Rinaturazione del Po, completati solo 13 progetti su 56

Andrea Agapito Ludovici, responsabile acque di WWF Italia e ideatore del progetto, ricostruisce le ragioni del rallentamento dei lavori finanziati con 357 milioni di euro dal PNRR. "Mancavano tecnici, una grande ocasione persa"

 

Era il progetto più ambizioso mai realizzato sul Po, nato dall’inaspettata alleanza tra WWF e ANEPLA, una branca di Confindustria, finanziato con 357 milioni di euro dal PNRR e pensato per restituire al fiume decine di chilometri di habitat perduti. Cinque anni dopo, però, il bilancio è di 13 interventi completati su 56 previsti, per una spesa di “soli” 200 milioni, poco più della metà delle risorse stanziate. A ricostruire i passaggi che hanno portato al mancato raggiungimento degli obiettivi è Andrea Agapito Ludovici, Responsabile acque di WWF Italia e tra gli ideatori del progetto, che imputa il rallentamento non a un singolo responsabile ma a una governance che, secondo le sue stesse parole, "non ha lavorato insieme".

Tra i fattori che hanno pesato di più, secondo Agapito Ludovici, è stato il continuo cambio di vertici degli enti coinvolti, ma anche l'assenza di un percorso condiviso con il territorio e una squadra tecnica di dimensioni decisamente ridotte rispetto alla portata dell'investimento: “L’unica giustificazione è che il tempo era veramente poco. Come mi hanno confermato da AIPo, però, a gestire un budget di centinaia di milioni c’era una squadra di poco più di dieci persone […], veramente troppo poche. Inoltre, non si è riusciti a sfruttare il Comitato scientifico e non c’erano nemmeno tecnici facilitatori, previsti dalla proposta WWF-ANEPLA, che avrebbero potuto facilitare la realizzazione del progetto”. 

Pennelli, lanche e specie aliene: cosa prevedeva il progetto

Gli interventi proposti dal WWF, afferma Agapito Ludovici, hanno preso spunto dal Programma di gestione sedimenti dell’autorità di bacino praticamente fermo dal 2009, e avevano l’obiettivo di restituire vita ai rami laterali del Po isolati a partire dagli anni Cinquanta. In quegli anni, per favorire la navigazione fluviale, furono costruiti i cosiddetti pennelli, cioè opere che chiudevano i rami secondari spingendo tutta la portata nell'alveo centrale. Il progetto prevedeva di abbassare questi pennelli per restituire alle lanche, i rami abbandonati, una frequenza di allagamento molto più alta, passando da 3-4 episodi l'anno, legati alle piene maggiori, fino a un centinaio di giorni l'anno nelle aree interessate.

“Alcune tecniche adottate potrebbero risultare controproducenti”, Agapito Ludovici

A questo piano sarebbero stati affiancati, secondo il progetto iniziale, interventi di riforestazioni con specie autoctone, soprattutto salici e ontani, e interventi di contenimento delle specie aliene invasive come, ad esempio, la zucchina americana (Sycios angulatus). Ed è proprio su quest'ultimo fronte che Agapito Ludovici segnala una delle criticità più tecniche rispetto al progetto originario del WWF: “La nostra proposta iniziale si concentrava su una sola specie problematica, la Sycios angulatus, per cui esiste già un protocollo che ha dato buoni risultati. Nel progetto definitivo, però, sono state inserite altre tre specie esotiche che possono essere contrastate efficacemente con la riforestazione. Altri metodi invece, come quelli adottati dal progetto, non sono molto efficaci e, se non applicati rigorosamente, possono essere addirittura controproducenti e aumentare il rischio di diffusione delle specie aliene”.

