Lo Stazzo del Castrato in emersione dalla massa nevosa
Lo stazzo del Castrato, precedentemente sommerso dalla massa valanghiva, dopo la fusione della neve nei primi giorni di giugno © Elia Serpetti
Porzione del comignolo dello stazzo, andata distrutta durante la valanga © Davide Peluzzi
Il tetto della struttura ossservato a fine maggio
Lo Stazzo del Castrato, la struttura colpita dalla valanga, fotografato la scorsa estate © Elia Serpetti
Lo Stazzo del Castrato, rifugio agro-pastorale gestito dell’Amministrazione dei beni separati di Arischia © Elia Serpetti
“In merito alla vicenda del rifugio pastorale delle Solagne [per Serpetti ‘del Castrato’, ndr], possiamo dare conferma di come fosse prematuro parlare di distruzione della struttura”. È quanto affermato dal Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga in una nota dopo che, negli ultimi giorni di aprile, era stato dato per distrutto dopo che una valanga si era abbattuta nel luogo in cui è stata costruita la struttura, sul Monte Corvo: “Quando lo ricostruimmo, supportati da un valangologo, avevamo previsto che quello sarebbe stato un punto molto protetto e adatto. Gli unici danni sono un pezzo di lamiera del tetto piegato, il comignolo e l’anta di una finestra, ma ripareremo i danni”, afferma Elia Serpetti, presidente dell’amministrazione dei beni separati di Arischia, l’ente al quale appartengono la struttura e i terreni circostanti.
Nei giorni che seguirono la slavina, infatti, si era levato un tam tam social che dava ormai per certa la distruzione della struttura, in realtà sommersa dalla slavina: “È probabile che lo stazzo fosse almeno in parte completamente sommerso”, prosegue Serpetti. Una posizione condivisa anche dal Parco, che cita un dato chiaro: “L'edificio […] viene frequentemente sepolto del tutto dai depositi di neve e, lo era senz'altro anche in questa primavera, con una copertura accertata di oltre 2 metri sopra il colmo del tetto agli inizi di maggio”. Potrebbe essere stata proprio la copertura completa dello stazzo a proteggere la struttura, con la slavina che potrebbe essere scivolata sopra la massa nevosa senza danneggiarne la pianta: “L’unica paura che avevamo era che il peso della neve potesse schiacciare il tetto, perché sopra aveva parecchi metri di neve”, aggiunge il presidente.
Una prescrizione per l’utilizzo estivo dello stazzo?
Secondo il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, adesso, è probabile “che il Comitato Regionale Neve e Valanghe (Co. Re. Ne. Va.) si esprimerà prescrivendo un uso del rifugio strettamente limitato alla stagione estiva”, al fine di evitare la sosta di escursionisti nei pressi della struttura durante il periodo invernale. Una misura che, sottolinea Serpetti, veniva già messa in atto ad ogni cambio di stagione dell’Amministrazione dei beni separati: “Quando abbiamo ricostruito lo stazzo abbiamo ricavato anche una piccola stanza da lasciare aperta durante il periodo estivo, che potesse utilizzare chiunque in caso di emergenza o temporali estivi. Ma, in inverno, abbiamo sempre chiuso anche quella. È un rifugio pastorale, e non sono previsti altri utilizzi”, sottolinea Serpetti.
“Non ci saranno problemi se imporranno un divieto invernale, è già così", Serpetti
La valanga che ha sommerso lo stazzo, affermano dal Parco, è già oggetto di studio da parte del Servizio Meteomont e del Comune dell'Aquila nell'ambito dell'aggiornamento della carta dei rischi locali di valanga comunale, con i prossimi passi che “dipenderanno dalla volontà dell'amministrazione separata”. Un’eventualità che non appare problematica per Serpetti, che risponde: “Noi apriamo lo stazzo ogni anno il 10 giugno con l’arrivo degli allevatori, negli ultimi anni i primi di luglio, e rimane aperto fino a ottobre. Nel caso in cui il Co. Re. Ne. Va. prescrivesse un’apertura estiva, e lo potrebbero fare, non ci sarebbero problemi, perché lo facciamo già autonomamente. Quello è un ricovero per i pastori quando vanno al pascolo l’estate, nessun turista è mai andato appositamente lì per fare un pic-nic”.
Chi individuò il luogo in cui ricostruire lo stazzo
In particolar modo, però, la ricostruzione del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga riguarda il processo decisionale che portò alla ricostruzione dello stazzo dopo la distruzione della prima struttura a causa di una valanga: “Dopo la distruzione, nel 1999, del grande rifugio preesistente nella località Solagne, provocata da una valanga di neve polverosa che fece letteralmente esplodere la struttura, l'amministrazione separata dei beni demaniali dei naturali di Arischia, l'ente proprietario del fabbricato e dei terreni circostanti, si fece promotrice della sua ricostruzione in una posizione differente”, è possibile leggere nella nota.
Inoltre, secondo l’ente Parco, “la ricostruzione di Davide Peluzzi [che imputava ad alcuni pastori la volontà di ricostruire la struttura in un punto ritenuto non adeguato dalla Guida alpina Lino D'Angelo e da altri esperti, ndr] è vera parzialmente”. Fu “per ragioni di ottimizzazione dell’attività di pascolo” che venne scelto di ricostruirlo a circa 300 m ad est della posizione del rifugio originale, secondo la nota. Una soluzione che, secondo la ricostruzione del Parco, “non è stata propugnata da singoli pastori ma dall'amministrazione separata di Arischia, ovvero il soggetto pubblico proprietario di terreni ed edificio”.
“Non si può ritenere che il rischio valanghe sia stato sottovalutato” Il Parco
In merito alla valutazione del rischio valanghe, inoltre, il Parco specifica che non essendo presente, nei primi anni 2000, uno studio sistematico sulle valanghe, “venne richiesta una relazione tecnica all'allora comandante del coordinamento territoriale per l'ambiente per il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga del C.F.S., nonché già responsabile regionale del Servizio Meteomont del C.F.S. e membro del Co. Re. Ne. Va. (Comitato Regionale Neve e Valanghe) della Regione Abruzzo”. Ad ogni modo, “non si può ritenere che, in passato, il rischio valanghe della zona sia stato sottovalutato, anzi, con gli strumenti all'epoca disponibili si è cercato di realizzare uno studio per quanto possibile accurato anche se in assenza di uno studio organico e di una mappatura completa dei fenomeni valanghivi che solo in tempi recenti hanno ricevuto lo slancio e l'attenzione necessari”, conclude il Parco.