'Swipe', un progetto per contrastare il bracconaggio invisibile

Secondo il WWF, i recenti casi di avvelenamenti nel PNALM raccontano solo in parte uno scenario in cui i dati sono frammentati e le sanzioni non adeguate. Le iniziative di contrasto a livello europeo provano a fronteggiare il fenomeno con una risposta comune

 

Nelle scorse settimane, i 18 lupi morti per avvelenamento nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise hanno riportato il bracconaggio al centro del dibattito pubblico. Ma secondo il WWF episodi simili rappresentano soltanto la parte visibile di un fenomeno molto più ampio, difficile perfino da quantificare: “Il dato principale è che non abbiamo dati ufficiali e idonei a capire la reale portata del fenomeno”, ha affermato Domenico Aiello, avvocato, membro del WWF e già responsabile italiano del progetto “SWiPE”.  Il programma, condiviso tra undici stati europei e finanziato nell’ambito dei progetti Life dell’Unione Europea e oggi concluso, ha risposto proprio alla necessità di ottenere dati affidabili e condivisibili. 

Una strategia particolare per mitigare i crimini contro la fauna selvatica, che ha puntato soprattutto a migliorare la comprensione e il contrasto del fenomeno tramite un corso di formazione per magistrati e la promozione di una maggiore diffusione dei dati raccolti dai vari enti deputati: “SWiPE è nato per portare alla luce un fenomeno spesso sommerso. I crimini contro la fauna selvatica, infatti, sono diffusi e producono impatti dannosi trasversali ma sono ancora sottovalutati. E senza comprenderne davvero la portata, diventa difficile contrastarli efficacemente”, aggiunge Aiello.

Il nodo della raccolta dati

Abbiamo chiesto i dati al Ministero dell’Agricoltura che ha l’obbligo di acquisire i dati relativi alle violazioni in materia di caccia – prosegue Aiello –, così come alle regioni che ogni anno dovrebbero mandare questi dati proprio al Ministero. Li abbiamo chiesti anche alle Procure, ma nessuno di questi uffici elabora in maniera coordinata i dati che raccoglie. Anche le forze di polizia non integrano i database, ed è per questo che non si dà rilevanza al fenomeno che appare parcellizzato e non emerge nella sua organicità e capillarità”. 

Un quadro che, secondo il WWF, mostra quanto il contrasto al bracconaggio sia ancora ostacolato dalla frammentazione dei dati e dalla scarsa collaborazione tra gli enti nazionali coinvolti, nonostante il lavoro di controllo e prevenzione portato avanti sul territorio da realtà come il PNALM. Il Parco, infatti, ha rafforzato negli anni le attività di monitoraggio e prevenzione attraverso 34 guardiacaccia e un nucleo cinofilo antiveleno, pur dovendo fare i conti con un territorio vastissimo che copre oltre 50 mila ettari.

I dati attualmente disponibili ma frammentati

In merito all’entità del bracconaggio in Italia, dunque, possono essere fatte unicamente delle stime che sono state recentemente diffuse proprio dal WWF. Il solo fenomeno dell’uccellagione, tra i metodi di bracconaggio più diffusi, comporta solo in Italia la cattura di almeno 3,4 milioni di esemplari l’anno. Un valore che, da solo, copre tra il 20% e il 30% dei prelievi illegali nell’intero bacino del Mediterraneo, ma che appare profondamente sottostimato dai dati ufficiali. In 5 anni, infatti, nel solo ambito del progetto SWiPE sono stati 410 gli esemplari oggetto di bracconaggio censiti in Italia. Un numero, quello estrapolato dai rapporti ufficiali, estremamente ridotto se consideriamo che il solo CRAS di Valpredina, a Bergamo, uno tra i 75 presenti sul territorio nazionale, ha ospitato quasi 1200 esemplari feriti da arma da fuoco o sequestrati. 

Un danno che riguarda specie animali e ambiente

Questa sproporzione si presenta soprattutto con l’avifauna, più numerosa e, di conseguenza, più difficile da monitorare. In merito al bracconaggio dei grandi carnivori come, ad esempio, i lupi, i casi evidenziati dall’associazione ambientalista parlano di circa 300 esemplari l’anno uccisi da attività antropiche come investimenti, uccisioni accidentali e, prevalentemente, proprio a causa del bracconaggio, tramite lacci, colpi di fucile e bocconi avvelenati: “Lo spargimento di bocconi avvelenati non colpisce soltanto una specie target, ma produce effetti molto più ampi sulla sicurezza pubblica, sulla salute e sugli ecosistemi. Ed è proprio questa dimensione trasversale dei crimini contro la fauna selvatica che dovrebbe essere considerata consentendo di superare una visione miope di un fenomeno ritenuto secondario e marginale”, prosegue Aiello.

Sono aspetti poco considerati nella lotta a questo tipo di crimini, ma è solo dimensionando correttamente il fenomeno che riusciremo a contrastarlo efficacemente, soprattutto in sede legale”. Nel caso dei lupi uccisi all’interno del PNALM, infatti, erano rimaste coinvolte anche tre volpi e una poiana. Anche questi esemplari erano stati rinvenuti vicino ai lupi deceduti, facendo propendere il Parco verso un “fortissimo sospetto che ci si trovi di fronte ad episodi di avvelenamento”, come è possibile leggere in uno dei comunicati diffusi. È inoltre probabile il coinvolgimento di grifoni e altri animali necrofagi, come accaduto nel recente passato.

“In alcuni casi è intolleranza, in altri interessi economici”, Aiello.

In questo quadro, secondo il WWF, il problema non riguarda soltanto la difficoltà di raccogliere dati omogenei, ma anche un graduale indebolimento degli strumenti di prevenzione e repressione a causa di un progressivo disinvestimento in personale e mezzi delle forze di polizia e un mancato adeguamento del sistema normativo e sanzionatorio, nonostante un netto miglioramento della consapevolezza pubblica sulla gravità del bracconaggio. Sensibilità che, in alcuni casi, convive con un ancora radicato conflitto tra comunità umane e fauna selvatica: “In alcuni casi il bracconaggio è dovuto all’intolleranza della popolazione verso alcune specie, soprattutto i grandi carnivori, causata dall’assenza di politiche serie che promuovano la convivenza e dalla strumentalizzazione del conflitto per ottenere facile consenso politico. In altri casi, invece, questo fenomeno è legato alla criminalità organizzata che, consapevole dei facili profitti e minimi rischi, investe sempre di più in questo mercato criminale considerando le sanzioni, nel caso in cui dovessero essere comminate, al pari del pagamento di una tassa”, conclude Aiello.