Una cabina di regia che non c'è stata

A monte del progetto, come ricostruito da Agapito Ludovici, hanno operato due soggetti distinti, cioè l'Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po, ente statale che pianifica gli interventi sull'intero distretto idrografico, e l'AIPo, strumento operativo di Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, incaricato di progettare ed eseguire le opere. Il primo ente ha elaborato il programma d’azione con i 56 interventi, aggiungendone 12 rispetto ai 44 proposti dal WWF (7 dei quali più piccoli nel delta), mentre il secondo doveva tradurlo in cantieri: “In teoria dovevano procedere con un percorso condiviso. Purtroppo, però, hanno lavorato separatamente", aggiunge l'ambientalista.

Tra il 2021 e il 2026, inoltre, sia l'Autorità di bacino che l'AIPo hanno cambiato più volte i propri vertici, spezzando la continuità gestionale del progetto che, secondo il Responsabile acque del WWF, prevedeva un lavoro congiunto con Ministero e Regioni. AIPo è entrata operativamente in campo solo nel 2023 con il programma d’azione definito. Nonostante ciò, aggiunge, AIPo lo ha in gran parte rivisto, giudicando 26 dei 56 interventi non ancora maturi prevalentemente dal punto di vista idraulico, anche se "non si capisce perché non siano venuti fuori prima questi problemi", afferma Agapito Ludovici.

Il nodo della partecipazione della popolazione

Il primo stop concreto, in realtà, è arrivato mesi prima dalle associazioni agricole, che hanno bloccato la prima conferenza dei servizi organizzata da AIPo dopo aver scoperto la previsione di revocare alcune concessioni di demanio idrico ai pioppicoltori e di alcuni espropri. "Non c'era stato nessun confronto prima, nessuna informazione seria", denuncia Agapito Ludovici, ricordando come la stampa avesse parlato di 25mila ettari di pioppeti a rischio, una cifra "molto esagerata", afferma, rispetto ai circa 2mila ettari complessivamente coinvolti dall'intero progetto, e non tutti a pioppeto.

“Le istituzioni non sono state capaci di coinvolgere”, Agapito Ludovici

Ma la causa del conflitto è prima di tutto da ricercare nell’incapacità delle nostre istituzioni a coinvolgere prima nel programma d’azione e poi nei Piani di Fattibilità Tecnico Economica gli attori del territorio, agricoltori in primis”, aggiunge, sottolineando come il WWF avesse chiesto "in ginocchio", ironizza, di aprire un confronto con comuni e agricoltori, con 3 dei 357 milioni da destinare - secondo la proposta WWF-ANEPLA - per tecnici facilitatori che avrebbero dovuto ridurre i conflitti e, soprattutto, arricchire il piano: “Un progetto che doveva essere inclusivo per Comuni, associazioni e agricoltori è stato in gran parte vissuto come una meteora caduta dall’alto, che ha lasciato molti Comuni ai margini del percorso", conclude.

Poche persone per centinaia di milioni

Riavviata la macchina dopo lo stop iniziale, AIPo si è trovata così a gestire un progetto da 357 milioni con una squadra dedicata di circa dieci persone, contro le “centinaia di addetti con cui l'agenzia gestisce ordinariamente budget annuali tra i 250 e i 500 milioni”, afferma il responsabile del WWF. Un risultato, dunque, descritto da Agapito Ludovici come in qualche modo inevitabile: "Per quanto abbiano comunque lavorato tanto, non potevano fare miracoli".

“Qualcuno se n'è andato sbattendo la porta”, Agapito Ludovici

Anche il comitato scientifico che affiancava il progetto con esperti di botanica, ecologia, geomorfologia e ingegneria idraulica, secondo l’ambientalista, è stato coinvolto solo in parte: "Qualcuno se ne è andato anche sbattendo la porta - racconta - per il poco coinvolgimento di questo prezioso gruppo di esperti”. Proprio per questo, sostiene, è necessario aprire un confronto serio per imparare la lezione soprattutto in vista del Piano Nazionale di Ripristino, previsto dalla Nature Restoration Law dell'Unione Europea che punta, tra i principali obiettivi, a ripristinare la connettività naturale di almeno 25.000 km di corsi d'acqua a scorrimento libero entro il 2030, e che il Ministero dell'Ambiente sta redigendo”