavoro riconosciuto. Ha creato una economia: dopo i suoi successi sono nate agenzie nepalesi che lo hanno emulato.
E come alpinista?
Ha avuto il merito di netar al pulèr, pulire il pollaio, come diciamo dalle nostre parti. Salendo tutti i 14 Ottomila in soli 189 giorni ha fatto vedere a tutto il mondo che l'alpinismo delle normali agli Ottomila al giorno d'oggi non è più qualcosa su cui puoi pensare di costruire una intera carriera, magari facendoti pagare dagli sponsor. Dopo di lui la norvegese Kristin Harila ha fatto la stessa cosa in metà del tempo, ma non aveva risentimenti di sorta anzi, tra di loro c'era stima reciproca. Ha avuto il merito di fare vedere a tutti che oggi c'è un turismo d'alta quota di cui non bisogna vergognarsi, a patto di riconoscerlo per quello che è. Lui ha salito tutte le cime sempre con clienti: non credeva di essere qualcosa d'altro rispetto all'alpinismo che faceva. Ha ucciso l'alpinismo? No. Non era Ueli Steck, scalava forse il sesto grado, ma non si è mai raccontato per qualcosa che non era, come hanno fatto molti altri.
Simone Moro e Nirmal Purja nel 2019
Si può dire che la situazione degli accompagnatori in Nepal oggi ha delle analogie con quello che succedeva in Dolomiti qualche secolo fa?
Si può dire, nel senso che i nepalesi non fanno ancora alpinismo per piacere, in una dimensione ludica, non è diventato un fenomeno hobbistico e di passione. Ma si sono evoluti come alpinisti professionisti. Oggi ci sono tanti piccoli Nirmal in Nepal.
“Mi affascinava il fatto che un militare nepalese, basandosi sulla sua determinazione e forza fisica fosse riuscito a fare tutta quella strada”.
Cosa ti ha colpito della sua personalità quando lo hai conosciuto?
Mi affascinava il fatto che un militare nepalese, basandosi sulla sua determinazione e forza fisica fosse riuscito a fare tutta quella strada. Lo stimavo, era una stima reciproca e la stima non ha paraocchi, non va a cercare le piccolezze. Riesce a vedere oltre le critiche di poco conto. Mancherà e cercherò di ricordarlo a bocce ferme, quando sarà il tempo giusto.